CUT-UP D’ASSOCIAZIONE E CHIACCHIERE ONTOLOGICHE
di Tìndara Rasi
La barra obliqua (/), conosciuta anche con il termine mutuato da internet di slash, viene considerata un segno grafico e di interpunzione, utilissima nel separare termini antitetici come giorno e notte. In base al contesto in cui la si inserisce, ha regole di spaziatura che variano. Nella poesia e nelle citazioni indica la fine di un verso o un inciso verbale, separata sempre da uno spazio vuoto. Per marcare il cambio di strofa si scrive raddoppiata // ma è meno comune trovare quest’ultima opzione.
Si usa invece ancora, e tanto, nelle sequenze numeriche, nelle date, nelle frazioni, o se si procede “contando ad una a una / le unità di misura” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024). In questi casi la barra va inserita senza spazi, appiccicando tutto fitto fitto, 4/5, 100 km/h. Legalissimo e legatissimo se si cita in nota il d.lgs. 201/2024 sulle “misure urgenti in materia di cultura”, per esempio.
Quando però si parla di nomi collettivi grammaticali, non serve. Lo slash indica la variazione di argomento o di nominativi individuali. Invece, nel caso di un “passo a due” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025) o di un gruppo che lavora per coesione, vale la mischia concettuale. Ipoetidiunassociazione va scritto tutto unito, direi. Non si separa nulla. Il dialogo tra loro è personale ma anche asserragliabile. Voce unica di un’unica espressione.
Si sono tutti affacciati alla medesima finestra Lit-blog, allo stesso Festival di poesia e Terra di Mare, per esempio. E hanno ricevuto un’unica borsa beige da sovrascrivere insieme, consci che se si resta soli, “per quanto si salga / si resta lontani” dalla meta (Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025).
“Ai sensi di una legge non scritta” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024), “la pagina (è altrettanto) lieta dove non passa penna, / dove non scivola l’arte” ma gli areali poetici vengono trafitti principalmente dalla relazione umana, dentro la quale buttarsi con “gesti lievi” (David La Mantia in «Gesti lievi. L’amore, se te ne accorgi», Il Leggio 2022) e “a testa bassa” (titolo dell’opera pubblicata invece presso Innocenti Editore del 2019, tra echi di canto popolare e refrain di Ivano Fossati).
Da docente consapevole che “la scuola vive / delle certezze dei docenti”, come per esempio “(proibire) il cortile / agli schiamazzi / quando le ginocchia sbucciate / bruciavano di vita /appena iniziata” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024), La Mantia spiega che bisogna “non scrivere piegato su te stesso, / (ma aprendo) lo sguardo alla finestra”.
All’alterità corroborante, alla complicità che rende giovani, insomma.
Al voi, seconda persona plurale, al tu, seconda persona singolare.
Finestre, appunto.
Ognuno dei quali vi si affaccia è “un Io pensante in corpo umano narrante” (Annalisa Lucini in «Dannazione di donna per bene», Eretica edizioni 2023), ma anche vicenda di relazione, come “onde che gravitano / nello spazio che divide / l’esser se stessi e / l’esser altro […]”. Esistenze “tra foggia di me / e folla d’altro canto”.
“Minuto dopo minuto ci si incontra, ci si scontra, ognuno rinuncia, ognuno dà, ognuno diventa altro da sé”, sintetizza Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025.
Certo. Voi - e dunque tu inteso come altro/a da me - “sei (proprio) quella finestra /che (trasforma) / il buio in aria fresca” e che corrobora, replica Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025.
Ad ogni modo, per salvarsi da mansioni magister ridotte a burocrazia, bisogna “intanto non portare il lavoro a casa”, poi coltivare proprio le amicizie come se si dovesse pregustare il “giorno di partenza” prima delle ferie (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025): con la necessaria dovizia e cura maniacale.
Soprattutto in chi lavora nell’ambito scolastico questo è sacrosanto, mi ci metto in mezzo.
È uscito Quintiliano come seconda traccia di maturità 2026 al Liceo Classico. “Ci rifletto da tempo. / Quintiliano come poteva credere / che la tradizione corrotta / dipendesse solo da docenti scadenti [… ] / che sorridere a braccia aperte / potesse allontanare il morso dei leoni nel circo, / i giochi da teatro di un senato defunto?” ragiona La Mantia sempre «A testa bassa».
Io allora, io che lo leggo, immagino che se dovesse scegliere un augurio per i propri alunni dello Scientifico, in questo periodo di esami direbbe a ognuno di loro: “Ora spetta a te tracciare deviazioni / riconoscibili, abbandonare scie / di amicizie esplose o invisibili.”
Un buon auspicio, da doppio slash.
Ecco, la fine di un ciclo scolastico coincide proprio con lo slash doppio e nessuna parola a capo. Alunni e docenti “mescolano con pazienza i ricordi / per evitare i grumi dei rimpianti / e aggiungono farina, farina, farina, ancora farina / ad annuvolare lo spazio del nuovo / abilitando il riscatto dell’attimo dopo” (e tutto ciò mescolando in altri termini la farina antiviolenta di Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024, che per i progetti scolastici sulla differenza terminologica tra parità di genere e identità di genere la fa poeticamente da padrona).
Cosa resta di queste dediche agli adulti di domani? Cosa si intravede in loro? Nulla?
“Spargono i semi le viole / al sussurro del vento / (le) voci sottili (dei bimbi) / (diventano) canti”, invece, e rendono allegra persino una sporta di carta fragile tra le mani delle madri e delle donne indaffarate (Viola Bruno in «Un feroce restare», Bertoni 2026), o anche dannate, o perbene (Annalisa Lucini in «Dannazione di donna per bene», Eretica edizioni 2023), o entrambe le cose insieme, perché la chiacchierata è di gruppo e le parole sono mescibili.
Di noi sarà “fortunato chi tra gli anni / accovacciati nelle rughe / rimane quel bambino / che stupito sorrideva”, osserva Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025.
Sarà eterno bambino, penso, chi va a insegnare ai ragazzini il baseball, chi cerca funghi buoni nel sottobosco umidiccio, chi cura cocoriti, gatti, cani, alunni, figli, nonne anziane. Tutto misurato da altre interpunzioni oltre gli slash e da nessuna maiuscola a caporaliare. Esistenze fatte “di virgole tra gli spazi / di punti sospesi / appena oltre la soglia” (Viola Bruno in «Un feroce restare», Bertoni 2026).
Frasi aperte e senza punti finali (e qui non ce lo metto apposta)
D’altronde, “costruire la poesia nel bel mezzo della quotidiana prosa, che avvolge e stritola, è un sofisticato esercizio di pazienza: la pazienza di non perdersi di vista […] aspettarsi e rincorrersi; accettare di perdersi; custodire la testarda volontà di ritrovarsi sempre” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025).
La domanda sospesa in tutto questo è però sempre una (cito Doris): “Si annida o si annoda l’amore?” E la risposta potrebbe essere questa: “Il mondo chiede amorevole attenzione, bisogna guardare in alto come in basso, bisogna parlare, cantare, suonare, ridere, piangere, ma anche apprezzare il silenzio. Si festeggia così la vita, dandole attenzione, sempre” […] e “(tenendosi) strette addosso le sensazioni buone” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025).
Perché poi gli esami finiscono, il Festival pure e arriva sempre “l’ora di mettere in borsa penna e quaderno e tornare a casa, con la luce addosso, con le tasche piene di ricordi”, conclude.
Immagino si parli della borsa brutta del Festival, ma questo è un materializzare troppo /che non serve // (il doppio slash finale stavolta ce lo metto).
Tìndara Rasi
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