lunedì 24 febbraio 2020

"GEOCACHE" PER VALORIZZARE IL PATRIMONIO CULTURALE FRANCESCANO di Tìndara Rasi


"GEOCACHE" PER VALORIZZARE IL PATRIMONIO

 CULTURALE FRANCESCANO

di Tìndara Rasi




San Francesco, santo umbro, ebbe molta influenza in area maremmana. Abitò qui, fondò monasteri, ebbe amici. Ma del suo girovagare in questo territorio non è possibile avere molti dati certi. Oggi esistono numerose modalità, grazie alle quali si possono lasciare tracce del proprio passaggio ad altri. Dal materiale cartaceo, ai siti, alle App, ogni spostamento è tracciato e localizzato. Ultima frontiera proviene dalla caccia al tesoro, metà virtuale, metà ambientale, detta "geocache". Si tratta di un gioco di comunità che propone di geolocalizzare e inserire coordinate e riferimenti di alcuni luoghi di interesse paesaggistico o storico raggiunti da un primo utente, lasciando nel contempo per gli altri "invitati" direttamente sul luogo, appositi contenitori con bugiardino, logbook o casellari per firme a beneficio di chi li ritrova, pezzi di giochi detti trackable, ecc. Chi legge sul sito la nuova location geomappata, e decide di partecipare al gioco, si mette sulle tracce dettate da quelle coordinate per ritrovare il contenitore cache lì nascosto. Quando lo trova, lo apre, inserisce un oggettino suo, firma il logbook cartaceo che ne registra la propria presenza, lo rimette a posto nel suo nascondiglio segreto, va sul sito internet e contrassegna il raggiungimento di quel punto con una foto, un materiale specifico, un commento. Per trovare il luogo, per ricavare le coordinate, spesso sul sito vengono preventivamente caricati dei rebus da risolvere. Travalica il gioco stesso l'aspetto più interessante e nascosto: rincorrendo le nuove postazioni inserite nel sito, a caccia di punti e quindi di "tesori" simbolici, si cammina, ci si muove, si scoprono posti diversi. Il geocache può essere cercato da soli o a gruppi. Sono stati organizzati raduni ed eventi dalla comunità anche per pulire determinate zone inquinate, per ripristinare sentieri abandonati, per la piantumazione di nuove piante in aree danneggiate, come l'evento Cache In Trash Out.
La Toscana, in questo gioco a metà tra virtuale e turistico, è una capostipite. In Maremma, cache si troverebbero presso Monte Labbro nei luoghi di Davide Lazzaretti, vicino alla pieve di Santa Maria ad Làmulas, tra i ruderi dell'eremo di Malavalle, negli scavi della canonica di San Niccolò con la sagoma dalla forma di margherita a Montieri, presso la sede vescovile di Roselle. Servirebbero però anche geocache per valorizzare il patrimonio culturale, artistico e immateriale, di origine francescana. A giugno del 2019 un geocacher ha inserito la basilica di San Francesco ad Assisi tra i luoghi da ricercare. Più vicina a noi, potrebbe essere interessante Saragiolo, per esempio, frazione di Piancastagnaio (SI), dove si trova un leccio alto 15 metri e dalla circonferenza di oltre 7 metri, detto "leccio delle Ripe", figlio di un altro sotto il quale si narra sostò San Francesco. Sotto di esso non attecchisce mai la neve. Si raggiunge a piedi, tra la natura incontaminata, ed ha lo stesso rispetto devozionale riservato ad un altro leccio legato invece alla figura di San Bernardino da Siena, a Montorsaio, oppure all'ulivo o alla quercia da sughero di Buriano, nel cui vano cavo visse invece San Guglielmo, fondatore dell'Ordine dei Guglielmiti. Ma chi inserisce i contenitori ufficiali con trackable, in affiancamento al turismo ufficiale e a quello religioso in particolare, non si fa dare suggerimenti: gioca sull'improvvisazione e la sorpresa, tra risus, ludus, jocus et jocunditas.
Tralasciando le memorie "vegetali", a livello architettonico vanno ricordati i conventi di Massa Marittima e di Montieri, che sembrerebbe siano stati eretti proprio dalle mani di San Francesco. Quello di Massa Marittima, antichissimo (il prossimo anno si celebrerà l'ottocentenario dalla sua fondazione: 1221-2021), ebbe il doppio onore di essere fondato da San Francesco e anche di aver dato ospitalità all'altrettanto famoso San Bernardino da Siena, francescano del ramo degli Osservanti. Lì, ancora prima di Bernardino, vissuto tra il 1380 e il 1444, vi aveva abitato il beato Ambrogio da Massa, frate minore morto nel 1240, amico di due altri beati francescani, il beato Morico e il beato Giacomo da Massa. Il beato Ambrogio divenne prete a Scansano, ma la sua fama travalicante i secoli si deve alle capacità oratorie e alle sue doti da taumaturgo. Lo stesso San Francesco aveva questi doni. Era istruito, sapeva il provenzale e il latino, cantava, faceva il "giullare" per attirare le folle con letizia e giocosità, suonava, ballava: tutto, per attrarre a Dio. Inoltre guariva i lebbrosi, come Gesù e alla sua morte una bimba con il collo storto guarì, gli indemoniati vengono liberati, i paralitici guariti immergendosi nei pozzi o nelle piscine. San Bernardino, invece, a Massa Marittima organizzò i frati francescani Osservanti ed espanse la sua spiritualità e religiosità in tutte le province limitrofe, pubblicizzando il nome di Dio tramite un ingegnoso "logo" grafico, un sole con dentro la scritta IHS, lo stesso che si ritrova scolpito nel pozzo della "Bufala" dentro il chiostro della chiesa di San Francesco, nel centro storico di Grosseto. Conosciuto per i suoi numerosi miracoli, San Bernardino si spostò anche presso il Convento della Nave a Montorsaio (luogo del beato Andrea , un francescano del XV secolo circa, del quale si conosce solamente il nome) e presso il convento del Colombano situato a Seggiano, vicino Poggio Ferro. In quest'ultimo l'8 settembre 1403 officiò la sua prima messa e pronunciò la sua prima omelia. Da quel che si attesta, papa Onorio III consegnò proprio nelle mani di San Francesco il convento, documentando con tale atto la presenza del santo in territorio seggianese. Di questo edificio, oggi non rimane quasi più nulla ma l'area intorno potrebbe essere comunque oggetto di attenzione dai geocachers. Il convento divenne residenza successiva di un altro frate francescano famoso, il beato Filippo da Seggiano, noto predicatore nelle zone di Montalcino, amico intimo dello stesso San Francesco e di Sant'Antonio da Padova. Amicizie sostanziali e degne di nota. A Seggiano visse anche un altro singolare frate, Onofrio da Seggiano, maestro del francescano San Giovanni da Capestrano, profeta, rabdomante, ingegnere di opere idrauliche, amante del saio. San Francesco aveva dato isruzioni chiare nelle sue regole sull'abbigliamento da indossare. I vestiti che gli donavano i ricchi, preferiva darli ai poveri e non tenerli per sé. Il suo era un saio fatto di semplice sacco ruvido di colore marrone-grigio, a forma di "Tau", cioè di "T". Quando si strappava, Santa Chiara glielo rammendava e aggiungeva pezzi del suo stesso mantello dove lo riteneva più liso, come si evince dai due ancora conservati ad Assisi e a La Verna. A volte, invece, lo riparava lui stesso con cortecce di alberi o pianticelle. Generalmente lo teneva legato in vita tramite una corda che gli faceva da cintura, caratterizzata da tre nodi simbolici. Se sentiva freddo, ci aggiungeva un pezzo di pelliccia di volpe e il cappuccio per ripararsi come "sorella allodola", ma non doveva mai essere eccessivamente lungo, usanza più da ricchi e nobili. Se proprio necessario si potevano indossare sandali (lui stesso alla fine della vita usò delle babbucce). Un abbigliamento austero, che Onofrio da Seggiano non disdegnava, e che di certo non prevedeva tasconi per GPS.
Un altro beato locale del 1220, il beato Guido da Selvena, frate francescano vissuto tra il 1220 e il 1287-88 tra Montalcino (SI) e il convento del Colombaio a Seggiano, amico anche lui di San Francesco, aveva come dono quello di saper organizzare delle vere e proprie animazioni omiletiche per le folle. Inoltre amava molto gli animali: fece amicizia con un gatto che gli procacciava uccellini da mangiare e che gli stette vicino fino alla morte. In entrambi gli aspetti assomigliava a San Francesco, universalmente ritenuto amante degli animali: tortore, fagiani, usignoli, aquile, corvi, cicale, agnellini, lupi, pesci, erano amici suoi, gli obbedivano e lo coccolavano. Un falco lo risvegliava con garbo ogni mattina al posto della suoneria dei moderni cellulari. Le rondini si zittivano dietro sua richiesta, come riporta il capitolo XVI dei Fioretti. Le formiche si spostavano dai tronchi dove lui riposava. Le api gli regalavano miele. Quando morì, attorno a lui volteggiavano allodole ad accompagnarne la salma. Nessuno di quegli animali era dotato di un collarino di localizzazione, ma sono ricordati per trasmissione orale o scritta, meglio di tante altre storie.
La città di Grosseto non conserva luoghi direttamente fondati da San Francesco, ma alla fine del Duecento venne allestito un convento francescano e uno clarissiano nel convento di San Fortunato (San Francesco), abbandonato dai benedettini; e nel 1621 fu consacrata l'attuale chiesa di San Francesco a fianco ad essi.
Di epoca più tardiva rispetto ai due conventi sopra citati, vi sono quelli di Gavorrano, Scarlino, Montorsaio. In quello di Scarlino, in particolare, denominato convento di Monte di Muro esiste già una mappatura geocache, con la cache "situata in uno dei primi ruderi", spiega il sito. In quel luogo vissero due noti frati francescani. Si tratta del beato Tommaso Bellacci da Firenze (o da Scarlino), frate minore osservante vissuto dal 1370 al 1447, e del suo amico e seguace eremita Gaspare, morto nel 1477. Quest'ultimo, oltre ad essere ricordato per l'austerità di vita (mangiava solo pane ed erbe aromatiche), era sempre circondato da uccellini selvatici e addolciva i lupi feroci: come non ricordare il famoso episodio del lupo ammansito da San Francesco, riportato nel capitolo XXI dei Fioretti.
Tommaso Bellacci da Firenze è da associare ad alri episodi noti di San Francesco, in particolare al suo incontro con il sultano al-Malik al-Kāmil, avvenuto nel 1219 a Damietta in Egitto, durante una crociata. Il sultano era musulmano e secondo alcune fonti San Francesco fu torturato e poi rilasciato; secondo altri, si incontrarono e si misero a parlare pacificamente, tanto che alla fine il sovrano non voleva che lui se ne andasse. Anche Tommaso Bellacci fu a capo della delegazione che si recò tra Siria ed Egitto prima al fianco e poi al posto di Alberto di Sarteano e come accadde a San Francesco, fu molto apprezzato come missionario dal sultano d'Egitto dell'epoca. Un altro beato, Antonio di Massa Marittima, frate francescano minore divenuto vescovo di Massa Marittima nel 1430 e morto nel 1435, fece viaggi di dialogo missionario in qualità di predicatore apostolico. La sua ostilità contro San Bernardino da Siena, aleggia attorno alla sua figura. Per contro, fu più volte nunzio e paciere a Costantinopoli, in area greca e in area turca, tentando di dirimerne le varie controversie, viste le sue doti da bravo oratore. Non ebbe però sufficiente fortuna come i primi due, e alla fine della vita si limitò a rientrare in sede presso Massa Marittima, occupandosi solo di riorganizzare la rubrica dell'Ufficio Divino, da fine conoscitore dei codici classici.
Se i due centri di maggiore espansione francescana furono dunque Massa Marittima e il Colombano di Seggiano, ai quali si aggiunse presto anche Scarlino, solo a partire dal 1700 rifulsero figure collocabili nell'area sud della Maremma grossetana. Si tratta di tre donne. La prima è Maria Maddalena dell'Incarnazione (1770-1824), che dopo aver visto Gesù riflesso nello specchio si svincolò dalla promessa di fidanzamento e decise di farsi suora. San Francesco stesso si specchiava in Dio, i frati in lui (lo chiamavano "specchio di perfezione"), e lui guardava Dio, la natura e Santa Chiara. Questa monaca terziaria regolare, si chiamava in realtà Caterina Sordini, ed era stata una giovane vivace di Monte Argentario, anche lei legata a vicende di preghiera sotto un leccio di Cala Grande o alla corsa in mezzo ai lupi per raggiungere un ciliegio carico di frutti. Il suo carisma da fondatrice le permise di fondare le "Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento" ed oggi è beata.
Un'altra suora francescana di Castell'Azzara, Teresa Mastacchini, prese i voti con il nome di suor Maria Lilia di Gesù Crocifisso. La sua peculiarità fu quella di poter parlare con gli angeli e saper leggere i pensieri delle persone. Fondò la congregazione delle "Pie Operaie". Ebbe in dono le stimmate sulle mani e sui piedi. In questo, si affianca a San Francesco che il 14 o il 15 settembre 1224, mentre si recava al monte La Verna assieme al suo amico frate Leone, vide scendere dal cielo un angelo serafino (dotato di sei ali) e subito dopo ricevette le stimmate. Successivamente, nel 1216, presso la chiesetta di Santa Maria degli Angeli (la Porziuncola), vide non un solo serafino, ma un intero coro angelico in accompagnamento alla Madonna che gli apparve improvvisamente.
Anche Veronica Nucci di Sorano (1841-1862), una ragazza pastorella della nostra provincia, vide la Madonna il 19 maggio 1853 a Cerreto di Sorano; da quel momento decise di dedicare la sua vita a Dio e divenne francescana con il nome di suor Veronica di Maria Addolorata. Qualche tempo dopo, gli abitanti del posto iniziarono la costruzione di una chiesa sul luogo dell'apparizione, meta tutt'oggi di pellegrinaggi, custodita da suore carmelitane.
San Francesco si è dunque mosso sul suolo grossetano, tra le vie pellegrine, tra i boschi e le rupi. Difficile stabilire con esattezza tutto ciò che fece e tutto ciò che sfiorò. Sicuramente non era dotato dei moderni sistemi di tracciatura, nè ufficiali e scientifici, nè per divertenti games turistico-naturalistici. Ma certamente la sua eredità spirituale aleggia ancora in tutti i luoghi della nostra provincia. Sono più fortunati i moderni viandanti. Esistono dappertutto libri cartacei per le firme dei visitatori, anche dove il cellulare e GoogleMaps non riceve segnale: se non si risolve il games delle coordinate o il GPS non funziona, se non si trovano geocache e logbook da firmare, si possono fissare lì i segni documentali del proprio vagabondaggio, in nobile aiuto per gli storici futuri che volessero avventurarsi a scrivere le nostre peripezie esistenziali moderne, chissà quanto interessanti per le generazioni future.

Tìndara Rasi





FRANCESCANI DI GROSSETO

Beato Ambrogio da Massa, frate minore, Massa Marittima (GR), morto nel 1240, che visse lì con con il Beato Morico e il beato Giacomo da Massa;
Beato Filippo da Seggiano, frate francescano, Seggiano (GR),1203-1290;
Beato Guido da Sevena, frate francescano, Selvena (GR),1220- 1287-88;
Onofrio da Seggiano, indossò il saio francescano per tutta la vita, Seggiano (GR), 1200circa;
Beato Tommaso Bellacci da Firenze, frate minore osservante, Scarlino (GR), 1370-1447;
San Bernardino da Siena, Ordine dei frati minori francescani, Massa Marittima (GR), 1380-1444;
Beato Antonio di Massa Marittima, frate minore, Massa Marittima (GR), morto nel 1435;
Frate Gaspare da Firenze, eremita e frate minore francescano, Scarlino (GR), morto nel 1477;
Beato Andrea di Montorsaio, francescano, Montorsaio (GR), XV secolo circa;
Beata Maria Maddalena dell'Incarnazione (Caterina Sordini), terziaria francescana, Monte Argentario (GR), 1770-1824;
Veronica Nucci, clarissa francescana, Cerreto di Sorano (GR), 1841-1862;
Suor Maria Lilia (Teresa) Mastacchini, terziaria francescana, Castell'Azzara (GR), 1892-1926.

venerdì 21 febbraio 2020

BILANCIO

non è stato facile astenersi
dalla sciapa misticanza del misticiume,
guardare lo stagno tiepido amato dai narcisi,
non giocare col meccano rugginoso
degli scombinacarte.
Tenersi da parte.
Anche a rischio di passar per fesso.
Farsi mettere in minoranza,
nell'assemblea degli io,
anche da me stesso.

- Enrico Testa, in "Cairn", Ed. Einaudi -

sabato 8 febbraio 2020




Felicità professionale!

- Alketa Vejsu al Festival di Sanremo -

mercoledì 25 dicembre 2019




“L’Argentino mi guardò in faccia, e fu l’ultima volta che lo fece. 
Sorrise, e disse: “Non cambiate mai...”. 
Poi si incamminò per la carretera di Arriba, e io non distolsi lo sguardo nemmeno quando non fu altro che un piccolo punto, indistinguibile, che camminava immerso nella calura di un giorno di agosto inoltrato, riverberato dal sentiero liquido che lo specchiava; e chissà se era ancora lui, o un miraggio”.


https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2018/11/14/news/l-argentino-ivano-porpora-una-fogliata-di-libri-224371/

venerdì 20 dicembre 2019




I sensibilissimi albori chiaroscurali dell’occhio fotografico della Fanciulli imprimono la marcatura dei segni fenomenici del silenzio, del linguaggio dell’anima. L’artista coglie la dimensione visibile, che a meraviglia contiene l’invisibile, la traccia che all’invisibile rinvia, in presentificazione dell’assenza, della sostanza dei corpi segnati. La figura è sempre nome della divinità: la primitiva relazione segnica all’oggetto significato nasce nell’esperienza del sacro, soglia degli abiti linguistici. Sacrificare è fare il sacro, è segno in relazione memoriale all’oggetto del divino. Il santo è simbolo mediatore, che porta i segni e ritualmente rammemora il divino, per la partecipazione della comunità.

Presidente Fondatrice,
Prof.ssa Fulvia Minetti




http://www.accademiapoesiarte.it/?p=1873

domenica 17 novembre 2019

LA PAROLA A BRANDELLI

di Tìndara Rasi
Copyright © Tindara Rasi

"Il senso della Trinità è che Dio è pensiero.
Ogni pensiero ha un soggetto e un oggetto.
Il Padre pensa la sua parola.
Questo pensiero è amore.
Questa parola è ordine.
Quest’ordine è immagine di questo pensiero, di questo amore."
Simone Weil

"Dovunque troverò i santissimi nomi e le sue parole scritte in luoghi indecorosi, voglio raccoglierli e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso."
"Testamento" di San Francesco, autunno 1226

Il suo amore per il Signore lo portava al massimo rispetto del semplice nome di Dio. Ovunque trovava qualche scritto, di cose divine o umane, per strada, in casa o sul pavimento, lo raccoglieva con grande rispetto, riponendolo in un luogo sacro o almeno decoroso, nel timore che vi si trovasse il nome del Signore, o qualcosa che lo riguardasse. Avendogli una volta un confratello domandato perchè raccogliesse con tanta premura perfino gli scritti dei pagani o quelli che certamente non contenevano il nome di Dio, rispose: "Figlio mio, perchè tutte le lettere possono comporre quel nome santissimo; d'altronde, ogni bene che si trova negli uomini, pagani o no, va riferito a Dio, fonte di qualsiasi bene!" Cosa ancor più sorprendente, quando faceva scrivere messaggi di saluto o di esortazione, non permetteva che si cancellasse alcuna parola o sillaba, anche se superflua o errata. Era talmente profonda questa sua venerazione per il nome di Dio, che aveva raccomandato più volte per iscritto ai suoi frati di fare altrettanto.
"San Francesco fratello di tutto e di tutti. Profilo umano e spirituale", di Francesco Gioia, Ed. Frate Indovino, pg. 202
Cfr. 2Cel 82; FF 114; FF 209a; FF 225; FF 242; FF 462-463; FF 1185.


Abbiamo perso il Nome che unisce.
Il filosofo-teologo Abramo Abulafia, nato a Saragozza nel 1240 e morto nell'isola di Comino, nel 1291, visse per lungo tempo anche in Sicilia, a Messina. La cultura siciliana, vive di questi miscugli arabi, ebraici, catalani, gallici, teutonici. Abulafia parlava di nomi e di parole teologiche, in chiave mistica, cabalistica. Studioso di Qabbalah, riteneva le parole (composte da lettere, ognuna avente un valore numerico preciso, come ghematria vuole) estensioni del sacro, per l'esattezza del Nome sacro. Le lettere alfabetiche furono dunque oggetto di alta meditazione, per lui: cercandole in ruote da far girare vorticosamente a livello mentale, si può giungere, in un afflato mistico dato a pochi eletti, alla Verità primordiale che le compone, cioè alla compenetrazione mistagogica dell'Unum da cui promanano. La mente se ne appropria, liberandosi sigillo dopo sigillo, nodo dopo nodo psichico, con gradualità propedeutica che non ci faccia impazzire. Solo pochi possono riuscirvi, e solo dietro grande allenamento. Mistica mentale medievale ebraica, oggi impensabile.
Secondo Abulafia, ogni linguaggio, al pari di note, diventa melodia, quando i suoni dei nomi, delle lettere singole, si armonizzano tra loro. Nella lingua sacra originaria, di tutto ciò si teneva conto, e non esisteva nome proprio comune che non fosse pensato, calcolato, rielaborato dall'originale, dal suono base. "Otiyyot", cioè "lettere", al plurale, significa "ciò che viene". Ma non dall'uomo; da Dio. Quando a decidere subentrò l'uomo, riguardo ogni nome e ogni parola nacque solo confusione babelica, producendo la demolizione della lingua sacra che, sempre più, perse il suo splendore musicale iniziale. Il linguaggio simbolico personale, si è da allora sempre più inasprito, rendendo la "parola" calligrafica di uno, diversa dall'altro, sia nel simbolo scritturale, ideogrammatico; sia nel suono, per cadenze e accenti derivati dalla propria origine domiciliare negli Stati del mondo; sia nel significato specifico con il quale ognuno la intende e con il quale la intesse. Io parlo, e tu cosa senti? Tu parli, e io cosa recepisco? Non esiste più bellezza originata dall'originante, solo parole inefficaci derivate da altrettante parole che hanno perso nel cammino l'essenza sacra iniziale.
Tocca al mistico, lavorando su ogni singola lettera alfabetica, ritrovare la lingua perduta, procedendo dal concreto individuale, all'astratto che è "solo di Dio" comprensibile, e non dell'umano. È questo il lavoro anche dei traduttori biblici storici; è questo l'impegno dei mistici ebraici e dei cabalisti. Da mille frantumi, ricreare l'unicità; dai frammenti, ricostruire l'autenticità. Gira la ruota, e cerca l'essenza sacra. Ogni parola che è già stata generata, e ogni altra parola che, nella trance mistica, raggiunta tra scrittura ipnotica e respiro, si formerà per "permutazione", per rotazione, per "combinazione delle altre", come diceva il mistico Abulafia, è una parola "possibile" solo in quanto portatrice in frammento, del Nome unico. Impronunciabile, incomprensibile, ma "possibile", Sua. C'era una bellissima stoffa di seta colorata, all'origine, ma fu strappata in brandelli. Perdere la possibilità di capire il linguaggio divino, di capire le singole lettere ebraiche, comprensive di suoni corretti, di armonie di numeri, di note, è stato un lento degenerare verso le realtà contingenti, smarrendo quelle trascendenti. Non esiste una parola ultima, condensativa, non ancora. Ma esiste una parola prima, generativa. A quella, è necessario ritornare.
Molti Santi, molti cristiani dei primi secoli, hanno provato a rintracciare la "potenza" della parola, cercandola senza intenti di comprensione concreta, solo come essenza, come suono, come musicalità ricca di grazia che, udita, ci avvolga nell'aura divina. Sant'Agostino praticava le sortes sanctorum, come oracoli evangelici, sebbene con le dovute cautele, aprendo a caso la Bibbia. Lo stesso faceva San Francesco: praticando la "bibliomanzia", estrasse dalla Bibbia tre frasi che divennero la sua Regola. Anche molti cristiani contemporanei, continuano a ricadere involontariamente in questi riti "sticomantici", sebbene aboliti: i frasari biblici consultati per decorare i rametti di olivo in Quaresima; i versetti estirpati a caso per il giorno della cresima dei bambini, da inserire in cartigli come i Baci Perugina....
Perchè cerchiamo le Sue Parole? Perchè ne siamo così assetati, e le trattiamo così male?
Perchè non sappiamo più vederne la Bellezza originale, quel suono carnale che ci avvolge e che ci trasfonde. Una lettera alfabetica, una parola... due... tre. Suoni "incarnati", li concepiva Abulafia. Note, letture pentagrammatiche, che esprimono l'ineffabile e l'inafferrabile. A volte non è necessaria la traduzione fedele dei segni, la traslitterazione dei simboli, la registrazione dei suoni vocalici. La lingua di Dio non è la nostra e non possiamo certo appropriarcene con le nostre facoltà umane o fonatorie. È necessario l'ascolto, l'esserci. Non è necessario capire il senso di chi ci parla. È necessario stare nelle frequenze hertz. Captare quel ronzio di ape in sottofondo, e anche meno, un ultra-suono immateriale. Guardare negli occhi chi ci ama, e ascoltare con il cuore, senza capire nulla, nulla!, di ciò che dice, ma vivendo lì, in una piccola eternità istantanea, avvolti di Amore infinito. Questo è il significato, e non quello dicibile e ri-dicibile. Non si può raccontare appieno la Parola originaria, non più; abbiamo rotto il Nome, lo abbiamo dissacrato e sbrindellato in rivoli infiniti di non-sense. Il siculo-spagnolo Abulafia, questo lo sapeva. Gli ebrei lo avevano capito. Ci sono nomi e nomi, parole e parole. Sigle, acronimi, semantiche differenziate. Abissi e incomprensioni. Mille parole, e abissi. Mille parole, e incomprensioni.
Ma ne basta una, di parola, per restituirci al mondo. Ne basta una soltanto, che è ancora capace di raccapezzare il Tutto in un Intatto divinamente "muto". Oltre le vocali masoretiche, più in là: esattamente Qui. Ogni lettera che ci appartiene, ricompone l'Unità che ci contiene. Chiama a questo, il Nome; e ci chiama esattamente per nome.

Copyright © Tindara Rasi