SOPRAVVIVERE
NON BASTA:
LA CONSAPEVOLEZZA OBIETTIVA LIBERA
di Tìndara Rasi
Dianora Tinti è una scrittrice, giornalista, critica letteraria e blogger molto conosciuta a Grosseto. Autrice de Il pizzo dell’aspide, Il giardino delle Esperidi e Storia di un manoscritto, tutti pubblicati rispettivamente presso Delos.digital e Pagliai Editore, adesso è approdata alla Piemme/Mondadori. Il suo nuovo romanzo s’intitola Sopravvivere non basta ed è stato pubblicato e presentato ufficialmente il 13 giugno presso la sede della Pro Loco di Grosseto.
La scrittrice presiede l’Associazione Culturale Letteratura e Dintorni, si occupa del Premio letterario città di Grosseto ‘Amori sui generis’, e collabora anche con TV locali che inseriscono in palinsesto programmi sulla cultura. Con il suo nuovo romanzo ha consegnato ai lettori una storia che si colloca nel solco della letteratura della memoria, ma senza riprodurre schemi già ampiamente sfruttati. L’opera, infatti, assume la forma innovativa di un’indagine morale prima ancora che storica, interrogando il significato stesso della sopravvivenza dopo la catastrofe della Shoah e ponendo al centro diverse domande di senso. È davvero sufficiente salvarsi per potersi dire liberi? Che eredità morale e psicologica ricevono i discendenti involontari di certe situazioni estreme? Ma soprattutto, c’è davvero una scissione così netta tra bene e male o talvolta i due poli si mischiano irrimediabilmente?
La vicenda descritta prende avvio nel 2018 dalla lettura dei necrologi fatta dalla leccese Lina su un quotidiano locale: a Bari è morto il proprietario dell’Hotel Belvedere, Heck Hoppic, cognome che risveglia in lei altri ricordi: la sua infanzia, le sue estati trascorse da sempre a Santa Maria a Bagno in una villetta che le venne vietato di usare durante la Seconda Guerra Mondiale per ospitare alcuni profughi, l’amicizia fiorita con Frida, sorella di Heck, entrambi di fede ebraica «e per questo era stato chiamato un ‘chazzan’ a celebrare la funzione ebraica, intonando il ‘Kaddish’, la preghiera tradizionale per i morti» (pg. 17) per il defunto.
Particolarmente significativa appare la figura dei genitori di quei due ragazzi, composta da Gerda e Bernhard, medici dell’Ospedale Ebraico di Berlino, il Krankenhaus der Jüdischen Gemeinde, misteriosamente risparmiato dalla soppressione nazista. «Come tutte le altre istituzioni ebraiche anche questa avrebbe dovuto essere eliminata quando, con l’avvento del nazismo, i medici ebrei avevano perso la licenza a esercitare. Invece, grazie a un permesso speciale, aveva continuato a esistere e, in tempi diversi, molti ebrei avevano iniziato a viverci» (pg. 57), tra i quali Gerda, cardiologa, e Bernhard, primario dello stabile e chirurgo, ostile persino a farsi fotografare (pg. 97). I due coniugi, provenienti da un ambiente colto e raffinato (pg. 161), rappresentano a tutti gli effetti l’anomalia dei pochissimi «ebrei sopravvissuti a Berlino: [ma] per quali sinistri scopi Hitler li aveva lasciati in vita?» (pg. 56). Avevano anche salvato e protetto molte persone secondo un documento redatto con argomentazione difensiva a loro favore (pg. 130). Eppure, in base alle dichiarazioni di altri testimoni, loro erano anche gli unici a conoscere la vera destinazione dei tanti ebrei deportati nei campi di concentramento (pg. 81), dunque a risultare «collaborazionisti SS» (pg. 99). «Era il dottor Hoppic che compilava le liste di coloro che dovevano essere deportati, a volte solo in base alle sue simpatie personali» (pg. 128), dirà una donna evitando che la polvere del tempo si depositi placida su fatti e misfatti, appannandoli troppo presto (pg. 171).
La coppia, dopo aver messo in salvo il figlio Heck in Svizzera prima, in Italia poi, fugge nella Berlino devastata dal bombardamento del ‘44 assieme alla piccola Frida il cui destino la porterà a vivere in America con il soldato “nemico”, il fidanzato Bill. Durante la figa, marito, moglie e figlia vengono separati ma il destino delle due donne di famiglia si incrocerà con quello di Margot, moglie di Otto Weiss, noto nazista e alto funzionario delle Poste di Berlino. In un atto di disturbante algidezza, Gerda non salverà questa donna, lasciando perplessa la figlioletta Frida. Per anni la bambina rivivrà «l’attimo esatto in cui quella donna dagli occhi di lago aveva afferrato piangendo la mano di mia madre in cerca di aiuto» (pg. 76) senza darsene pace. La moribonda, afferrando il braccio di Gerda le sottrae involontariamente anche l’anello donatole dal marito. La bimba se ne accorge ma non dice nulla.
Un gioiello uguale riapparirà moltissimi anni dopo in una trasmissione televisiva che l’anziana Lina, sua amica italiana in Salento, vede. «Era d’oro e aveva raggi del sole incisi» (pg. 109). Lo stesso anello con il sole nero della runologia esoterica nazionalsocialista (pg. 74) lo possiede anche lei, ricevuto direttamente dalle mani di Frida, la quale ha cercato di obliterare in quel modo quel segno negativo che riguarda la verità sull’ospedale berlinese e sui suoi genitori che lì prestavano servizio.
L’espediente dell’anello d’oro costituisce uno dei simboli più efficaci del romanzo. L’oggetto perde rapidamente la propria funzione materiale per trasformarsi in una metafora della trasmissione del trauma e delle macerie cognitive più che cementizie. Sarà questa l’eredità morale che attraverserà le generazioni e che gli ultimi eredi in ordine di tempo non potranno in alcun modo evitare di raccogliere. Il romanzo dialoga in pieno, dunque, con la riflessione contemporanea sulla “postmemoria”, secondo la quale anche chi non ha vissuto direttamente gli eventi traumatici ne eredita il peso e l’ambiguità attraverso racconti, silenzi e frammenti.
Il vero motore della narrazione è infatti il silenzio reiterato. Dianora, distinguendosi per la capacità di evitare tanto il sentimentalismo quanto il didascalismo, costruisce una storia nella quale ciò che non viene detto possiede maggiore forza narrativa di quanto venga esplicitato. I segreti custoditi per oltre settant’anni, le reticenze familiari, le omissioni e i vuoti documentari diventano dunque materia narrativa tanto quanto i fatti storici che fanno fatica a operare una distinzione netta tra vittima, sopravvissuto e collaboratore.
«L’argomentazione difensiva principale si basava sul presupposto che i membri dello staff avevano agito a fin di bene e rischiato molto per sottostare agli ordini della Gestapo e nello stesso tempo aiutare gli ebrei prigionieri o in attesa di essere deportati. Si sottolineava come i medici avessero emesso diagnosi che implicavano lunghe degenze proprio per proteggere i pazienti ebrei che altrimenti sarebbero stati imprigionati o spediti nei campi di sterminio. Complice il fatto che i pochi ebrei sopravvissuti, impegnati a ricostruirsi una vita e a dimenticare gli orrori patiti» (pg. 130) la verità di ciò che accadde lì dentro riuscì ad essere soffocata a lungo.
«Non mi sento colpevole e non mi pento di niente. Ho fatto soltanto il mio dovere come molti altri tedeschi. Penso di aver pagato abbastanza con l’esilio» (pg.177) dichiarerà la stessa signora Gerda, manipolando il passato tra mal di testa psicosomatici e rancori astiosi per la virata della Storia a suo sfavore.
Ai suoi successori non resta che scegliere se scavare tra le macerie di quelle azioni storiche e riportare alla luce la verità, anche quella più ignobile, o ignorare tutto per quieto vivere. Generazione dopo generazione, ognuno effettuerà la propria scelta di rimozione memoriale o di accettazione e vi conviverà, sostenendo in una forma o nell’altra anche il peso di tutta quella responsabilità ereditata e non voluta.
L’autrice, però, evita accuratamente ogni forma di giudizio semplicistico, preferendo esplorare quella zona grigia della storia e dell’animo umano nella quale le categorie morali assolute mostrano tutta la loro insufficienza.
D’altronde, bashert, termine yiddish che significa destinato, è una parola interpretabile anche in senso negativo. «La vita è misteriosa, fatta per stupirci» (pg. 163) e non sempre nel modo in cui ci si aspetterebbe e ci si augurerebbe.
Sul piano stilistico, la scrittura di Dianora Tinti si distingue per un equilibrio non comune tra eleganza formale e chiarezza espressiva. La prosa rinuncia volutamente agli eccessi melodrammatici, preferendo uno stile misurato che amplifica, anziché attenuare, la forza emotiva degli eventi raccontati.
Di particolare efficacia risulta la costruzione dei personaggi femminili. Frida, Lina e Chiara non rappresentano semplicemente tre protagoniste, ma tre differenti modalità di rapportarsi al passato: chi ha vissuto direttamente l’orrore, chi ne custodisce il ricordo e chi, appartenendo alle generazioni successive, sente il dovere di ricomporre la verità esatta. Attraverso queste donne il romanzo evidenzia come la memoria non sia un patrimonio statico, bensì un processo continuamente rielaborato, e che che la verità talvolta si conforma o si modella anche in base alle letture personali e ai tempi storici. La costruzione stilistica riflette questo funzionamento con un’alternanza cronologica non lineare, stratificata, fatta di flashback e ritorno al presente, omissioni e improvvise illuminazioni.
L’accurata ricostruzione storica costituisce un altro punto di forza dell’opera. La scelta di ispirarsi alla figura realmente esistita di Walter Lustig, direttore ebreo dell’ospedale, conferisce carattere alla narrazione, collocandola in un territorio in cui la finzione letteraria dialoga costantemente con la ricerca storica più rigorosa. Dianora crea anche ambientazioni che rimandano con precisione tanto alla Berlino della disfatta quanto al Salento dell’accoglienza. Quella dei campi profughi ebraici sorti nel Salento è di fatto un’altra pagina poco conosciuta del secondo dopoguerra italiano. Tuttavia anche il dato storico non assume mai una funzione meramente documentaristica nell’autrice. Diventa, invece, il terreno sul quale interrogare questioni universali e di grande intensità emotiva quali la colpa, il perdono, la responsabilità individuale e il difficile rapporto tra verità e oblio.
Il titolo del romanzo sintetizza efficacemente il nucleo filosofico dell’opera. Sopravvivere rappresenta soltanto la condizione biologica dell’esistenza; vivere davvero implica invece confrontarsi con ciò che si è perduto, assumere il peso della memoria e trasformarla in consapevolezza piena. La memoria non è funzionale a un esercizio commemorativo annuale o a un giudizio legale, non va strumentalizzata in termini di condanna versus assoluzione, ma va orientata alla responsabilità civile.
«Dobbiamo far capire ai nostri ragazzi come il mondo sia più complesso di quanto si possa pensare» (pg. 108). E questo anche per evitare il reiterarsi degli stessi orrori.
«Gli esseri umani viaggiano per tutta la vita sull’orlo di un burrone e basta un soffio per caderci dentro» (pg. 90), ammonisce l’autrice.
Questo romanzo conferma il talento e la piena maturazione della scrittura di Dianora Tinti. Attraverso una struttura sapientemente orchestrata, personaggi psicologicamente credibili e una costante tensione narrativa, Sopravvivere non basta diventa un luogo privilegiato di interrogazione della Storia che travalica pienamente la dimensione della documentazione fine a se stessa, per assumere quella di una riflessione etica sul presente e sulla fragilità della coscienza umana. È un romanzo che non cerca facili consolazioni, ma ricorda al lettore che soltanto la verità, per quanto dolorosa, se accolta con la giusta onestà intellettuale e sospensione del giudizio, tramuta psicologicamente la sopravvivenza in autentica accettazione e libertà interiore.
Tìndara Rasi


