INTERVISTA ALLA SCRITTRICE
SIMONA LO IACONO
di Tìndara Rasi
Magistrato e scrittrice, siciliana, Simona Lo Iacono ha costruito negli anni un universo narrativo in cui le figure femminili, spesso marginalizzate dalla Storia ufficiale, ritrovano dignità, voce e possibilità di riscatto. Dai precedenti romanzi fino a Virdimura, l’autrice ha dimostrato una particolare sensibilità nel raccontare donne capaci di opporsi ai confini imposti dal proprio tempo. Una sensibilità che ho ritrovato, con rinnovata intensità, nel suo ultimo romanzo, Joanna degli incanti, pubblicato da Guanda nel 2026.
Proprio in seguito all’interesse suscitato dalla lettura di quest’opera che definisco “storico-documentale”, è nata la bella chiacchierata che ci siamo regalate attraverso alcuni messaggi vocali su WhatsApp: una conversazione che ha avuto il calore e la spontaneità di un incontro, e che mi ha permesso di avvicinarmi ancora di più all’autrice e al mondo di Joanna degli incanti. Ne è scaturito un dialogo che desidero condividere con i miei lettori, nella convinzione che dietro ogni libro capace di emozionarci ci sia sempre una voce in presa diretta da ascoltare.
Vi invito dunque a leggere questa intervista a Simona Lo Iacono, lasciandovi guidare dalla sua voce e dalla storia di Joanna: una donna che ci ricorda come i libri possano aprire varchi anche nei luoghi più chiusi e come la libertà, talvolta, cominci proprio dal coraggio di immaginare un destino diverso.
1. Simona Lo Iacono, lei è una scrittrice pluripubblicata e vincitrice di numerosi premi letterari. È anche un magistrato. Quanto incide la sua professione sul lavoro di scrittrice e come riesce a conciliare questi due aspetti, trovando il tempo per dedicarsi alla letteratura?
R.: Incide molto perché sul banco d’udienza di un magistrato arriva la fragilità, certamente non la forza. La mia professione mi mette costantemente a contatto con la realtà umana, con la fragilità, con le istanze dei deboli, di coloro che hanno bisogno di protezione. Elementi che confluiscono sempre nella mia narrazione: parlo spesso degli ultimi, di coloro che sono un po’ zoppicanti, un po’ trafelati, un po’ malmessi. Invece è difficilissimo conciliare la mia professione con la scrittura. Ci vogliono grandi sacrifici, sebbene affrontati con molto amore. Perché io amo molto il mio lavoro, così come amo tanto l’attività letteraria. E dunque, necessariamente, devo organizzarmi per conciliare tutto, cercando anche di essere molto rigorosa. La precedenza va data necessariamente al lavoro, ma poi, nei momenti liberi, cerco di ritagliarmi i giusti spazi per la letteratura. In genere, poiché i miei sono tutti romanzi storici, durante l’estate sfrutto il periodo di ferie per effettuare le ricerche e impostare un pochino la narrazione. Poi pian piano, nel corso dell’anno, vado riempiendo i vuoti.
2. La sua esperienza presso il carcere di Brucoli ha inciso in che modo sulla sua modalità scritturale?
R.: L’esperienza presso il carcere di Brucoli non ha inciso sulla riflessione formale, lessicale, linguistica. Io sono approdata in carcere quando avevo già portato a termine alcune mie riflessioni sulla scrittura, sulla forma, quindi non è stato quello ad incidere. Però l’esperienza presso il carcere di Brucoli mi ha fatto approfondire questo tema. Nel carcere si ritrovano situazioni di grande emarginazione, di difficoltà. E anche di impossibilità sociale a far sentire la propria voce, perché il detenuto spessissimo è allontanato dalla società. Ma queste persone hanno bisogno della possibilità del cambiamento e della rivoluzione interiore. La scrittura e il teatro sono delle ottime metodologie per cercare di arricchire l’esperienza del detenuto, sia a livello progettuale ma anche a livello valoriale. Entrambi questi progetti carcerari offrono valori, offrono a chi ne beneficia una possibilità di confrontarsi con l’altro. Inoltre, permettono di fare un viaggio nell’alterità che per il detenuto è importante perché gli fa scoprire il ruolo anche di coloro che ha offeso, il ruolo della vittima. Quando si cambia lo sguardo attraverso il teatro, attraverso la letteratura, può iniziare il cambiamento.
3. Lei si è anche occupata di stilare recensioni critiche presso testate giornalistiche siciliane e per un blog letterario. L’apertura verso altri che scrivono può essere gratificante, quasi come fare da scouting o da recruiting letterario per presentare al mondo letterario i colleghi meno noti ma comunque validi. Questo impegno l’ha vissuto come un dovere morale e di “restituzione”, avendo lei raggiunto la notorietà artistica? O un impegno che sottrae energie e tempo, agevolando altri ma non se stessi?
R.: Io non ho un blog letterario mio, ma ho collaborato per tanto tempo al blog Letteratitudine del bravissimo Massimo Maugeri, e ho scritto per il quotidiano La Sicilia. Ho sempre cercato di tenermi impegnata sotto sotto questo aspetto, cercando di contribuire a mia volta alla diffusione della letteratura. Amo scrivere, quindi per me non è mai stato un problema farlo nè sotto l’aspetto giornalistico, né sotto l’aspetto narrativo, né per i blog letterari. Però, purtroppo, tutto esige tempo e quindi, ultimamente, avendo anche avuto impegni da caregiver verso i miei familiari (ho assistito la mia mamma che ha avuto una lunga malattia e ci ha lasciato da poco; e assisto ancora il mio papà che è molto fragile), e dovendo inoltre garantire una presenza in ufficio molto massiccia, visto che abbiamo sempre scopertura di organico, il mio tempo libero si è molto ristretto. Per questo cerco dare priorità in primis al percorso narrativo, accantonando il resto.
4. Lei si occupa anche di teatro. Un’artista della parola a tutto tondo. Quale stile le piace utilizzare di più? Il narrativo, il giornalistico, il legalistico, il teatrale?
R.: Ho sempre fatto teatro. Per i detenuti ho scritto le sceneggiature cercando di trasfigurare e migliorare la loro esperienza umana. In alcuni miei testi teatrali ho raccontato anche la loro giornata. Inoltre, ho messo in scena libri, talvolta anche libri miei. Mi avvantaggio, dunque, usando tutte le forme possibili perché in fondo, anche per chi scrive testi teatrali, non c’è uno stile sempre uguale da adottare. Per ogni narrazione si cerca principalmente di ricreare una suggestione che poi, sul palco, si cerca di riprodurre col corpo, con i gesti, con le pause, con le luci. Senz’altro la forma e la parola che in teatro si adattano meglio sono quelli legati all’emotività, all’emozione. Questa è una narrazione specifica che esige anche tanta disciplina - perché il teatro non è assolutamente facile - però consente più livelli lessicali. Oltre che con la parola, si può dire molto anche nel silenzio, per esempio. Per questo lo amo molto al pari della narrativa.
5. Con Virdimura, pubblicato con la casa editrice Guanda nel 2024, ha vinto il Premio Vittorini e il Premio Asti d’Appello. Ma prima di questi riconoscimenti ne ha avuti molti altri. I suoi libri sono stati anche proposti allo Strega, per esempio. C’è un premio in particolare del quale va più fiera?
R.: Con Virdimura ho avuto delle belle gratificazioni che mi hanno resa molto felice. Ma io non vedo i premi come una gratificazione personale. Mi fanno piacere, perché chiaramente al di sotto del premio c’è un’osservazione della mia storia letteraria che in qualche modo è stata recepita. Però io vedo il conferimento di un premio soprattutto come uno strumento per raggiungere il lettore. Questa è la cosa che mi sta più a cuore. Che poi è quello che chiunque di noi scrive cerca di raggiungere: un contatto intimo con l’altro, una forma di comunicazione che possa travalicare la pagina.
6. L’ultimo suo romanzo, Joanna degli incanti, pubblicato nel 2026 sempre con la casa editrice Guanda, da quale idea iniziale è nato? L’ha ispirata il fatto che una donna come Joanna de Austa, in pieno Settecento, si sia creata da sola una tipografia - sorta di casa editrice ante litteram- o la possibilità per lei di valorizzare il mondo editoriale tramite la figura di questa monaca carmelitana coraggiosa? In altre parole, la protagonista l’ha accalappiata? O lei ha studiato e proposto con intenzionalità precisa questa vicenda, proprio per omaggiare il mondo della carta stampa che riguarda tutti noi scrittori?
R.: Tutto è nato dopo la lettura di un bellissimo saggio letterario edito da Sellerio e curato da una scrittrice e ricercatrice palermitana che si chiama Maria Sofia Messana. Ho scoperto così le vicende di Joanna e sono rimasta molto colpita dalla sua storia oggettivamente molto articolata. Questa donna in poco tempo, nell’arco della sua vita, vive tante condizioni e tanti stati, figlia, moglie, madre, ma anche poi monaca e soprattutto grande imprenditrice. Però ciò che mi ha colpita di più è la sua pietà umana, il suo grande livello di apertura verso l’altro, il suo amore per le condizioni dei fragili, degli ultimi, dei defilati, degli abbandonati. Joanna pianta un seme di innovazione: apre una cartiera e poi una casa editrice guidata da una grande visione, un grande sogno, che è quello di far lavorare al suo interno i non vedenti. Mi è sembrato bellissimo che è una casa editrice che esige la vista, la capacità percettiva, visto che necessariamente si scontra e si incontra con la parola, sia stata affidata a coloro che questa parola non la possono neanche vedere. Joanna raggiunse degli altri livelli produttivi pur utilizzando dei lavoranti che non avevano la possibilità nemmeno di vedere le lettere che incasellavano (si trattava dei caratteri mobili di stampa inventati da Gutenberg): li toccavano, li tastavano, però non li vedevano. Erano inoltre retribuiti con una paga dignitosissima che li poneva nella possibilità di essere autonomi, di essere tutelati. E anche questo a livello giuridico mi è piaciuto molto, perché testimonia la capacità di Joanna di saper vedere nell’altro non soltanto una creatura dedita al lavoro, alla fatica, ma una creatura che ha bisogno di relazionarsi e di farlo in un luogo come quello del lavoro in cui la pienezza dell’incontro con l’altro deve essere anche garantita e tutelata.
7. La caratteristica di indagare i fatti storici per scrivere i suoi romanzi, da cosa deriva? Da una sua passione? Dal suo lavoro di magistrato?
R.: I fatti storici per me sono un altro personaggio. Cioè la Storia, quella che Elsa Morante chiamava “lo stupro ai danni dei piccoli”, è un personaggio al pari degli esseri umani. La Storia incide nel nostro destino, quindi io credo che debba esserle concesso uno spazio adeguato nella letteratura. Questo non mi deriva tanto dal mio lavoro di magistrato, ma dalla mia passione umanistica. Ho sempre letto saggi e romanzi storici fin da piccolissima. La Storia ha sempre fatto parte di una impostazione di base dalla quale non posso prescindere. Non a caso ho amato molto Marguerite Yourcenar, Elsa Morante, Anna Maria Ortese, scrittrici per le quali la storia è un elemento imprescindibile della narrazione.
8. Nel corso del tempo ha cambiato varie case editrici: Perrone, Romeo editore, Sampognaro & Pupi, Cavallo di Ferro, fino ad arrivare alle major come E/O, Neri Pozza e adesso Guanda. Queste variazioni sono scelte sue? Quanto, secondo lei, un libro che affronta una tematica specifica, storica, metaletteraria, ecc., necessita di supporto per la sua validazione, garantito magari dalla presa in carico di una casa editrice specifica o di una collana editoriale monotematica?
R.: Sì, ho cambiato casa editrici, ma le variazioni non sono state dettate da me, quanto dalla mia agenzia letteraria MalaTesta Literary Agency di Milano che mi segue ormai da dieci anni e che mi aiuta anche con le traduzioni all’estero. Ogni mio libro ha una voce diversa, e dunque spesso ho avuto bisogno di un supporto editoriale diverso. I primi i primi esperimenti letterari sono stati caratterizzati da case editrici molto molto attente ma più piccoline, poi pian piano ci sono stati dei passi in avanti indirizzati, come dicevo, dalla mia agenzia letteraria. I miei agenti, che considero dei veri amici, sono sempre molto attenti nel valorizzare il testo di ogni mio romanzo e quando è pronto cercano di mettere il manoscritto finale a contatto con delle realtà editoriali che lo possano sostenere al meglio.
9. Che rapporto ha con la lettura? Legge cosa? Partecipa a reading e a gruppi di lettura?
R.: Io leggo moltissimo. Non ho il tempo di partecipare a reading e gruppi di lettura, però ogni volta che qualche gruppo di lettura legge i miei romanzi, mi rendo sempre disponibile a partecipare. Sono una grande amante della narrazione pura ma anche di saggi storici, soprattutto di quelli che sanno attraversare la storia e il passato con uno sguardo creativo. Le mie letture variano dai classici, ai quali sono molto legata, ai contemporanei. Leggo tantissime scrittrici contemporanee, Stefania Auci, Nadia Terranova, Costanza Di Quattro, Silvia Avallone, Piera Ventre. Ultimamente ho letto un libro appena uscito di un grande scrittore italiano che si chiama Jonathan Bazzi e che ha scritto un bellissimo romanzo per Mondadori intitolato Bestiola.
10. A cosa sta lavorando adesso? Ci può anticipare qualcosa sulla sua prossima pubblicazione?
R.: Sto già lavorando a un nuovo personaggio. Non posso dire molto se non che sono sulle tracce di un’altra bellissima donna.
NOTA REDAZIONALE DI LETTURA DELL’ULTIMO ROMANZO DI LO IACONO
JOANNADEGLI INCANTI (Guanda editore, 2026)
Ambientato nella Palermo del 1640, il libro ci conduce nelle prigioni dell’Inquisizione, dove Joanna De Austa, monaca carmelitana, attende di conoscere le ragioni del proprio arresto. È da questa sospensione, da questo luogo di costrizione e incertezza, che prende forma il racconto di una vita straordinaria: un’esistenza attraversata da perdite, affetti, prove dolorose e rinascite, ma soprattutto animata da un’irriducibile sete di conoscenza e libertà.
Joanna è una donna che impara a riconoscere nei libri non soltanto una fonte di sapere, ma una possibilità di emancipazione, uno spazio in cui il pensiero può sottrarsi alle convenzioni e immaginare nuove strade. L’incontro con figure decisive, tra cui lo zio vescovo e la piccola Nucidda, le insegna che esistono molti modi di guardare il mondo e che talvolta proprio le fragilità possono diventare una forma inattesa di forza. La sua intuizione di trasformare la cartiera di famiglia in una piccola casa editrice rende ancora più luminosa la sua vicenda: un gesto di straordinaria modernità, attraverso il quale la cultura si fa concreta possibilità di riscatto, condivisione e libertà.
La scrittura di Lo Iacono accompagna questa storia con una lingua evocativa, sensibile alle sfumature dell’animo umano, capace di restituire al passato una sorprendente prossimità con il presente. La Storia non rimane sullo sfondo come semplice ricostruzione d’epoca, ma diventa materia viva, luogo di interrogazione e di ascolto. E Joanna, pagina dopo pagina, smette di essere soltanto una figura riemersa dagli archivi per diventare una presenza autentica, capace di parlarci ancora oggi.
FRASI SCELTE
«Se volevo pensare bene, dovevo parlare bene, perché tra parola e pensiero c’era un nesso umile e sacro» (pg. 77).
«È semplice, mi diceva [lo zio Vescovo, N.d.R.] ridendo e inquadrando con un tubolo di legno la stella profetica. Non siamo esseri umani che vivono una esperienza spirituale. Ma esseri spirituali che vivono una esperienza umana. [...] Non badare a chi minimizza l’istruzione, ma non pensare mai che la cultura assolva da sé ad ogni esigenza. Essa ti servirà solo se saprai farne uno strumento di compassione. Se invece ti dovesse condurre verso la vanità, se dovesse farti sentire superiore agli altri, se ti dovesse far presagire l’idea di avere o sapere più di un timido, di un perseguitato, di un indifeso, torna ignorante, picciridda, dimentica i tomi, le lingue indovine, i segni e le liturgie semantiche. Se devi usarle come armi, o come mezzi di esclusione, regredisci, rimpicciolisci. Ma se invece con i libri potrai vedere oltre, se ti apriranno le strade nascoste dei fuggiaschi e degli straziati, se ti convinceranno a diventare sempre più umile, allora crea una biblioteca universale, mettila a disposizione di tutti. […] Così, leggevo Anselmo di Canterbury che era stato priore dell’abbazia di Notre-Dame du Bec e l’aveva diretta con saggezza. E conoscevo a memoria l’ebreo Mosè Maimonide che aveva scritto La guida dei perplessi. Non trascuravo mai nemmeno le poetesse, che spesso erano costrette a darsi nomi maschili per poter discettare di poesia. E le opere in lingua popolare come la Chanson de Roland, che avvicinavano le parole ai singhiozzi e alla fame» (pgg. 92-93).
«(Ranieri) Aveva il sogno di realizzare libri a basso prezzo per renderli accessibili a tutti. Era un visionario. Immaginava libri tascabili, libri pieghevoli, libri volatili, libri del riposo, libri del mattino, libri della sera. Iniziò a creare veri e propri cataloghi con tipologie di letture diversificate in base all’età, al carattere, al sesso, al credo religioso. Riceveva scrittori, poeti, filosofi che gli illustravano le loro opere e per i quali ritagliava copertine dall’erba, dalla paglia, dal fango. Una volta un codice miniato del 1200 gli rivelò che nel Nord Europa il vetro veniva realizzato non con la soda ma con la potassa, facilmente ottenibile dalla cenere di legno. Raccolse quindi tutta la cenere che si formava dai bracieri, dai camini, dai macchinari e la trasformò in vetro. La copertina che ne venne fuori era lucida come una lacrima. Trasparente come il respiro.[…] Io lo guardavo in silenzio. Mi pareva affamato. Di esperienze. Di soluzioni. Di strade» (pg. 181)
«Lo zio Vescovo aveva violato tutti i limiti che gli aveva imposto mia nonna. Non mi aveva dato una educazione utile a fare la moglie. Non mi aveva precluso l’apprendimento. Non mi aveva detto che ero destinata al matrimonio, a meno che non fossi presa dall’amore cantato dai trovatori e dalle donne trovatrici, chiamate trobairitz. Mi aveva resa me stessa nel modo più audace, insegnandomi a cercare una sola strada: la mia voce. E mi aveva istruita a fare ciò che facevano i semi e Nucidda. Sfidare la fine. Vedere nel buio» (pg. 93).
«[…] tutta la vita non è altro che un grandioso computo delle giornate agricole, un calendario dei tempi buoni, delle piogge e delle siccità. Una volta, infatti, anni prima della mia vedovanza, mi avevano spiegato: Figlia, prima prepara la terra per la semina. Fa’ il solco. Olia l’aratro. Poi getta il seme. Poi guardalo fiorire. Ma quando è ormai sbocciato e pieno, quando si sbilancia sullo stelo, non ti attaccare alla sua bellezza. Non appagarti dei frutti. Preparati per il tempo della potatura» (pg. 200).
L’AUTRICE
Simona Lo Iacono (Siracusa 1970). Magistrato presso il tribunale di Catania, presta volontariato al carcere di Brucali (Augusta), tenendo lezioni di letteratura e teatro. Cura circoli di lettura e convegni letterario/giuridici. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea dei giudici-scrittori e della Società Italiana di Diritto e Letteratura (SIDL). Curatrice delle rubriche “Letteratura è diritto, letteratura è vita” sul blog Letteratitudine di Massimo Maugeri e “Scrittori allo specchio” nella pagina culturale de La Sicilia, ha esordito nel 2006 con il racconto I semi delle fave (Romeo editore, 2006), a cui ha fatto seguito due anni più tardi il primo romanzo Tu non dici parole (G. Perrore, 2008, premio Vittorini Opera prima 2008). Tra i suoi altri scritti si ricordano Stasera Anna dorme presto (Cavallo di ferro, 2011), La coda di pesce che inseguiva l’Amore con Massimo Maugeri (Sampognaro & Pupi, 2011), Effatà (Cavallo di ferro, 2013, Premio Martoglio 2013), Le streghe di Lenzavacche (Edizioni E/O, 2016, Premio Chianti 2017 e presentato al Premio Strega 2016 da Paolo Di Stefano e Romana Petri), Il morso (Neri Pozza, 2017, Premio Racalmare “Leonardo Sciascia” Città di Grotte 2017), L’albatro (Neri Pozza, 2019, Premio Letterario Città di Erice 2020), La tigre di Noto (Neri Pozza, 2021, Premio Letterario Città di Erice 2022), Il mistero di Anna (Neri Pozza, 2022), Virdimura (Guanda, 2024, vincitore del Premio Vittorini 2024 e del Premio Asti d’Appello 2025; nella traduzione francese La guérisseuse de Catane per la casa editrice Métaillié è attualmente finalista al Prix du Roman "George Sand" 2026 ), Joanna degli incanti (Guanda, 2026, vincitore e del Premio Racalmare “Leonardo Sciascia” Città di Grotte 2026).





