martedì 27 ottobre 2026

 


INTERVISTA ALLA SCRITTRICE

SIMONA LO IACONO

di Tìndara Rasi


Magistrato e scrittrice, siciliana, Simona Lo Iacono ha costruito negli anni un universo narrativo in cui le figure femminili, spesso marginalizzate dalla Storia ufficiale, ritrovano dignità, voce e possibilità di riscatto. Dai precedenti romanzi fino a Virdimura, l’autrice ha dimostrato una particolare sensibilità nel raccontare donne capaci di opporsi ai confini imposti dal proprio tempo. Una sensibilità che ho ritrovato, con rinnovata intensità, nel suo ultimo romanzo, Joanna degli incanti, pubblicato da Guanda nel 2026.

Proprio in seguito all’interesse suscitato dalla lettura di quest’opera che definisco “storico-documentale”, è nata la bella chiacchierata che ci siamo regalate attraverso alcuni messaggi vocali su WhatsApp: una conversazione che ha avuto il calore e la spontaneità di un incontro, e che mi ha permesso di avvicinarmi ancora di più all’autrice e al mondo di Joanna degli incanti. Ne è scaturito un dialogo che desidero condividere con i miei lettori, nella convinzione che dietro ogni libro capace di emozionarci ci sia sempre una voce in presa diretta da ascoltare.

Vi invito dunque a leggere questa intervista a Simona Lo Iacono, lasciandovi guidare dalla sua voce e dalla storia di Joanna: una donna che ci ricorda come i libri possano aprire varchi anche nei luoghi più chiusi e come la libertà, talvolta, cominci proprio dal coraggio di immaginare un destino diverso.



1. Simona Lo Iacono, lei è una scrittrice pluripubblicata e vincitrice di numerosi premi letterari. È anche un magistrato. Quanto incide la sua professione sul lavoro di scrittrice e come riesce a conciliare questi due aspetti, trovando il tempo per dedicarsi alla letteratura?

R.: Incide molto perché sul banco d’udienza di un magistrato arriva la fragilità, certamente non la forza. La mia professione mi mette costantemente a contatto con la realtà umana, con la fragilità, con le istanze dei deboli, di coloro che hanno bisogno di protezione. Elementi che confluiscono sempre nella mia narrazione: parlo spesso degli ultimi, di coloro che sono un po’ zoppicanti, un po’ trafelati, un po’ malmessi. Invece è difficilissimo conciliare la mia professione con la scrittura. Ci vogliono grandi sacrifici, sebbene affrontati con molto amore. Perché io amo molto il mio lavoro, così come amo tanto l’attività letteraria. E dunque, necessariamente, devo organizzarmi per conciliare tutto, cercando anche di essere molto rigorosa. La precedenza va data necessariamente al lavoro, ma poi, nei momenti liberi, cerco di ritagliarmi i giusti spazi per la letteratura. In genere, poiché i miei sono tutti romanzi storici, durante l’estate sfrutto il periodo di ferie per effettuare le ricerche e impostare un pochino la narrazione. Poi pian piano, nel corso dell’anno, vado riempiendo i vuoti.


2. La sua esperienza presso il carcere di Brucoli ha inciso in che modo sulla sua modalità scritturale?

R.: L’esperienza presso il carcere di Brucoli non ha inciso sulla riflessione formale, lessicale, linguistica. Io sono approdata in carcere quando avevo già portato a termine alcune mie riflessioni sulla scrittura, sulla forma, quindi non è stato quello ad incidere. Però l’esperienza presso il carcere di Brucoli mi ha fatto approfondire questo tema. Nel carcere si ritrovano situazioni di grande emarginazione, di difficoltà. E anche di impossibilità sociale a far sentire la propria voce, perché il detenuto spessissimo è allontanato dalla società. Ma queste persone hanno bisogno della possibilità del cambiamento e della rivoluzione interiore. La scrittura e il teatro sono delle ottime metodologie per cercare di arricchire l’esperienza del detenuto, sia a livello progettuale ma anche a livello valoriale. Entrambi questi progetti carcerari offrono valori, offrono a chi ne beneficia una possibilità di confrontarsi con l’altro. Inoltre, permettono di fare un viaggio nell’alterità che per il detenuto è importante perché gli fa scoprire il ruolo anche di coloro che ha offeso, il ruolo della vittima. Quando si cambia lo sguardo attraverso il teatro, attraverso la letteratura, può iniziare il cambiamento.


3. Lei si è anche occupata di stilare recensioni critiche presso testate giornalistiche siciliane e per un blog letterario. L’apertura verso altri che scrivono può essere gratificante, quasi come fare da scouting o da recruiting letterario per presentare al mondo letterario i colleghi meno noti ma comunque validi. Questo impegno l’ha vissuto come un dovere morale e di “restituzione”, avendo lei raggiunto la notorietà artistica? O un impegno che sottrae energie e tempo, agevolando altri ma non se stessi?

R.: Io non ho un blog letterario mio, ma ho collaborato per tanto tempo al blog Letteratitudine del bravissimo Massimo Maugeri, e ho scritto per il quotidiano La Sicilia. Ho sempre cercato di tenermi impegnata sotto sotto questo aspetto, cercando di contribuire a mia volta alla diffusione della letteratura. Amo scrivere, quindi per me non è mai stato un problema farlo nè sotto l’aspetto giornalistico, né sotto l’aspetto narrativo, né per i blog letterari. Però, purtroppo, tutto esige tempo e quindi, ultimamente, avendo anche avuto impegni da caregiver verso i miei familiari (ho assistito la mia mamma che ha avuto una lunga malattia e ci ha lasciato da poco; e assisto ancora il mio papà che è molto fragile), e dovendo inoltre garantire una presenza in ufficio molto massiccia, visto che abbiamo sempre scopertura di organico, il mio tempo libero si è molto ristretto. Per questo cerco dare priorità in primis al percorso narrativo, accantonando il resto.

4. Lei si occupa anche di teatro. Un’artista della parola a tutto tondo. Quale stile le piace utilizzare di più? Il narrativo, il giornalistico, il legalistico, il teatrale?

R.: Ho sempre fatto teatro. Per i detenuti ho scritto le sceneggiature cercando di trasfigurare e migliorare la loro esperienza umana. In alcuni miei testi teatrali ho raccontato anche la loro giornata. Inoltre, ho messo in scena libri, talvolta anche libri miei. Mi avvantaggio, dunque, usando tutte le forme possibili perché in fondo, anche per chi scrive testi teatrali, non c’è uno stile sempre uguale da adottare. Per ogni narrazione si cerca principalmente di ricreare una suggestione che poi, sul palco, si cerca di riprodurre col corpo, con i gesti, con le pause, con le luci. Senz’altro la forma e la parola che in teatro si adattano meglio sono quelli legati all’emotività, all’emozione. Questa è una narrazione specifica che esige anche tanta disciplina - perché il teatro non è assolutamente facile - però consente più livelli lessicali. Oltre che con la parola, si può dire molto anche nel silenzio, per esempio. Per questo lo amo molto al pari della narrativa.


5. Con Virdimura, pubblicato con la casa editrice Guanda nel 2024, ha vinto il Premio Vittorini e il Premio Asti d’Appello. Ma prima di questi riconoscimenti ne ha avuti molti altri. I suoi libri sono stati anche proposti allo Strega, per esempio. C’è un premio in particolare del quale va più fiera?

R.: Con Virdimura ho avuto delle belle gratificazioni che mi hanno resa molto felice. Ma io non vedo i premi come una gratificazione personale. Mi fanno piacere, perché chiaramente al di sotto del premio c’è un’osservazione della mia storia letteraria che in qualche modo è stata recepita. Però io vedo il conferimento di un premio soprattutto come uno strumento per raggiungere il lettore. Questa è la cosa che mi sta più a cuore. Che poi è quello che chiunque di noi scrive cerca di raggiungere: un contatto intimo con l’altro, una forma di comunicazione che possa travalicare la pagina.


6. L’ultimo suo romanzo, Joanna degli incanti, pubblicato nel 2026 sempre con la casa editrice Guanda, da quale idea iniziale è nato? L’ha ispirata il fatto che una donna come Joanna de Austa, in pieno Settecento, si sia creata da sola una tipografia - sorta di casa editrice ante litteram- o la possibilità per lei di valorizzare il mondo editoriale tramite la figura di questa monaca carmelitana coraggiosa? In altre parole, la protagonista l’ha accalappiata? O lei ha studiato e proposto con intenzionalità precisa questa vicenda, proprio per omaggiare il mondo della carta stampa che riguarda tutti noi scrittori?

R.: Tutto è nato dopo la lettura di un bellissimo saggio letterario edito da Sellerio e curato da una scrittrice e ricercatrice palermitana che si chiama Maria Sofia Messana. Ho scoperto così le vicende di Joanna e sono rimasta molto colpita dalla sua storia oggettivamente molto articolata. Questa donna in poco tempo, nell’arco della sua vita, vive tante condizioni e tanti stati, figlia, moglie, madre, ma anche poi monaca e soprattutto grande imprenditrice. Però ciò che mi ha colpita di più è la sua pietà umana, il suo grande livello di apertura verso l’altro, il suo amore per le condizioni dei fragili, degli ultimi, dei defilati, degli abbandonati. Joanna pianta un seme di innovazione: apre una cartiera e poi una casa editrice guidata da una grande visione, un grande sogno, che è quello di far lavorare al suo interno i non vedenti. Mi è sembrato bellissimo che è una casa editrice che esige la vista, la capacità percettiva, visto che necessariamente si scontra e si incontra con la parola, sia stata affidata a coloro che questa parola non la possono neanche vedere. Joanna raggiunse degli altri livelli produttivi pur utilizzando dei lavoranti che non avevano la possibilità nemmeno di vedere le lettere che incasellavano (si trattava dei caratteri mobili di stampa inventati da Gutenberg): li toccavano, li tastavano, però non li vedevano. Erano inoltre retribuiti con una paga dignitosissima che li poneva nella possibilità di essere autonomi, di essere tutelati. E anche questo a livello giuridico mi è piaciuto molto, perché testimonia la capacità di Joanna di saper vedere nell’altro non soltanto una creatura dedita al lavoro, alla fatica, ma una creatura che ha bisogno di relazionarsi e di farlo in un luogo come quello del lavoro in cui la pienezza dell’incontro con l’altro deve essere anche garantita e tutelata.


7. La caratteristica di indagare i fatti storici per scrivere i suoi romanzi, da cosa deriva? Da una sua passione? Dal suo lavoro di magistrato?

R.: I fatti storici per me sono un altro personaggio. Cioè la Storia, quella che Elsa Morante chiamava “lo stupro ai danni dei piccoli”, è un personaggio al pari degli esseri umani. La Storia incide nel nostro destino, quindi io credo che debba esserle concesso uno spazio adeguato nella letteratura. Questo non mi deriva tanto dal mio lavoro di magistrato, ma dalla mia passione umanistica. Ho sempre letto saggi e romanzi storici fin da piccolissima. La Storia ha sempre fatto parte di una impostazione di base dalla quale non posso prescindere. Non a caso ho amato molto Marguerite Yourcenar, Elsa Morante, Anna Maria Ortese, scrittrici per le quali la storia è un elemento imprescindibile della narrazione.


8. Nel corso del tempo ha cambiato varie case editrici: Perrone, Romeo editore, Sampognaro & Pupi, Cavallo di Ferro, fino ad arrivare alle major come E/O, Neri Pozza e adesso Guanda. Queste variazioni sono scelte sue? Quanto, secondo lei, un libro che affronta una tematica specifica, storica, metaletteraria, ecc., necessita di supporto per la sua validazione, garantito magari dalla presa in carico di una casa editrice specifica o di una collana editoriale monotematica?

R.: Sì, ho cambiato casa editrici, ma le variazioni non sono state dettate da me, quanto dalla mia agenzia letteraria MalaTesta Literary Agency di Milano che mi segue ormai da dieci anni e che mi aiuta anche con le traduzioni all’estero. Ogni mio libro ha una voce diversa, e dunque spesso ho avuto bisogno di un supporto editoriale diverso. I primi i primi esperimenti letterari sono stati caratterizzati da case editrici molto molto attente ma più piccoline, poi pian piano ci sono stati dei passi in avanti indirizzati, come dicevo, dalla mia agenzia letteraria. I miei agenti, che considero dei veri amici, sono sempre molto attenti nel valorizzare il testo di ogni mio romanzo e quando è pronto cercano di mettere il manoscritto finale a contatto con delle realtà editoriali che lo possano sostenere al meglio.


9. Che rapporto ha con la lettura? Legge cosa? Partecipa a reading e a gruppi di lettura?

R.: Io leggo moltissimo. Non ho il tempo di partecipare a reading e gruppi di lettura, però ogni volta che qualche gruppo di lettura legge i miei romanzi, mi rendo sempre disponibile a partecipare. Sono una grande amante della narrazione pura ma anche di saggi storici, soprattutto di quelli che sanno attraversare la storia e il passato con uno sguardo creativo. Le mie letture variano dai classici, ai quali sono molto legata, ai contemporanei. Leggo tantissime scrittrici contemporanee, Stefania Auci, Nadia Terranova, Costanza Di Quattro, Silvia Avallone, Piera Ventre. Ultimamente ho letto un libro appena uscito di un grande scrittore italiano che si chiama Jonathan Bazzi e che ha scritto un bellissimo romanzo per Mondadori intitolato Bestiola.


10. A cosa sta lavorando adesso? Ci può anticipare qualcosa sulla sua prossima pubblicazione?

R.: Sto già lavorando a un nuovo personaggio. Non posso dire molto se non che sono sulle tracce di un’altra bellissima donna.



NOTA REDAZIONALE DI LETTURA DELL’ULTIMO ROMANZO DI LO IACONO

JOANNADEGLI INCANTI (Guanda editore, 2026)

Ambientato nella Palermo del 1640, il libro ci conduce nelle prigioni dell’Inquisizione, dove Joanna De Austa, monaca carmelitana, attende di conoscere le ragioni del proprio arresto. È da questa sospensione, da questo luogo di costrizione e incertezza, che prende forma il racconto di una vita straordinaria: un’esistenza attraversata da perdite, affetti, prove dolorose e rinascite, ma soprattutto animata da un’irriducibile sete di conoscenza e libertà.

Joanna è una donna che impara a riconoscere nei libri non soltanto una fonte di sapere, ma una possibilità di emancipazione, uno spazio in cui il pensiero può sottrarsi alle convenzioni e immaginare nuove strade. L’incontro con figure decisive, tra cui lo zio vescovo e la piccola Nucidda, le insegna che esistono molti modi di guardare il mondo e che talvolta proprio le fragilità possono diventare una forma inattesa di forza. La sua intuizione di trasformare la cartiera di famiglia in una piccola casa editrice rende ancora più luminosa la sua vicenda: un gesto di straordinaria modernità, attraverso il quale la cultura si fa concreta possibilità di riscatto, condivisione e libertà.

La scrittura di Lo Iacono accompagna questa storia con una lingua evocativa, sensibile alle sfumature dell’animo umano, capace di restituire al passato una sorprendente prossimità con il presente. La Storia non rimane sullo sfondo come semplice ricostruzione d’epoca, ma diventa materia viva, luogo di interrogazione e di ascolto. E Joanna, pagina dopo pagina, smette di essere soltanto una figura riemersa dagli archivi per diventare una presenza autentica, capace di parlarci ancora oggi.


FRASI SCELTE

«Se volevo pensare bene, dovevo parlare bene, perché tra parola e pensiero c’era un nesso umile e sacro» (pg. 77).


«È semplice, mi diceva [lo zio Vescovo, N.d.R.] ridendo e inquadrando con un tubolo di legno la stella profetica. Non siamo esseri umani che vivono una esperienza spirituale. Ma esseri spirituali che vivono una esperienza umana. [...] Non badare a chi minimizza l’istruzione, ma non pensare mai che la cultura assolva da sé ad ogni esigenza. Essa ti servirà solo se saprai farne uno strumento di compassione. Se invece ti dovesse condurre verso la vanità, se dovesse farti sentire superiore agli altri, se ti dovesse far presagire l’idea di avere o sapere più di un timido, di un perseguitato, di un indifeso, torna ignorante, picciridda, dimentica i tomi, le lingue indovine, i segni e le liturgie semantiche. Se devi usarle come armi, o come mezzi di esclusione, regredisci, rimpicciolisci. Ma se invece con i libri potrai vedere oltre, se ti apriranno le strade nascoste dei fuggiaschi e degli straziati, se ti convinceranno a diventare sempre più umile, allora crea una biblioteca universale, mettila a disposizione di tutti. […] Così, leggevo Anselmo di Canterbury che era stato priore dell’abbazia di Notre-Dame du Bec e l’aveva diretta con saggezza. E conoscevo a memoria l’ebreo Mosè Maimonide che aveva scritto La guida dei perplessi. Non trascuravo mai nemmeno le poetesse, che spesso erano costrette a darsi nomi maschili per poter discettare di poesia. E le opere in lingua popolare come la Chanson de Roland, che avvicinavano le parole ai singhiozzi e alla fame» (pgg. 92-93).


«(Ranieri) Aveva il sogno di realizzare libri a basso prezzo per renderli accessibili a tutti. Era un visionario. Immaginava libri tascabili, libri pieghevoli, libri volatili, libri del riposo, libri del mattino, libri della sera. Iniziò a creare veri e propri cataloghi con tipologie di letture diversificate in base all’età, al carattere, al sesso, al credo religioso. Riceveva scrittori, poeti, filosofi che gli illustravano le loro opere e per i quali ritagliava copertine dall’erba, dalla paglia, dal fango. Una volta un codice miniato del 1200 gli rivelò che nel Nord Europa il vetro veniva realizzato non con la soda ma con la potassa, facilmente ottenibile dalla cenere di legno. Raccolse quindi tutta la cenere che si formava dai bracieri, dai camini, dai macchinari e la trasformò in vetro. La copertina che ne venne fuori era lucida come una lacrima. Trasparente come il respiro.[…] Io lo guardavo in silenzio. Mi pareva affamato. Di esperienze. Di soluzioni. Di strade» (pg. 181)


«Lo zio Vescovo aveva violato tutti i limiti che gli aveva imposto mia nonna. Non mi aveva dato una educazione utile a fare la moglie. Non mi aveva precluso l’apprendimento. Non mi aveva detto che ero destinata al matrimonio, a meno che non fossi presa dall’amore cantato dai trovatori e dalle donne trovatrici, chiamate trobairitz. Mi aveva resa me stessa nel modo più audace, insegnandomi a cercare una sola strada: la mia voce. E mi aveva istruita a fare ciò che facevano i semi e Nucidda. Sfidare la fine. Vedere nel buio» (pg. 93).


«[…] tutta la vita non è altro che un grandioso computo delle giornate agricole, un calendario dei tempi buoni, delle piogge e delle siccità. Una volta, infatti, anni prima della mia vedovanza, mi avevano spiegato: Figlia, prima prepara la terra per la semina. Fa’ il solco. Olia l’aratro. Poi getta il seme. Poi guardalo fiorire. Ma quando è ormai sbocciato e pieno, quando si sbilancia sullo stelo, non ti attaccare alla sua bellezza. Non appagarti dei frutti. Preparati per il tempo della potatura» (pg. 200).






L’AUTRICE

Simona Lo Iacono (Siracusa 1970). Magistrato presso il tribunale di Catania, presta volontariato al carcere di Brucali (Augusta), tenendo lezioni di letteratura e teatro. Cura circoli di lettura e convegni letterario/giuridici. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea dei giudici-scrittori e della Società Italiana di Diritto e Letteratura (SIDL). Curatrice delle rubriche “Letteratura è diritto, letteratura è vita” sul blog Letteratitudine di Massimo Maugeri e “Scrittori allo specchio” nella pagina culturale de La Sicilia, ha esordito nel 2006 con il racconto I semi delle fave (Romeo editore, 2006), a cui ha fatto seguito due anni più tardi il primo romanzo Tu non dici parole (G. Perrore, 2008, premio Vittorini Opera prima 2008). Tra i suoi altri scritti si ricordano Stasera Anna dorme presto (Cavallo di ferro, 2011), La coda di pesce che inseguiva l’Amore con Massimo Maugeri (Sampognaro & Pupi, 2011), Effatà (Cavallo di ferro, 2013, Premio Martoglio 2013), Le streghe di Lenzavacche (Edizioni E/O, 2016, Premio Chianti 2017 e presentato al Premio Strega 2016 da Paolo Di Stefano e Romana Petri), Il morso (Neri Pozza, 2017, Premio Racalmare “Leonardo Sciascia” Città di Grotte 2017), L’albatro (Neri Pozza, 2019, Premio Letterario Città di Erice 2020), La tigre di Noto (Neri Pozza, 2021, Premio Letterario Città di Erice 2022), Il mistero di Anna (Neri Pozza, 2022), Virdimura (Guanda, 2024, vincitore del Premio Vittorini 2024 e del Premio Asti d’Appello 2025; nella traduzione francese La guérisseuse de Catane per la casa editrice Métaillié è attualmente finalista al Prix du Roman "George Sand" 2026 ), Joanna degli incanti (Guanda, 2026, vincitore e del Premio Racalmare “Leonardo Sciascia” Città di Grotte 2026).



martedì 15 settembre 2026

 15 SETTEMBRE - 2 OTTOBRE

LE REGOLE INFRANTE DI SILVA GENTILINI
di Tìndara Rasi



«Lei è sempre stata quella perfetta, corretta. Ha subìto senza protestare, accondiscendente come un cane, assertiva come una bimba spaventata. Doveva arrivare a cinquant’anni per capire la bellezza delle regole infrante, delle regole sfasciate, frantumate e spezzate» (Le regole infrante, di Silva Gentilini, Edizioni Piemme, 2025, pg. 180).

È Bianca Aldobrandeschi a parlare, una delle tante ricoverate presso “Villa delle Rose” (con la R maiuscola spiega il Guardiano a pg. 9). Una che non si è fatta schiacciare anche se si considerava una calzina spaiata o un anello mancante. Una che si sta riprendendo la vita “un giorno alla volta”, come dicono nella clinica. A Bibi «Villa delle Rose non dispiace» (pg. 17). Lei è la Contessa, è Bianca, è Bibi, è quello che è. «Una strega. Anoressica fradicia, con i capelli rossi sempre stretti in una coda o in una crocchia, è magra come un profugo che non tocca cibo da giorni» (pg. 30) la lapida il Guardiano.

Assieme a lei in quella villa «immersa in un prato con una bordura di rose, rassicurante» (pg. 23), anche Toni Rossetti, anche Vinni. Che non sono nomi. Sono processi di ingessature e fragilità interiori che non sono tracciabili nelle diagnostiche. I sintomi patognomici sono individuali ma complessi. «Fuori da quelle mura nessuno si scambia le ferite» (pg. 198), ma lì sì.

«Toni è particolare, una vecchia conoscenza della Villa. È passato dall’eroina alla metanfetamina, dagli oppiacei all’alcool facendo un giro completo» (pg. 29) dice il Guardiano. E lui stesso alla seduta della terapia di gruppo di martedì 16 settembre ammette: «Sono Toni, ho ventinove anni… Soffro di depressione e di attacchi di panico; sono qui da otto giorni, ma è la sesta volta che vengo. Si sta bene qui» (pg. 42).

Dietro queste diagnosi e cartelle cliniche, l’umanità.

«È evidente che Toni abbia legato con la strega. Si sono chiusi un paio di volte in camera con Bianca, e lui l’ha fatta ridere con i suoi racconti da deficiente» (pg. 48). Il Guardiano sa anche questo. Ma Toni potrebbe avere l’età di suo figlio e anche se la fa ridere, se la prende tra le braccia e l’annusa, non va bene per lei. E Toni ama le moto.

Venezia Bellini, detta Vinni, arriva lì il 15 settembre perché ha bisogno di uscire dal suo personale incubo di dolore ma anche dall’abuso di farmaci che non leniscono nulla. Rivive ogni istante l’incubo di sua madre finita senza testa sull’asfalto dopo che un motociclista le ha tagliato la strada ed è scappato senza chiamare i soccorsi. È lì però perché «non vuole essere una sopravvissuta. Vuole sentirsi viva per davvero» (pg. 38), vuole riprendersi la vita in mano. Magari con Elia che le manda messaggi su messaggi per tutti i 17 giorni in cui rimane chiusa lì alla Villa dal 15 settembre al 2 ottobre. Anche il dottor Petrucchi le conferma «che sarà difficile, ma anche che ce la farà» (pg. 206). «E stavolta lei non scappa» (pg. 205).

Toni ama le moto. Toni scrive lettere a Bianca. Toni si sente colpevole. Toni viene trovato suicida con un cappio al collo.

Chi è stato?

Chiara Morosini la commissaria arriva assieme all’ispettore Luciani.

Carlo Maria Brembani, il Guardiano, non è contento di questa intromissione nella sua Casa dei matti, non è collaborativo. «È arrivata la Signora in giallo» (pg. 109) recalcitra. Ma la commissaria non desiste. Interroga tutti quelli che può, e sono tanti lì alla Villa. Gabriella, l’infermiera amante del Guardiano. Marina, l’altra infermiera «sempre così leggera e allegra» (pg. 190). E ci sono anche Aurelia Marconi la psicologa, il dottor Ugolini, Marzia, il dottor Petrucchi.

C’è anche Livia «tossicodipendente e autolesionista» (pg. 28).

E Virginia la cocainomane che ha una tresca con l’unico infermiere uomo (pg. 28) e ama dispensare preghiere di serenità.

E Silvia che si trincera dietro la tricotillomania per dimenticare lo stupro subito.

E Leo Solaris, «un uomo piacevole all’apparenza, ma assolutamente borderline e imprevedibile» (pg. 72), «il classico molestatore incasinato» (pg. 83).

«E poi c’è Glauco, l’ultimo arrivato, se ne sta seduto sulla poltrona vicino al letto con lo sguardo assorto. Torna (lì) una volta all’anno a ‘fare il tagliando’ come dice lui» (pg. 195). Glauco ha una carta d’identità diversa da quello del Guardiano, per questo «non ha più paura. È il momento di recidere l’ultimo filo. Di tagliare via il sangue malato» (pg. 202) e lui non si tira indietro.

Anche lui offre alla commissaria la propria versione dei fatti. Ce ne sono altre di versioni convincenti come la sua.

Ma qualcosa continua a «risuonarle in testa» (pg. 147), a non convincere del tutto la commissaria.

Lo sa che il tetto dell’omertà e dell’acquiescenza se qualcuno volesse potrebbe sfondarlo senza danni, ma lo faranno? E che cosa accadrà a chi supera quel confine?

Da quel luogo inquietante in cui «ogni cosa, ogni piccolo movimento sembra far parte di una scena già vista» (pg. 204) Vinni il 2 ottobre riuscirà ad andare via? Bianca, Livia, Virginia, Silvia, Leo? I muri di vetro rischiano di frantumarsi come il parabrezza di sua madre e Vinni si potrebbe ritrovare invischiata involontariamente in un ennesimo “incidente”. Deve decidere.

«Non si può cancellare quel che è accaduto, ma ripulire il resto dei ricorsi sì» (pg. 188), dice Bianca al posto suo. Forse questo è il messaggio giusto da trattenere.

Le regole infrante di Silva Gentilini, Edizioni Piemme 2025, è un bel libro, un thriller e un’inchiesta mesciati per bene. Non ruota intorno “a un fatto”, ma intorno alla “fragilità umana”. È quella la prova regina, la testimone, la “minuzia” da repertare nell’indagine che Silva Gentilini ha consegnato ai lettori.



AUTRICE DEL ROMANZO "LE REGOLE INFRANTE"

Silva Gentilini, editor di professione e ghosthwriter, ha lavorato come consulente story editor per Mediaset ed Endemol, occupandosi di fiction TV e come giornalista freelance per le riviste Cosmopolitan e Moda. Il suo precedente romanzo Le formiche non hanno ali (Mondadori, 2017), ha vinto il Premio nazionale Argentario, il Premio Città di Cattolica, il Premio internazionale di Capalbio e il Premio Spoleto Art Festival. Ha pubblicato poesie e racconti su La Tartana degli influssi. È stata anche inserita nella Lista d’onore al premio dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.


sabato 29 agosto 2026

 



ALTRE MITICHE CREATURE

LE MERAVIGLIOSE DONNE DI FULVIA PERILLO


di Tìndara Rasi




Chi è l’autrice Fulvia Perillo

Per anni medico in radioterapia, filosoa e politica, Fulvia Perillo scrive costantemente da quando aveva nove anni. Ma la sua aspirazione segreta è quella di diventare paroliera di canzoni di Sanremo. A seguito di una promessa fatta alla nonna riguardo al pubblicare libri, ha dato alle stampe Volevo un cuore di Fanti. Fisiopatologia della donna abbandonata (Edizione effequ, 2010) e successivamente Il cuore ha quasi sempre ragione (Pegasus Edizione, 2018). Sua l'idea della realizzazione della raccolta di racconti Amori sui generis, curata da Dianora Tinti (Edizioni Heimat, 2022), nella quale c'è inserito anche un altro suo racconto: Marilou10.

Altre mitiche creature tornerà il 2 settembre alle 17,30 presso il Bastione Garibaldi di Grosseto (accanto alla sala Eden) - Spazio cultura 2, Il lavoro culturale. L’evento è introdotto da Massimiliano Marcucci, Presidente della Fondazione Luciano Bianciardi.




Penso per questo che qualcosa apparirà vicino al Cinghialino.

Magari proprio un Celeste “Principio”, chissà.




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Leggere Altre mitiche creature (edizione Effigi, 2024) di Fulvia Perillo ha rappresentato una piacevole rivelazione. L’autrice ha la capacità di costruire un universo narrativo stratificato ma anche confermativo perché tutti noi, in fondo, abbiamo già incontrato le personagge che descrive: donne e presenze che eccedono il reale pur restando profondamente ancorate alle esperienze umane più concrete.

Il volume, pubblicato da Effigi, con le sue oltre 400 pagine si configura come un insieme di testi apparentemente autonomi, legati da un nucleo tematico ben definito: il femminile nelle sue forme più disparate.

Le donne protagoniste, creature mitiche ma vere, sono tutte donne che non chiedono risoluzione: accadono. E accadendo costruiscono una sorta di antropologia narrativa, in cui il privato si intreccia continuamente con il contesto storico e culturale. Ma anche gli uomini hanno una loro corposa parte.

L’opera è attraversata da una fitta rete di riferimenti. Sul piano storico-religioso emergono richiami alla Sfinge e alla dea Iside, mentre su quello filosofico l’autrice attinge a piene mani nella tradizione classica, come nel caso di Speusippo, nipote di Platone. Non si tratta di semplici citazioni, quanto di innesti intelligenti che ampliano il campo semantico dei racconti.

Anche la dimensione storica è presente, talvolta in forma esplicita – come nel caso di Flavia, figlia di Tito Flavio Lepido colpito da diàrroia – talvolta come sfondo implicito.

A ciò si aggiungono elementi relazionali primari, come l’amicizia tra Ciprian e Vittoria, e inserti di carattere quasi metafisico, come l’apparizione del “Principio” al Cinghialino, sulle mura di Grosseto: episodio che introduce una frattura nel piano del reale per veleggiare in quello pseudospirituale.

Nella prima parte del volume si sviluppano le vicissitudini di molte “creature mitiche”: donne un po’ gazzillora, vedove con ceneri al seguito pur di rispettare l’ultima promessa, Calliope stalker e Achille e i cui nomi sanno tanto di corsi universitari di Civiltà Classica, e ancora la donna bidonata perfino dagli amici che resta “in attesa di tempi migliori”, quella con la sindrome da dama bianca, quella intristita dentro un matrimonio votato all’annullamento sacro che cede all’amore sotto musiche da balera, quella che fa il figlio con un altro ma il marito accoglie lo stesso madre e figlio come suoi, quella pestata di botte che abbandona il tetto coniugale ma non essendoci ancora la legge sul divorzio arriva a rifarsi una vita pur senza riconoscimento giuridico.

Tra i racconti si colloca “fuori tema” Il mio nome è Pollyanna, dove la barboncina di Greta, detta Polly, assume il ruolo di protagonista privilegiata. Il dispositivo narrativo, apparentemente semplice, introduce in realtà un ribaltamento prospettico: l’umano viene visto da fuori, quasi studiato e ammirato, con una semplicità che sfiora la sapienza affettiva.

Di particolare interesse è anche Il cigno nero di Jennifer, ambientato nel 2118. Qui il tema della clonazione – una sorella ricreata, imperfetta, difettosa – diventa pretesto per una riflessione più ampia sull’identità. La costruzione narrativa, rigorosa e progressiva, conduce a un finale che sovverte retrospettivamente l’intero impianto del racconto, secondo una logica che potremmo definire di slittamento percettivo.

Accanto a questi testi si collocano narrazioni di tono diverso, come quella della sartina Maria Antonietta, e soprattutto una costellazione di figure femminili: vedove che portano con sé le ceneri pur di mantenere una promessa, donne intrappolate in matrimoni bianchi che cedono all’amore sotto musiche da Festival di Sanremo, altre che aggirano norme sociali ancora non formalizzate (come l’assenza del divorzio), o che restano sospese in attese senza esito, come Calliope.

Non manca una componente più leggera e grottesca: il pirata dai calzoni rosa, il Conte Pepe – figura semplice, menzognera, e proprio per questo profondamente narrativa – contribuiscono a modulare il registro complessivo, evitando ogni rigidità interpretativa.

Sul piano intertestuale, l’opera dialoga apertamente con la tradizione letteraria: si riconoscono rimandi a La coscienza di Zeno, Madame Bovary, Il fu Mattia Pascal e persino Heidi. Tuttavia, tali riferimenti non si esauriscono nella citazione, ma vengono rielaborati in funzione di una scrittura che tende costantemente alla rappresentazione di creature “altre” non nel senso “ umano” ma come schemi irripetibili. Altre nel senso più preciso del termine: spostate, disallineate, impossibili da ridurre, prudenti, temperanti, intemperanti, incompiute. E, soprattutto, mutaforma: il modello più curioso e veritiero.

Fulvia non è nuova a tali raffigurazioni. Anche in Volevo un fante di cuori c’è una sfilza di donne diverse: chi cerca il re di denari e chi invece il bel fante di cuori, e poi quelle malmaritate, altre così fedeli da essere inquietanti, altre ancora che sono una rappresentazione variegata di chi ha purtroppo il gene dell’abbandono insito in sé, con temibile tendenza alla cronicizzazione. E ci sono pure le intrepide, le inquiete, le tentennati, quelle dalla rapida risoluzione, quelle incompiute, quelle intemperanti, quelle irregolari.

Tutte in meditazione su «teoria e pratica del sentimento amoroso» (pg. 319). Tutte in cerca del «differenziale».

Tutte però che sanno ridere e cantare a dispetto degli eventi della vita.

E forse è proprio questo il loro statuto più autentico.



«La normalità non esiste […] è solo un punto e virgola per evitare di andare a capo» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “Le Temperanti”, pg. 217).

«L’inatteso è dietro l’angolo e le linee mutevoli di un esagramma possono trasformare la vita e il destino» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “San Silvestro”, pg. 260).

«Pensatevi così, capaci di aprire nuovi capitoli» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “Teoria e pratica del sentimento amoroso: il differenziale”, pg. 319).


Tìndara Rasi



venerdì 17 luglio 2026

 

PANORAMICHE POETICHE

DAI READING DE LA SETTA DEI POETI ESTINTI

di Tìndara Rasi




Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa, di Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello edizione Solferino, Milano 2026, riporta le riflessioni e gli studi compiuti da La Setta dei Poeti estinti, gruppo composto dai due autori, sulla poesia e sui poeti contemporanei. Sabia e Torsello hanno iniziato a effettuare reading presso la libreria L’altra città in zona piazza Bologna a Roma, a partire dal 2016 (cfr. pg. 50), ma il gruppo si è costituito ufficialmente solo dopo gli anni Duemila.
Il primo reading è stato intitolato Folle d’amore per te in occasione della presentazione di Alda Merini. «Le persone ascoltavano rapite le parole di Alda, sembravano berle ed emozionarsi con noi» (pg. 50). Bella partenza.
Molte altre voci poetiche si sono poi succedute. Nell’indice a pagina 221 tante donne: Amelia Rosselli, Marta Felicina Faccio (Sibilla Aleramo), Antonia Pozzi, Goliarda Sapienza, Giovanna Rosadini, Maria Grazia Calandrone, Ni’ma Hassan, Anna Achmatova (movimento dell’acmeismo). E poi gli altri: Raymond Carver, Ghiannis Ritsos, Charles Bukowski, Nâzim Hikmet, Pablo Neruda, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Primo Levi, Miklós Radnóti, Josef Čapek, Henri Pouzol, Karl Röder, Laci Vajda, Arthur Haulot, Fabien Lacombe, Mahmud Darwish, Yousef Elqedra, Garous Abdolmakeiān, Osip Mandel’štam, Ferruccio Benzoni, Alfonso Guida, Pierluigi Cappello.
Cosa spinge a strutturare un gruppo itinerante che parli di poesia e organizzi reading? «In quel momento ho pensato che io volevo stare lì, in quelle parole, in quell’atmosfera e volevo riuscire a contribuire a mia volta a costruire quell’atmosfera.» Sono parole di Maria Grazia Calandrone che viene citata a pagina 214 ma è, indubbiamente, un buon argomento per sintetizzare l’operato della Setta dei Poeti estinti.
Il sottotitolo di questo libro, La poesia che salva e come lo fa, spiega l’intento del percorso. Salva la poesia? Come? Ognuno degli autori presentati nei vari reading, esterna in qualche modo la propria particolare visione di questo tema e risponde.
Non serve scrivere o leggere poesie solo per uscire da un periodo nero come accadde ad Alda Merini o ad Amelia Rosselli. Neanche serve a sottrarsi a una costellazione di amori difficili finiti male come fu per Sibilla Aleramo, stuprata da ragazzina, poi ingabbiata in un matrimonio con un uomo violento e insensibile, fino al salvataggio del grande amore Dino Campana. O meglio, serve anche a questo, ma va sicuramente oltre.
La poesia serve, per esempio, per riprendersi la vita fisica dopo una malattia anche psichica, o per salvarsi di fronte all’atrocità di una deportazione, di una prigionia, della guerra. Aspetti forti. La poesia è canti di libertà, poi: e lo dice Ghiannis Ritsos, lo dice Nâzim Hikmet.
Persino Pierluigi Cappello cerca la libertà, ma è quella della corsa che non può più fare a causa dell’incidente che lo costringe fin dall’età di sedici anni sulla sedia a rotelle: la poesia per lui è il mezzo per travalicare il confine di se stesso. E lo stesso accade a Giovanna Rosadini che, a seguito di un coma deve letteralmente reimparare a scrivere, a usare una penna, le mani, il corpo. E per la quale poesia è anche riconoscenza: «ed è il sapervi che mi ha tenuto / in vita, questi legami, a cui / sono ancorata» (versi citati a pg. 205). Ritorna alla vita grata verso chi le ha dato forza per riprendersi, continuando a starle accanto. Grata alla poesia che le occupa la mente, che le riallena le dita. Anche per Raymond Carver la poesia è riconoscenza, ma: «nonostante tutto» (citato a pg. 30).
La poesia è scelta: Amelia Rosselli rinuncia al matrimonio e agli spartiti per studiare la metrica, uno studio serrato perché la poesia merita il suo impegno al pari della musica.
E poi cosa?
La poesia è tormento, tigre sulle spalle (Bukowski). Ostinazione investigativa e denuncia (Pascoli). Tazza di miele (Nâzim Hikmet) e canto su una barca in fuga per la moglie Münevver. La poesia può essere denuncia: Achmatova, mentre sta effettuando il colloquio con il figlio in carcere, viene avvicinata da una donna che le chiede se può descrivere tutto quell’orrore, e lei dirà che sì, può.
La poesia sa mutarsi anche in mantra ripetuto a memoria mille volte perché venga trascritta fuori dal lager, può essere la ricerca di parole essenziali per Ungaretti in trincea, una preghiera per non impazzire (il frammento di Hölderin di Erri De Luca sotto le bombe, Dante portato dappertutto a mo’ di ancora di salvezza prevedendo la deportazione come fece Osip Mandel’štam, sempre Dante spiegato da Primo Levi all’alsaziano Jean, detto Pikolo, nel breve tragitto in lager per portare il rancio fino al campo, un’ora appena).
«Il tema della memoria come base indispensabile per la conoscenza è superato dal tema della poesia a memoria come strumento di soccorso, come sponda salvifica per l’essere umano, che saprà custodirla e recuperarla quando è necessario per poter abitare un piano superiore alla realtà bruta del presente e ricordargli anche la sua identità di essere umano» (pg. 131).
Per scrivere poesie contro la dittatura ci vuole memoria robusta e coraggio. E non si parla solo della dittatura in senso specifico. Dittatura è anche un padre che impedisce di diventare poeti tanto da cambiare nome in copertina pur di pubblicare i propri versi come fece Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nato il 12 luglio del 1904 in Cile (cfr. pg.72), alias Pablo Neruda. Dittatura involontaria è il padre di Antonia Pozzi, che dopo morta manipolò per pudore e perbenismo i suoi lavori edulcorando e mitigando, operando tagli e interpolazioni, limando (cfr. pg. 122-123).
Di contro, la moglie di Osip Mandel’štam, la pittrice Nadežda Jakovlevna Chazina, mentre vengono mandati in esilio e viene imposto al poeta di non scrivere più, ascolta Osip e manda a memoria tutto, oppure nasconde nei cuscini i suoi manoscritti, incurante dei rischi, consegnandoci questo marito poeta fino ad oggi. Lo stesso il Citto Maselli di Goliarda Sapienza, che, intuendo la qualità dei suoi versi, la “libera” dal lavoro di attrice con la sua compagnia, chiudendola in casa con l’intimazione di scrivere ancora (cfr. pg 172). Goliarda finirà in prigione rubando gioielli a un’amica per pagare i debiti dovuti al suo “non lavoro”. La prigione a causa della letteratura, è una prigione che ha sapore di libertà.
La poesia può manifestare l’ossessione per l’assenza o sublimare mancanze, come in Ferruccio Bensoni, può aiutare a costruirsi da sé di fronte alla scoperta della propria omosessualità, può far scavare, guardasi dentro (cfr. pg. 188), aggiustare i danni esistenziali.
La poesia è certamente resistenza: «Sono tornato perché c’eri tu» dice Primo Levi, ed è da qui che i due autori di questo testo ricavano il titolo. Ma il sottotitolo prosegue: La poesia che salva e come lo fa. E allora la risposta?
Aiutatemi a dire (cfr. Sibilla Aleramo) ciò che resta di queste riflessioni.
La ricerca avviata da La Setta dei Poeti estinti, non ha valore di risposta definitoria, il dialogo deve proseguire riversato in altre associazioni. E dai documenti di queste, possono venirne pubblicate vedute diverse. Ma in questo libro, la risposta finale è affidata alle parole di Giovanna Rosadini: la poesia forse non salva, ma certamente «può ricordarci quella lingua, quel suono» introvabile che tutti i poeti cercano, che cerchiamo tutti, quel ronzio nucleare, quella sonorità che entra in risonanza con la materia del mondo e con le nostre molecole interiori, quella parola che - se non sappiamo da dove viene - ci può però portare direttamente in un mondo dove tutti saremo finalmente uguali (cfr. pg. 211-216).

giovedì 16 luglio 2026

 

SETE, DI AMÉLIE NOTHOMB

di Tìndara Rasi



«La notte da cui scrivo non esiste. I Vangeli sono categorici. La mia ultima notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi» ragiona Gesù nel libro Sete di Amélie Nothomb, edito da Voland nel 2020, a pg. 35. Non parla, pensa, anche se il Verbo si era fatto carne, Verbum caro, ragiona, pensa. E la Nothom è spesso votata ai canovacci teatrali o cinematografici, battute su battute, invece. Ma qui trascende dalla sua cifra consueta con grande cura. Poi ha dato voce a un ‘padre’ in Psicopompo nel 2024, voce a una ‘madre’ con Meglio così nel 2025, ma non poteva mancare un ‘figlio’. Il Figlio. È partita da lì nel 2020.
Per i contemporanei, Gesù apparve pienamente dotato di consistenza corporea e la sua vita conobbe tutte le sfumature straordinarie dell’umanità, compresa la natura ‘drammatica’ della libertà o la vergogna dovuta alla pudicizia che fa pendant con l’ostensione del corpo di chi vive. Anche la spaventosa solitudine nella finitezza dell’eschaton, è terrena.
«[…] (Era per me) terribile sentirsi morire di fronte a un pubblico passivo. E provavo una grande complicità con Gesù, ero certa di capire il subbuglio che lo animava in quel momento» (Metafisica dei tubi, 2025, pg. 55).
L’umanità di Cristo è dunque forma “compiuta” dell’umanità in generale, così ci dice la Gaudium et Spes.
Gesù visse, per esempio, in pienezza il desiderio. Il desiderio sessuale, quello di un bicchiere d’acqua, il desiderio dell’adempimento, della fine, della morte, tutto.
Cosa c’è di più umano del «cadere come un animale ferito nel luogo che sarebbe stato di rivelazioni»? (Poesia: Vie dello specchio, verso IX. Tratto dalla raccolta: Estrazione della pietra di follia (1968). Inserita in: La figlia dell'insonnia, di Alejandra Pizarnik, Crocetti editore, 2004, Milano, a pagina 85).
Dio Padre, invece, non è corpo e dunque non può cadere né provare amore, dice Nothomb per bocca di Gesù.
«È proprio questo il problema. Non conosci l’amore. L’amore è una storia, bisogna avere un corpo per raccontarla. Quanto ho appena detto non ha alcun senso per te. Se soltanto fossi consapevole della tua ignoranza!» (Sete, pg.68).
Ma questa affermazione teologicamente non è corretta. La Creazione è opera divina ad extra, fatta non per dovere ma per libero dono e gratuita iniziativa divina. Il soggetto dell’atto che fa “scaturire” la creazione, è la Trinità intera, le cui tre persone divine si distinguono solo per la “relazione” e l’ordo personarum. La Creazione è dunque, senza dubbio, un’azione divina unica (unitaria), perfettamente intrecciata di Amore (Spirito). Amore che si evince nel libero donarsi del Padre che genera il Figlio stesso nell’Amore. Discorso complesso, ma questo è. Dio non è amore carnale, è Amore di altro tipo, gratuito, donativo, universale. Il tema Paolino dell’exinanizione o kénosi: Dio, Dóxa Theoū, gloria piena, immanensità indicibile per algos (Epicuro) o aphasia (Pirrone) umana, si restringe creando noi addirittura. Se questo non è amore, direbbe qualcuno...
Perché però conduce quel Figlio alla morte in croce? Una domanda che ci facciamo tutti. Per far aprire gli occhi sullo stesso sentimento all’umanità che ha dimenticato la A maiuscola di esso. Una risposta che ci rabbonisce tutti. Dio, il go’el del suo popolo, inventa dunque questo stratagemma per assetarlo e permettere al desiderio di salvezza di impossessarsi nuovamente di Lui - e con Lui di noi. Meglio così, direbbe la piccola Amélie di Meglio così, Voland 2026.
«Mi sveglio. Mi è stato dunque concesso di sprofondare nel sonno. È un dono. Ringrazio Dio» (Sete, pg. 48), ragiona Gesù.
Necessità fisiche. Sonno, sete. Assenza, la cui soddisfazione dovrebbe ingenerare gratitudine, parole di gentilezza e cortesia sempre.
«Mi rammarico che nessuno esplori l’infinità della sete, la purezza di questo impulso, l’aspra nobiltà che ci caratterizza nell’attimo in cui la proviamo» (Sete, pg. 84) continua a ragionare il buon Gesù.
«Non sa che cosa vuol dire avere sete e non avere il diritto di bere, quando l'acqua è sotto i suoi occhi, bella, salvifica, a portata di labbra. L’acqua si nega a te che hai appena attraversato il deserto, per l’assurdo motivo che non sei di suo gusto. Come se l’acqua avesse diritto di negartisi! Che impudenza! Non sei forse tu ad aver sete di lei e non il contrario?», continua il monologo Amélie Nothomb in Cosmetica del nemico, a pg. 35-36.
Prova sete chi vive nella carne. La sete fisiologica ce l’ha chi è umano, la sete di vita chi è mortale. Gesù è diventato carne e ha sentito, vissuto, sperimentato tutto ciò. Lui, unione ipostatica, vero uomo e vero Dio, ha sentito le “cose” umane.
Fisiologia, dunque, ma dalla portata metafisica e mistica, la sete.
«L’istante ineffabile in cui l’assetato porta alle labbra un bicchiere d’acqua è Dio. È un istante di amore assoluto e di meraviglia senza limiti […] Provate a fare quest’esperienza: dopo aver patito a lungo la sete, non bevete l’acqua del vostro bicchiere d’un fiato Prendetene un sorso, tenetelo in bocca per qualche secondo prima di mandarlo giù. Prendete coscienza di questa meraviglia. Questa sensazione abbacinante è Dio» (Sete, pg. 40).
Bisogna dire che esiste una sostanziale «differenza tra esistenza (Dasein, esse), e l’essenza (Sosein, essentia) dell’uomo. In questa differenza l’esistenza umana viene caratterizzata dalla maniera dell’essere che non realizza mai la propria essenza compiutamente ma è sempre teso (divenire) a realizzarla (esse). Per questo l’uomo è continuamente teso verso quella misura compiuta della sua umanità che, rivelata da Dio nella Sua automanifestazione, definisce l’orizzonte universale del senso della sua esistenza cioè l’essenza stessa dell’uomo (essentia)» (in: La persona umana. Antropologia teologica di Angelo Scola, Gilfredo Marengo, Javier Prades López, Jacka Book, Milano 2000, pg. 58).
La grazia santificante (gratum faciens) è un abito entiativo gratificante che genera tensione versus, eliminando a priori la deriva autosoterica. Persino la giustificazione cristiana viene concessa per mezzo della grazia, dicono ancora i teologi, al fine di ottemperare al “Volo ut sis” di Sant’Agostino che Martin Heidegger rigirò ad Hannah Arendt nel 1927. Voglio che tu sia ciò che sei non esclude dunque l’opera umana. Sembra un idealismo questo clinamen che, rompendo il determinismo passivo e la necessità meccanica, volge il libero arbitrio verso la sequela libera e volontaria, tuttavia Dio ci ha resi capaci di confermare pienamente, giorno per giorno, la nostra esistenza in Cristo (perseveranza attiva). La grazia efficiente è vere sufficiens, sempre sufficiente, ed è a nostra disposizione. Ovviamente, però, anche se è sempre sufficiente, può in alcuni casi non giungere a buon fine e restare mere sufficiens. Ci vuole la nostra adesione. Dobbiamo diventare i/le testimoni del Risorto. O Maddalena che segue Cristo a occhi chiusi, per amore. O Pietro Maironi, uomo del Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro che, dopo aver conosciuto passione e dolore, ne Il Santo, opera finita al rogo, cammina ancora, ma in cerca della redenzione. 
«Maddalena è sempre qui, davanti a me, la morte sarà perfetta, piove e guardo negli occhi la donna che amo […] Mi è concesso di entrare nell’altro mondo senza abbandonare nulla. È una partenza senza separazioni. Non ho lasciato Maddalena. Porto il suo amore là dove tutto ha inizio» (Sete, pg. 87).
La descrizione di Gesù così carnale, passionale, in Nothomb è riuscitissima. Passione, d’altronde, cos’è?
«La passione di Cristo. Nome calzante: una passione designa qualcosa che si subisce e, per conseguenza semantica, un eccesso di sentimento a cui la ragione non ha preso parte» (Sete, pg. 82).
Nessuno sceglierebbe la passione. Accade.
«Ci accorgiamo di essere innamorati per un motivo molto semplice: non lo abbiamo scelto» (Sete, pg. 35). Ma qualcosa possiamo scegliere, pur restando in questa carnale umanità. Gesù sceglie. Sceglie l’abbandono, patendo tutto. La storia biblica ed evangelica è accaduta per parlare agli esseri corporali, non ad astrazioni. Gesù è perfetta umanità, ancora più perfetta perché è divinità.
Ne hanno parlato anche Saramago nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo di questa carnalità storicizzata, e ancora Pasquale Festa Campanile in Per amore, solo per amore, e Ferruccio Ulivi in Come il tragitto di una stella, e Stefano Jacomuzzi in Cominciò in Galilea. Laura Pariani, grande autrice contemporanea, si è fermata alla Creazione, a Eva, con il suo Primamà edito da La nave di Teseo nel 2025. Baricco ha scritto Abel nel 2023, ma è una reinterpretazione simbolica.
Nothomb ha seguito la traccia giusta.
Non si sceglie, ma si ama. Dio ha scelto di crearci e di creare suo figlio, ha scelto per amore. Noi non scegliamo estensivamente, ma possiamo individualmente: amare. E per amare davvero bisogna sentirla quella greve sete di amare.