sabato 29 agosto 2026

 



ALTRE MITICHE CREATURE

LE MERAVIGLIOSE DONNE DI FULVIA PERILLO


di Tìndara Rasi




Chi è l’autrice Fulvia Perillo

Per anni medico in radioterapia, filosoa e politica, Fulvia Perillo scrive costantemente da quando aveva nove anni. Ma la sua aspirazione segreta è quella di diventare paroliera di canzoni di Sanremo. A seguito di una promessa fatta alla nonna riguardo al pubblicare libri, ha dato alle stampe Volevo un cuore di Fanti. Fisiopatologia della donna abbandonata (Edizione effequ, 2010) e successivamente Il cuore ha quasi sempre ragione (Pegasus Edizione, 2018). Sua l'idea della realizzazione della raccolta di racconti Amori sui generis, curata da Dianora Tinti (Edizioni Heimat, 2022), nella quale c'è inserito anche un altro suo racconto: Marilou10.

Altre mitiche creature tornerà il 2 settembre alle 17,30 presso il Bastione Garibaldi di Grosseto (accanto alla sala Eden) - Spazio cultura 2, Il lavoro culturale. L’evento è introdotto da Massimiliano Marcucci, Presidente della Fondazione Luciano Bianciardi.




Penso per questo che qualcosa apparirà vicino al Cinghialino.

Magari proprio un Celeste Principio”, chissà.




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Leggere Altre mitiche creature (edizione Effigi, 2024) di Fulvia Perillo ha rappresentato una piacevole rivelazione. L’autrice ha la capacità di costruire un universo narrativo stratificato ma anche confermativo perché tutti noi, in fondo, abbiamo già incontrato le personagge che descrive: donne e presenze che eccedono il reale pur restando profondamente ancorate alle esperienze umane più concrete.

Il volume, pubblicato da Effigi, con le sue oltre 400 pagine si configura come un insieme di testi apparentemente autonomi, legati da un nucleo tematico ben definito: il femminile nelle sue forme più disparate.

Le donne protagoniste, creature mitiche ma vere, sono tutte donne che non chiedono risoluzione: accadono. E accadendo costruiscono una sorta di antropologia narrativa, in cui il privato si intreccia continuamente con il contesto storico e culturale. Ma anche gli uomini hanno una loro corposa parte.

L’opera è attraversata da una fitta rete di riferimenti. Sul piano storico-religioso emergono richiami alla Sfinge e alla dea Iside, mentre su quello filosofico l’autrice attinge a piene mani nella tradizione classica, come nel caso di Speusippo, nipote di Platone. Non si tratta di semplici citazioni, quanto di innesti intelligenti che ampliano il campo semantico dei racconti.

Anche la dimensione storica è presente, talvolta in forma esplicita – come nel caso di Flavia, figlia di Tito Flavio Lepido colpito da diàrroia – talvolta come sfondo implicito.

A ciò si aggiungono elementi relazionali primari, come l’amicizia tra Ciprian e Vittoria, e inserti di carattere quasi metafisico, come l’apparizione del “Principio” al Cinghialino, sulle mura di Grosseto: episodio che introduce una frattura nel piano del reale per veleggiare in quello pseudospirituale.

Nella prima parte del volume si sviluppano le vicissitudini di molte “creature mitiche”: donne un po’ gazzillora, vedove con ceneri al seguito pur di rispettare l’ultima promessa, Calliope stalker e Achille e i cui nomi sanno tanto di corsi universitari di Civiltà Classica, e ancora la donna bidonata perfino dagli amici che resta “in attesa di tempi migliori”, quella con la sindrome da dama bianca, quella intristita dentro un matrimonio votato all’annullamento sacro che cede all’amore sotto musiche da balera, quella che fa il figlio con un altro ma il marito accoglie lo stesso madre e figlio come suoi, quella pestata di botte che abbandona il tetto coniugale ma non essendoci ancora la legge sul divorzio arriva a rifarsi una vita pur senza riconoscimento giuridico.

Tra i racconti si colloca “fuori tema” Il mio nome è Pollyanna, dove la barboncina di Greta, detta Polly, assume il ruolo di protagonista privilegiata. Il dispositivo narrativo, apparentemente semplice, introduce in realtà un ribaltamento prospettico: l’umano viene visto da fuori, quasi studiato e ammirato, con una semplicità che sfiora la sapienza affettiva.

Di particolare interesse è anche Il cigno nero di Jennifer, ambientato nel 2118. Qui il tema della clonazione – una sorella ricreata, imperfetta, difettosa – diventa pretesto per una riflessione più ampia sull’identità. La costruzione narrativa, rigorosa e progressiva, conduce a un finale che sovverte retrospettivamente l’intero impianto del racconto, secondo una logica che potremmo definire di slittamento percettivo.

Accanto a questi testi si collocano narrazioni di tono diverso, come quella della sartina Maria Antonietta, e soprattutto una costellazione di figure femminili: vedove che portano con sé le ceneri pur di mantenere una promessa, donne intrappolate in matrimoni bianchi che cedono all’amore sotto musiche da Festival di Sanremo, altre che aggirano norme sociali ancora non formalizzate (come l’assenza del divorzio), o che restano sospese in attese senza esito, come Calliope.

Non manca una componente più leggera e grottesca: il pirata dai calzoni rosa, il Conte Pepe – figura semplice, menzognera, e proprio per questo profondamente narrativa – contribuiscono a modulare il registro complessivo, evitando ogni rigidità interpretativa.

Sul piano intertestuale, l’opera dialoga apertamente con la tradizione letteraria: si riconoscono rimandi a La coscienza di Zeno, Madame Bovary, Il fu Mattia Pascal e persino Heidi. Tuttavia, tali riferimenti non si esauriscono nella citazione, ma vengono rielaborati in funzione di una scrittura che tende costantemente alla rappresentazione di creature “altre” non nel senso “ umano” ma come schemi irripetibili. Altre nel senso più preciso del termine: spostate, disallineate, impossibili da ridurre, prudenti, temperanti, intemperanti, incompiute. E, soprattutto, mutaforma: il modello più curioso e veritiero.

Fulvia non è nuova a tali raffigurazioni. Anche in Volevo un fante di cuori c’è una sfilza di donne diverse: chi cerca il re di denari e chi invece il bel fante di cuori, e poi quelle malmaritate, altre così fedeli da essere inquietanti, altre ancora che sono una rappresentazione variegata di chi ha purtroppo il gene dell’abbandono insito in sé, con temibile tendenza alla cronicizzazione. E ci sono pure le intrepide, le inquiete, le tentennati, quelle dalla rapida risoluzione, quelle incompiute, quelle intemperanti, quelle irregolari.

Tutte in meditazione su «teoria e pratica del sentimento amoroso» (pg. 319). Tutte in cerca del «differenziale».

Tutte però che sanno ridere e cantare a dispetto degli eventi della vita.

E forse è proprio questo il loro statuto più autentico.



«La normalità non esiste […] è solo un punto e virgola per evitare di andare a capo» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “Le Temperanti”, pg. 217).

«L’inatteso è dietro l’angolo e le linee mutevoli di un esagramma possono trasformare la vita e il destino» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “San Silvestro”, pg. 260).

«Pensatevi così, capaci di aprire nuovi capitoli» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “Teoria e pratica del sentimento amoroso: il differenziale”, pg. 319).


Tìndara Rasi



venerdì 17 luglio 2026

 

PANORAMICHE POETICHE

DAI READING DE LA SETTA DEI POETI ESTINTI

di Tìndara Rasi




Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa, di Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello edizione Solferino, Milano 2026, riporta le riflessioni e gli studi compiuti da La Setta dei Poeti estinti, gruppo composto dai due autori, sulla poesia e sui poeti contemporanei. Sabia e Torsello hanno iniziato a effettuare reading presso la libreria L’altra città in zona piazza Bologna a Roma, a partire dal 2016 (cfr. pg. 50), ma il gruppo si è costituito ufficialmente solo dopo gli anni Duemila.
Il primo reading è stato intitolato Folle d’amore per te in occasione della presentazione di Alda Merini. «Le persone ascoltavano rapite le parole di Alda, sembravano berle ed emozionarsi con noi» (pg. 50). Bella partenza.
Molte altre voci poetiche si sono poi succedute. Nell’indice a pagina 221 tante donne: Amelia Rosselli, Marta Felicina Faccio (Sibilla Aleramo), Antonia Pozzi, Goliarda Sapienza, Giovanna Rosadini, Maria Grazia Calandrone, Ni’ma Hassan, Anna Achmatova (movimento dell’acmeismo). E poi gli altri: Raymond Carver, Ghiannis Ritsos, Charles Bukowski, Nâzim Hikmet, Pablo Neruda, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Primo Levi, Miklós Radnóti, Josef Čapek, Henri Pouzol, Karl Röder, Laci Vajda, Arthur Haulot, Fabien Lacombe, Mahmud Darwish, Yousef Elqedra, Garous Abdolmakeiān, Osip Mandel’štam, Ferruccio Benzoni, Alfonso Guida, Pierluigi Cappello.
Cosa spinge a strutturare un gruppo itinerante che parli di poesia e organizzi reading? «In quel momento ho pensato che io volevo stare lì, in quelle parole, in quell’atmosfera e volevo riuscire a contribuire a mia volta a costruire quell’atmosfera.» Sono parole di Maria Grazia Calandrone che viene citata a pagina 214 ma è, indubbiamente, un buon argomento per sintetizzare l’operato della Setta dei Poeti estinti.
Il sottotitolo di questo libro, La poesia che salva e come lo fa, spiega l’intento del percorso. Salva la poesia? Come? Ognuno degli autori presentati nei vari reading, esterna in qualche modo la propria particolare visione di questo tema e risponde.
Non serve scrivere o leggere poesie solo per uscire da un periodo nero come accadde ad Alda Merini o ad Amelia Rosselli. Neanche serve a sottrarsi a una costellazione di amori difficili finiti male come fu per Sibilla Aleramo, stuprata da ragazzina, poi ingabbiata in un matrimonio con un uomo violento e insensibile, fino al salvataggio del grande amore Dino Campana. O meglio, serve anche a questo, ma va sicuramente oltre.
La poesia serve, per esempio, per riprendersi la vita fisica dopo una malattia anche psichica, o per salvarsi di fronte all’atrocità di una deportazione, di una prigionia, della guerra. Aspetti forti. La poesia è canti di libertà, poi: e lo dice Ghiannis Ritsos, lo dice Nâzim Hikmet.
Persino Pierluigi Cappello cerca la libertà, ma è quella della corsa che non può più fare a causa dell’incidente che lo costringe fin dall’età di sedici anni sulla sedia a rotelle: la poesia per lui è il mezzo per travalicare il confine di se stesso. E lo stesso accade a Giovanna Rosadini che, a seguito di un coma deve letteralmente reimparare a scrivere, a usare una penna, le mani, il corpo. E per la quale poesia è anche riconoscenza: «ed è il sapervi che mi ha tenuto / in vita, questi legami, a cui / sono ancorata» (versi citati a pg. 205). Ritorna alla vita grata verso chi le ha dato forza per riprendersi, continuando a starle accanto. Grata alla poesia che le occupa la mente, che le riallena le dita. Anche per Raymond Carver la poesia è riconoscenza, ma: «nonostante tutto» (citato a pg. 30).
La poesia è scelta: Amelia Rosselli rinuncia al matrimonio e agli spartiti per studiare la metrica, uno studio serrato perché la poesia merita il suo impegno al pari della musica.
E poi cosa?
La poesia è tormento, tigre sulle spalle (Bukowski). Ostinazione investigativa e denuncia (Pascoli). Tazza di miele (Nâzim Hikmet) e canto su una barca in fuga per la moglie Münevver. La poesia può essere denuncia: Achmatova, mentre sta effettuando il colloquio con il figlio in carcere, viene avvicinata da una donna che le chiede se può descrivere tutto quell’orrore, e lei dirà che sì, può.
La poesia sa mutarsi anche in mantra ripetuto a memoria mille volte perché venga trascritta fuori dal lager, può essere la ricerca di parole essenziali per Ungaretti in trincea, una preghiera per non impazzire (il frammento di Hölderin di Erri De Luca sotto le bombe, Dante portato dappertutto a mo’ di ancora di salvezza prevedendo la deportazione come fece Osip Mandel’štam, sempre Dante spiegato da Primo Levi all’alsaziano Jean, detto Pikolo, nel breve tragitto in lager per portare il rancio fino al campo, un’ora appena).
«Il tema della memoria come base indispensabile per la conoscenza è superato dal tema della poesia a memoria come strumento di soccorso, come sponda salvifica per l’essere umano, che saprà custodirla e recuperarla quando è necessario per poter abitare un piano superiore alla realtà bruta del presente e ricordargli anche la sua identità di essere umano» (pg. 131).
Per scrivere poesie contro la dittatura ci vuole memoria robusta e coraggio. E non si parla solo della dittatura in senso specifico. Dittatura è anche un padre che impedisce di diventare poeti tanto da cambiare nome in copertina pur di pubblicare i propri versi come fece Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nato il 12 luglio del 1904 in Cile (cfr. pg.72), alias Pablo Neruda. Dittatura involontaria è il padre di Antonia Pozzi, che dopo morta manipolò per pudore e perbenismo i suoi lavori edulcorando e mitigando, operando tagli e interpolazioni, limando (cfr. pg. 122-123).
Di contro, la moglie di Osip Mandel’štam, la pittrice Nadežda Jakovlevna Chazina, mentre vengono mandati in esilio e viene imposto al poeta di non scrivere più, ascolta Osip e manda a memoria tutto, oppure nasconde nei cuscini i suoi manoscritti, incurante dei rischi, consegnandoci questo marito poeta fino ad oggi. Lo stesso il Citto Maselli di Goliarda Sapienza, che, intuendo la qualità dei suoi versi, la “libera” dal lavoro di attrice con la sua compagnia, chiudendola in casa con l’intimazione di scrivere ancora (cfr. pg 172). Goliarda finirà in prigione rubando gioielli a un’amica per pagare i debiti dovuti al suo “non lavoro”. La prigione a causa della letteratura, è una prigione che ha sapore di libertà.
La poesia può manifestare l’ossessione per l’assenza o sublimare mancanze, come in Ferruccio Bensoni, può aiutare a costruirsi da sé di fronte alla scoperta della propria omosessualità, può far scavare, guardasi dentro (cfr. pg. 188), aggiustare i danni esistenziali.
La poesia è certamente resistenza: «Sono tornato perché c’eri tu» dice Primo Levi, ed è da qui che i due autori di questo testo ricavano il titolo. Ma il sottotitolo prosegue: La poesia che salva e come lo fa. E allora la risposta?
Aiutatemi a dire (cfr. Sibilla Aleramo) ciò che resta di queste riflessioni.
La ricerca avviata da La Setta dei Poeti estinti, non ha valore di risposta definitoria, il dialogo deve proseguire riversato in altre associazioni. E dai documenti di queste, possono venirne pubblicate vedute diverse. Ma in questo libro, la risposta finale è affidata alle parole di Giovanna Rosadini: la poesia forse non salva, ma certamente «può ricordarci quella lingua, quel suono» introvabile che tutti i poeti cercano, che cerchiamo tutti, quel ronzio nucleare, quella sonorità che entra in risonanza con la materia del mondo e con le nostre molecole interiori, quella parola che - se non sappiamo da dove viene - ci può però portare direttamente in un mondo dove tutti saremo finalmente uguali (cfr. pg. 211-216).

giovedì 16 luglio 2026

 

SETE, DI AMÉLIE NOTHOMB

di Tìndara Rasi



«La notte da cui scrivo non esiste. I Vangeli sono categorici. La mia ultima notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi» ragiona Gesù nel libro Sete di Amélie Nothomb, edito da Voland nel 2020, a pg. 35. Non parla, pensa, anche se il Verbo si era fatto carne, Verbum caro, ragiona, pensa. E la Nothom è spesso votata ai canovacci teatrali o cinematografici, battute su battute, invece. Ma qui trascende dalla sua cifra consueta con grande cura. Poi ha dato voce a un ‘padre’ in Psicopompo nel 2024, voce a una ‘madre’ con Meglio così nel 2025, ma non poteva mancare un ‘figlio’. Il Figlio. È partita da lì nel 2020.
Per i contemporanei, Gesù apparve pienamente dotato di consistenza corporea e la sua vita conobbe tutte le sfumature straordinarie dell’umanità, compresa la natura ‘drammatica’ della libertà o la vergogna dovuta alla pudicizia che fa pendant con l’ostensione del corpo di chi vive. Anche la spaventosa solitudine nella finitezza dell’eschaton, è terrena.
«[…] (Era per me) terribile sentirsi morire di fronte a un pubblico passivo. E provavo una grande complicità con Gesù, ero certa di capire il subbuglio che lo animava in quel momento» (Metafisica dei tubi, 2025, pg. 55).
L’umanità di Cristo è dunque forma “compiuta” dell’umanità in generale, così ci dice la Gaudium et Spes.
Gesù visse, per esempio, in pienezza il desiderio. Il desiderio sessuale, quello di un bicchiere d’acqua, il desiderio dell’adempimento, della fine, della morte, tutto.
Cosa c’è di più umano del «cadere come un animale ferito nel luogo che sarebbe stato di rivelazioni»? (Poesia: Vie dello specchio, verso IX. Tratto dalla raccolta: Estrazione della pietra di follia (1968). Inserita in: La figlia dell'insonnia, di Alejandra Pizarnik, Crocetti editore, 2004, Milano, a pagina 85).
Dio Padre, invece, non è corpo e dunque non può cadere né provare amore, dice Nothomb per bocca di Gesù.
«È proprio questo il problema. Non conosci l’amore. L’amore è una storia, bisogna avere un corpo per raccontarla. Quanto ho appena detto non ha alcun senso per te. Se soltanto fossi consapevole della tua ignoranza!» (Sete, pg.68).
Ma questa affermazione teologicamente non è corretta. La Creazione è opera divina ad extra, fatta non per dovere ma per libero dono e gratuita iniziativa divina. Il soggetto dell’atto che fa “scaturire” la creazione, è la Trinità intera, le cui tre persone divine si distinguono solo per la “relazione” e l’ordo personarum. La Creazione è dunque, senza dubbio, un’azione divina unica (unitaria), perfettamente intrecciata di Amore (Spirito). Amore che si evince nel libero donarsi del Padre che genera il Figlio stesso nell’Amore. Discorso complesso, ma questo è. Dio non è amore carnale, è Amore di altro tipo, gratuito, donativo, universale. Il tema Paolino dell’exinanizione o kénosi: Dio, Dóxa Theoū, gloria piena, immanensità indicibile per algos (Epicuro) o aphasia (Pirrone) umana, si restringe creando noi addirittura. Se questo non è amore, direbbe qualcuno...
Perché però conduce quel Figlio alla morte in croce? Una domanda che ci facciamo tutti. Per far aprire gli occhi sullo stesso sentimento all’umanità che ha dimenticato la A maiuscola di esso. Una risposta che ci rabbonisce tutti. Dio, il go’el del suo popolo, inventa dunque questo stratagemma per assetarlo e permettere al desiderio di salvezza di impossessarsi nuovamente di Lui - e con Lui di noi. Meglio così, direbbe la piccola Amélie di Meglio così, Voland 2026.
«Mi sveglio. Mi è stato dunque concesso di sprofondare nel sonno. È un dono. Ringrazio Dio» (Sete, pg. 48), ragiona Gesù.
Necessità fisiche. Sonno, sete. Assenza, la cui soddisfazione dovrebbe ingenerare gratitudine, parole di gentilezza e cortesia sempre.
«Mi rammarico che nessuno esplori l’infinità della sete, la purezza di questo impulso, l’aspra nobiltà che ci caratterizza nell’attimo in cui la proviamo» (Sete, pg. 84) continua a ragionare il buon Gesù.
«Non sa che cosa vuol dire avere sete e non avere il diritto di bere, quando l'acqua è sotto i suoi occhi, bella, salvifica, a portata di labbra. L’acqua si nega a te che hai appena attraversato il deserto, per l’assurdo motivo che non sei di suo gusto. Come se l’acqua avesse diritto di negartisi! Che impudenza! Non sei forse tu ad aver sete di lei e non il contrario?», continua il monologo Amélie Nothomb in Cosmetica del nemico, a pg. 35-36.
Prova sete chi vive nella carne. La sete fisiologica ce l’ha chi è umano, la sete di vita chi è mortale. Gesù è diventato carne e ha sentito, vissuto, sperimentato tutto ciò. Lui, unione ipostatica, vero uomo e vero Dio, ha sentito le “cose” umane.
Fisiologia, dunque, ma dalla portata metafisica e mistica, la sete.
«L’istante ineffabile in cui l’assetato porta alle labbra un bicchiere d’acqua è Dio. È un istante di amore assoluto e di meraviglia senza limiti […] Provate a fare quest’esperienza: dopo aver patito a lungo la sete, non bevete l’acqua del vostro bicchiere d’un fiato Prendetene un sorso, tenetelo in bocca per qualche secondo prima di mandarlo giù. Prendete coscienza di questa meraviglia. Questa sensazione abbacinante è Dio» (Sete, pg. 40).
Bisogna dire che esiste una sostanziale «differenza tra esistenza (Dasein, esse), e l’essenza (Sosein, essentia) dell’uomo. In questa differenza l’esistenza umana viene caratterizzata dalla maniera dell’essere che non realizza mai la propria essenza compiutamente ma è sempre teso (divenire) a realizzarla (esse). Per questo l’uomo è continuamente teso verso quella misura compiuta della sua umanità che, rivelata da Dio nella Sua automanifestazione, definisce l’orizzonte universale del senso della sua esistenza cioè l’essenza stessa dell’uomo (essentia)» (in: La persona umana. Antropologia teologica di Angelo Scola, Gilfredo Marengo, Javier Prades López, Jacka Book, Milano 2000, pg. 58).
La grazia santificante (gratum faciens) è un abito entiativo gratificante che genera tensione versus, eliminando a priori la deriva autosoterica. Persino la giustificazione cristiana viene concessa per mezzo della grazia, dicono ancora i teologi, al fine di ottemperare al “Volo ut sis” di Sant’Agostino che Martin Heidegger rigirò ad Hannah Arendt nel 1927. Voglio che tu sia ciò che sei non esclude dunque l’opera umana. Sembra un idealismo questo clinamen che, rompendo il determinismo passivo e la necessità meccanica, volge il libero arbitrio verso la sequela libera e volontaria, tuttavia Dio ci ha resi capaci di confermare pienamente, giorno per giorno, la nostra esistenza in Cristo (perseveranza attiva). La grazia efficiente è vere sufficiens, sempre sufficiente, ed è a nostra disposizione. Ovviamente, però, anche se è sempre sufficiente, può in alcuni casi non giungere a buon fine e restare mere sufficiens. Ci vuole la nostra adesione. Dobbiamo diventare i/le testimoni del Risorto. O Maddalena che segue Cristo a occhi chiusi, per amore. O Pietro Maironi, uomo del Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro che, dopo aver conosciuto passione e dolore, ne Il Santo, opera finita al rogo, cammina ancora, ma in cerca della redenzione. 
«Maddalena è sempre qui, davanti a me, la morte sarà perfetta, piove e guardo negli occhi la donna che amo […] Mi è concesso di entrare nell’altro mondo senza abbandonare nulla. È una partenza senza separazioni. Non ho lasciato Maddalena. Porto il suo amore là dove tutto ha inizio» (Sete, pg. 87).
La descrizione di Gesù così carnale, passionale, in Nothomb è riuscitissima. Passione, d’altronde, cos’è?
«La passione di Cristo. Nome calzante: una passione designa qualcosa che si subisce e, per conseguenza semantica, un eccesso di sentimento a cui la ragione non ha preso parte» (Sete, pg. 82).
Nessuno sceglierebbe la passione. Accade.
«Ci accorgiamo di essere innamorati per un motivo molto semplice: non lo abbiamo scelto» (Sete, pg. 35). Ma qualcosa possiamo scegliere, pur restando in questa carnale umanità. Gesù sceglie. Sceglie l’abbandono, patendo tutto. La storia biblica ed evangelica è accaduta per parlare agli esseri corporali, non ad astrazioni. Gesù è perfetta umanità, ancora più perfetta perché è divinità.
Ne hanno parlato anche Saramago nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo di questa carnalità storicizzata, e ancora Pasquale Festa Campanile in Per amore, solo per amore, e Ferruccio Ulivi in Come il tragitto di una stella, e Stefano Jacomuzzi in Cominciò in Galilea. Laura Pariani, grande autrice contemporanea, si è fermata alla Creazione, a Eva, con il suo Primamà edito da La nave di Teseo nel 2025. Baricco ha scritto Abel nel 2023, ma è una reinterpretazione simbolica.
Nothomb ha seguito la traccia giusta.
Non si sceglie, ma si ama. Dio ha scelto di crearci e di creare suo figlio, ha scelto per amore. Noi non scegliamo estensivamente, ma possiamo individualmente: amare. E per amare davvero bisogna sentirla quella greve sete di amare.




STATUS QUESTIONIS SULLA LINGUA ITALICA

di Tìndara Rasi


Il linguaggio si evolve. E lo fa tramite un suo modo peculiare: esprimendosi.

Tra passato e presente c’è un’evoluzione (o un’involuzione?) che trasfigura il valore di alcune parole e la loro dimensione sociale. Come ogni cosa viva, il linguaggio si trasforma nel tempo, si lascia contaminare. Si riempie di virus / o di anticorpi, a seconda delle vedute.

Mi è capitato di recente di leggere una poesia e di riflettervi, come spesso mi accade, comparandola a una delle mie, “Il canone di Pachelbel”. La poesia termine di paragone è un’edita di David La Mantia, pubblicata in Gesti lievi. L’amore se te ne accorgi, di David La Mantia, Edizione Il leggio Libreria editrice, Chioggia 2022, a pag. 45.

Nella mia, immaginando un evento nuziale ho riflettuto su come la lingua, nella sua dimensione altrettanto sponsale, atta a “comunicarsi” all’altro e a lasciarsene “comunicare”, a volte si arricchisce, a volte rischia un impoverimento e una perdita della sua ricchezza espressiva. Ma, più spesso, necessita un “aggiornamento” senza sentimentalismi arcaici. Termini come “sieno” e “desso” si usano più? Le nuove forme linguistiche sono fatte di anglicismi, di gergo e comunicazione più globale («pidgin, esperanto, globish o mondlango», ho elencato, difatti), di linguaggi semplificati, di soggetto predicato verbo senza subordinate. Bisogna prenderne coraggiosamente atto. Perdere l’italiano “solo italiano” è comunque una gran perdita e lo dico con sguardo ironico ma anche critico. Gli sposalizi lessicali sono ormai tutti estremamente moderni, assodati. C’è chi ci riflette e se ne rammarica, come me, recitando tradizioni. C’è chi neanche ci riflette, usa parole così come vengono, un misto di vernacolo e lessico familiare (familiare nel senso ginzburgiano e saussuriano, e non del latinissimo sermo familiaris alto).

Tuttavia, mi viene risposto con l’altra poesia di La Mantia, ciò che resta è la necessità della parola - nuova o vecchia che sia - di non restare tra i denti, di uscire fuori, di fare il suo dovere espressivo. Non reprimere la parola e il pensiero, e neanche auto-reprimerlo per paura, è libertà e segno di crescita umana democratica. La parola, espressione piena dell’essere umano, serve senza autocritica e demonizzazione. Serve nella costruzione di relazioni autentiche. Serve sempre. Il “come” è secondario. Se asseconda l’evoluzione del linguaggio o no, se si adegua al cambiamento del lessico e si contamina di globalismo, non è una riflessione importante da fare. La fragilità della vita ha bisogno di parole di autenticità e basta. Persino di personalizzazione. O di originalità. Ma avere nostalgia di un passato che non si sa pronunciare o di un presente che è altrettanto britannico e impronunciabile, non aiuta granché.

E però ci rifletto e mi domando come stia accadendo questa silenziosa traghettatura di costumi linguistici. Ci sono ormai mille e più modi di esprimersi nel quotidiano. Qualcosa mi convince, qualcosa no. Una poesia per legge intersemiotica può diventare musica: lo faccio sempre, pubblico così tutte le mie raccolte; e ci vuole l’ode lunga e per questo mi dilungo, non sono mai concisa né performativa, ed è un problema, lo so bene, per l’editore, ma che devo farci, mi piace.  Una frase può diventare criptica per il troppo innesto di anglicismi: intellĕgo male i ragazzi e le ragazze di oggi, i miei figli anche, che mi aggirano come un’ebete quando non vogliono frasi capire, e non mi piace. A cosa serve questa corsa al modernismo lemmico, però? Perché sta accadendo? Ho curiosità di capirne l’origine, ma più ancora, di vedere verso quale sentiero si muoverà la comunicazione di domani.

Solo che non resterò qui per scoprirne abbastanza e questo sì, mi rammarica molto.


.


IL CANONE DI PACHELBEL

Il canone di Pachelbel affina i sensi
e lei avanza,
come da tradizione.
Fuori dalla chiesa, nella piazza,
dopo i cassonetti della spazzatura,
l’arbicoltore comunale
lavora appeso all’albero
con l’attrezzatura da tree climbing
e ascolta a stento colombofili incitarsi
mentre attendono di dare in volo
il bianco augurio per la sposa.
Non si chiede dove “sieno” accrocchiolati,
non essendo “desso”... proprio quello…
il suo pensiero principale.
Sieno” e “desso” poi
sono soltanto espressioni da cassare,
avulsi ed obsoleti latinismi
superati da un gioviale intercalare.
Al glottoteta dilettante spiace
il costrutto sorpassato,
l’è maggio gli basta di lemmaggio,
rifugge congiuntivi esortativi,
propina sensu lato
pidgin, esperanto, globish o mondlango,
qualsiasi cosa è meglio,
persino il sorbonagro
possibilmente sillabato e disfoniato.
Va poi mediato il vero contenuto,
corredato di signuno e di gestuno,
magari sorseggiando gocce di kombucha
modernamente fermentate
con zenzero, acacia
e fragole tritate
nella palestra all’aria aperta
dell’intercalare e del gergale
mediocremente ritoccato.
La sposa esce dopo un’ora
e una coppia di colombe invola
tra il dindondare a plenum
diffuso dal bicchiere capovolto
dalla torre campanaria.
L’arbicoltore continua a dondolare
tra clorosi, fitoplasma e stress fogliare,
bestemmiando ai vermacoli in vernacolo,
edulcorato a stento dal nuziale.

(Tìndara Lanza de’ Rasi, poesia inedita, 2026)





(Inquadra il QrCode)


Sai, proteggersi dai raggi del sole
non è diverso dal custodire
il bianco estinto che siamo, nascondere
le rughe che diventeremo.
La vita sconosciuta non attende
le nostre precauzioni. E per quanto
tempo ancora insegneremo l’arte
di non bruciarsi la pelle,
costringere i corpi nelle vesti,
premieremo chi si trattiene
nelle cabine, chi rifiuta la spinta
sull’altalena? La nostra storia
non è conservare la lingua
nascosta tra i denti, le mani
forti sulla gola degli altri

(Da: Gesti lievi. L’amore se te ne accorgi, di David La Mantia, Edizione Il leggio Libreria editrice, Chioggia 2022, poesia edita a pag. 45)




(Inquadra il QrCode)