sabato 20 giugno 2026

 

CUT-UP D’ASSOCIAZIONE E CHIACCHIERE ONTOLOGICHE

di Tìndara Rasi


La barra obliqua (/), conosciuta anche con il termine mutuato da internet di slash, viene considerata un segno grafico e di interpunzione, utilissima nel separare termini antitetici come giorno e notte. In base al contesto in cui la si inserisce, ha regole di spaziatura che variano. Nella poesia e nelle citazioni indica la fine di un verso o un inciso verbale, separata sempre da uno spazio vuoto. Per marcare il cambio di strofa si scrive raddoppiata // ma è meno comune trovare quest’ultima opzione.

Si usa invece ancora, e tanto, nelle sequenze numeriche, nelle date, nelle frazioni, o se si procede contando ad una a una / le unità di misura” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024). In questi casi la barra va inserita senza spazi, appiccicando tutto fitto fitto, 4/5, 100 km/h. Legalissimo e legatissimo se si cita in nota il d.lgs. 201/2024 sulle “misure urgenti in materia di cultura”, per esempio.

Quando però si parla di nomi collettivi grammaticali, non serve. Lo slash indica la variazione di argomento o di nominativi individuali. Invece, nel caso di un “passo a due” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025) o di un gruppo che lavora per coesione, vale la mischia concettuale. Ipoetidiunassociazione va scritto tutto unito, direi. Non si separa nulla. Il dialogo tra loro è personale ma anche asserragliabile. Voce unica di un’unica espressione.

Si sono tutti affacciati alla medesima finestra Lit-blog, allo stesso Festival di poesia e Terra di Mare, per esempio. E hanno ricevuto un’unica borsa beige da sovrascrivere insieme, consci che se si resta soli, “per quanto si salga / si resta lontani” dalla meta (Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025).

Ai sensi di una legge non scritta” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024), la pagina altrettanto) lieta dove non passa penna, / dove non scivola l’arte” ma gli areali poetici vengono trafitti principalmente dalla relazione umana, dentro la quale buttarsi con “gesti lievi” (David La Mantia in «Gesti lievi. L’amore, se te ne accorgi», Il Leggio 2022) e a testa bassa(titolo dell’opera pubblicata invece presso Innocenti Editore del 2019, tra echi di canto popolare e refrain di Ivano Fossati).

Da docente consapevole che la scuola vive / delle certezze dei docenti”, come per esempio “(proibire) il cortile / agli schiamazzi / quando le ginocchia sbucciate / bruciavano di vita /appena iniziata” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024), La Mantia spiega che bisogna “non scrivere piegato su te stesso, / (ma aprendo) lo sguardo alla finestra”.

All’alterità corroborante, alla complicità che rende giovani, insomma.

Al voi, seconda persona plurale, al tu, seconda persona singolare.

Finestre, appunto.

Ognuno dei quali vi si affaccia è “un Io pensante in corpo umano narrante” (Annalisa Lucini in «Dannazione di donna per bene», Eretica edizioni 2023), ma anche vicenda di relazione, come “onde che gravitano / nello spazio che divide / l’esser se stessi e / l’esser altro […]”. Esistenze “tra foggia di me / e folla d’altro canto”.

Minuto dopo minuto ci si incontra, ci si scontra, ognuno rinuncia, ognuno dà, ognuno diventa altro da sé”, sintetizza Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025.

Certo. Voi - e dunque tu inteso come altro/a da me - sei (proprio) quella finestra /che (trasforma) / il buio in aria fresca” e che corrobora, replica Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025.

Ad ogni modo, per salvarsi da mansioni magister ridotte a burocrazia, bisogna “intanto non portare il lavoro a casa”, poi coltivare proprio le amicizie come se si dovesse pregustare il “giorno di partenza” prima delle ferie (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025): con la necessaria dovizia e cura maniacale.

Soprattutto in chi lavora nell’ambito scolastico questo è sacrosanto, mi ci metto in mezzo.

È uscito Quintiliano come seconda traccia di maturità 2026 al Liceo Classico. “Ci rifletto da tempo. / Quintiliano come poteva credere / che la tradizione corrotta / dipendesse solo da docenti scadenti [… ] / che sorridere a braccia aperte / potesse allontanare il morso dei leoni nel circo, / i giochi da teatro di un senato defunto?” ragiona La Mantia sempre «A testa bassa».

Io allora, io che lo leggo, immagino che se dovesse scegliere un augurio per i propri alunni dello Scientifico, in questo periodo di esami direbbe a ognuno di loro: “Ora spetta a te tracciare deviazioni / riconoscibili, abbandonare scie / di amicizie esplose o invisibili.”

Un buon auspicio, da doppio slash.

Ecco, la fine di un ciclo scolastico coincide proprio con lo slash doppio e nessuna parola a capo. Alunni e docenti “mescolano con pazienza i ricordi / per evitare i grumi dei rimpianti / e aggiungono farina, farina, farina, ancora farina / ad annuvolare lo spazio del nuovo / abilitando il riscatto dell’attimo dopo” (e tutto ciò mescolando in altri termini la farina antiviolenta di Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024, che per i progetti scolastici sulla differenza terminologica tra parità di genere e identità di genere la fa poeticamente da padrona).

Cosa resta di queste dediche agli adulti di domani? Cosa si intravede in loro? Nulla?

Spargono i semi le viole / al sussurro del vento / (le) voci sottili (dei bimbi) / (diventano) canti”, invece, e rendono allegra persino una sporta di carta fragile tra le mani delle madri e delle donne indaffarate (Viola Bruno in «Un feroce restare», Bertoni 2026), o anche dannate, o perbene (Annalisa Lucini in «Dannazione di donna per bene», Eretica edizioni 2023), o entrambe le cose insieme, perché la chiacchierata è di gruppo e le parole sono mescibili.

Di noi sarà “fortunato chi tra gli anni / accovacciati nelle rughe / rimane quel bambino / che stupito sorrideva”, osserva Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025.

Sarà eterno bambino, penso, chi va a insegnare ai ragazzini il baseball, chi cerca funghi buoni nel sottobosco umidiccio, chi cura cocoriti, gatti, cani, alunni, figli, nonne anziane. Tutto misurato da altre interpunzioni oltre gli slash e da nessuna maiuscola a caporaliare. Esistenze fatte “di virgole tra gli spazi / di punti sospesi / appena oltre la soglia” (Viola Bruno in «Un feroce restare», Bertoni 2026).

Frasi aperte e senza punti finali (e qui non ce lo metto apposta)

D’altronde, costruire la poesia nel bel mezzo della quotidiana prosa, che avvolge e stritola, è un sofisticato esercizio di pazienza: la pazienza di non perdersi di vista [] aspettarsi e rincorrersi; accettare di perdersi; custodire la testarda volontà di ritrovarsi sempre” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025).

La domanda sospesa in tutto questo è però sempre una (cito Doris): Si annida o si annoda l’amore?” E la risposta potrebbe essere questa: Il mondo chiede amorevole attenzione, bisogna guardare in alto come in basso, bisogna parlare, cantare, suonare, ridere, piangere, ma anche apprezzare il silenzio. Si festeggia così la vita, dandole attenzione, sempre” […] e “(tenendosi) strette addosso le sensazioni buone” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025).

Perché poi gli esami finiscono, il Festival pure e arriva sempre “l’ora di mettere in borsa penna e quaderno e tornare a casa, con la luce addosso, con le tasche piene di ricordi”, conclude.

Immagino si parli della borsa brutta del Festival, ma questo è un materializzare troppo /che non serve // (il doppio slash finale stavolta ce lo metto).


Tìndara Rasi



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sabato 9 maggio 2026



ROBERTA LEPRI: MAGISTER NEL SUO

COSÌ CELESTE 


 di Tìndara Rasi

                                                           

                                    

Ph Tìndara Rasi - Credits 2026
                                                                              

 


Secondo un recente studio, la laurea in materie letterarie fa da trampolino di lancio per carriere tra le tre più sottopagate, in Italia.
Come dare torto a genitori che forzano i propri pargoli a misurarsi con strade alternative?
E tuttavia, il tema delle competenze personali e del talento individuale, che tanto ispira le modalità didattiche delle scuole moderne, in questa logica non trova spazio.
Leccare “briciole di parole” lascia la “pancia vuota”.
Così celeste di Roberta Lepri, pubblicato con la casa editrice Voland, è un puntuale resoconto di questa pragmaticità che cozza con la talentuosità. La stessa autrice nelle presentazioni delle sue opere non fa che ringraziare Daniela Di Sora, la fondatrice della Voland, che ha creduto e continua a credere in lei, ritenendola voce autorevole per nominare il proprio e altrui dolore. Talvolta, infatti, pur conoscendo le proprie potenzialità, di fronte a numerosi fallimenti scritturali e a tante porte chiuse, alla fine si cede. Si smette di credere nel sogno e di credere in se stessi. Questo accade in modo ancora più devastante quando la disistima e la critica al proprio modo di sentire e di vivere perviene dalla famiglia di origine. Gli affetti hanno un peso ancora più rilevante, in certi casi. Quello delle madri, più di tutto.
Colpa mia che non sapevo suscitarle amore” dice al riguardo la protagonista. Questa interiorizzazione della colpa rivela una dinamica psicologica tipica dell’abbandono affettivo: la protagonista non accusa soltanto sua madre, ma finisce per considerarsi responsabile della mancanza d’amore ricevuta da lei.
La stessa conflittualità dolorosa e ambigua la vive anche nel rapporto con il corpo e con la somiglianza materna. Tenterà per buona parte della vita di differenziarsi da lei: “Mi ero impegnata ad essere diversa da lei”. Per poi concludere arresa: “Eppure, adesso che mi osservavo, la vedevo”.
Un conflitto identitario profondo, dunque, che passa dalla negazione alla mortificazione, all’esplosione, alla rassegnazione cupa.
Non c’è un solo perché quando accade tutto ciò e alla fine si trascende. O, ancora peggio, quando si tenta di restare nei ranghi, di rispettare l’affetto familiare e di procedere per consuetudini, senza più nessuna convinzione vera. I dissapori e i sottili urti alla propria sensibilità nel covo del petto ingigantiscono, diventando rancori e danneggiando i rapporti personali. Nell’urticante quotidianità si soffoca logorati dal risentimento, dal non detto, dall’impalpabilità dell’implosione interna. I valori affettivi sballano e gli specialisti etichettano varie disfunzionalità pronto uso: un modo professionale per dare concretezza terminologica all’indicibile. Troncare i rapporti familiari ammorbanti non è una strada facile né indolore, d’altronde: non è corretto, dice la società, non è da farsi. Si sta.
E fa male.
Forse, oggi, solo recidere i legami sponsali di un matrimonio fallito è possibile fare con leggerezza e senza subire le recriminazioni degli altri.
All’interno delle famiglie d’origine ci sono milioni di lacci e di sfumature, invece. E, nel caso in cui si decidesse davvero di troncare i rapporti, subentrano sempre milioni di ripensamenti e di sensi di colpa.
La protagonista non sceglie di entrare in conflittualità con la propria madre. Succede.
Non sceglie di diventare il metro (storto) su cui giudicare sua sorella (dritta).
Non sceglie però nemmeno un lavoro nell’azienda di famiglia, cozzando con aspetti finanziari e matematici che non sono il suo campo. Ne ha bisogno per sopravvivere, come ha bisogno di cibo quando resta isolata in una sperduta casa di campagna. Il nutrimento si ricerca abbandonando qualsiasi sensibilità da ecofemminismo, se si ha fame. I soldi anche: sono necessari. Ci si aggrappa al materiale, quando si è disperati. Alle convenzioni, al buon costume, anche: il giorno del matrimonio indosserà un vestito di pizzo ecrù al posto del vestito “rosa cipria, di raso, con uno scollo sul retro, stretto dietro, come una diva degli anni ‘50”.
Ma le parole servono. Quantomeno, esprimono, ossigenano. Le frasi brevi, e con a capo continui, restano l’esempio più concreto di un uso stilistico magistrale della Lepri, capace di rappresentare la sopravvivenza sincopata della protagonista di Così celeste, che si autoaccusa disperata: “Non sapevo fare niente, solo scrivere”. Quello è stato anche il terreno di scontro interfamiliare più incandescente, per lei. A un certo punto, però, si è arresa con fiducia a quel flusso: “Distillai un verbo. Uno solo… ‘Scrivere.’ ” Il tema metanarrativo entra allora nella pagina e diventa testamento spirituale.
Di fatto, oggi per la scrittura e il mondo editoriale è così. Non si vive scrivendo libri. Non si vive pubblicando libri. Vanno scelti quelli più abbordabili, più vendibili, più leggeri. O quelli che ricalcano certi settori maggiormente in voga: gialli, romance, orientaleggianti.
Voland è in controtendenza. Credere in Roberta Lepri certamente all’inizio sarà stata una scommessa, ma è stata vinta da entrambi, autrice e casa editrice. La vita non è sempre così celeste, non ha piscine pronte all’uso nei resort. A volte, però, accade il miracolo e tuffarsi è solo un atto di fiducia reciproca.






                                                                  

Ph Tìndara Rasi - Credits 2026
                                               


CONTAMINAZIONI

di Tìndara Rasi


Ho voluto omaggiare l’autrice con un mio spin-off, una sorta di ipotesto in chiave cut-up del suo ipertesto.

Mantenendo il mio sunto narrativo ancorato al senso del suo libro, anche se non sempre in maniera fedele, ho provato a intersecare da un altro punto di vista molte frasi e parole trovate qua e là.

Diverse di esse le ho ripetute ossessivamente e consapevolmente, per rendere la riflessione più incisiva.

La discontinuità di alcuni ancoraggi è stata altrettanto voluta per restituire al lettore una narrazione emotivamente frastagliata, come accade nei processi mentali segnati dal dolore.

Non è facile sintetizzare e rendere il funzionamento di una psiche traumatizzata da eventi intimi e inconfessabili.

Il cut-up è una cifra stilistica ormai mia da diverso tempo, una tecnica sperimentale che ho preso a prestito dall’amore che ho per le poesie destrutturate.

Mi è parsa la più incline a rappresentare la capacità ricostruttiva umana che taglia e rattoppa febbrilmente con forbici, ago e filo per tutta la vita.

In questo mio piccolo omaggio, dunque, attraverso i frammenti citati ho voluto restituire ai lettori una protagonista nuova che tenta di ricomporsi, attraverso il cut-up un testo che riflette su un altro testo.


                                                                                                                    

 

LECCANDO BRICIOLE DI PAROLE


La piscina stava ridendo di me. (Pag. 31)

Mentre partivo … borbottava: “Stupida, sei una stupida, lo dice anche tuo padre.(Pag. 84)

Ti riconosci?”…

Certo”... Ma non era vero. Io con quella lì non avevo niente da spartire. (Pag. 86)

Non ero scema, non ero stupida, non ero dura, non ero poco intelligente. (Pag. 99)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

La mia strada l’avevo fatta. (Pag.100)

Ma almeno hai mangiato?” No, non avevo mangiato. (Pag. 71)

Ero proprietaria di due ettari di terreno e non avevo niente da mangiare. (Pag. 68)

Quella casa era mia ma non potevo avvicinarmi. (Pag. 13)

(Era di Jo, il cinghialino, che) mangia, grugnisce e scappa… poi arriva e non scappa più. (Pag. 49)

(Era della vipera ) che mi aspettava su una delle cassette che usavamo per la raccolta delle olive. (Pag. 74)

(E di) milioni di api. (Pag. 93)

Questo fu l’annuncio. (Pag. 88)

Davvero uno spasso. (Pag. 64)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

Stavo bene in modo innaturale. (Pag. 69)

Leccavo briciole di parole ovunque (Pag. 83) ...tanto la mia pancia era vuota. (Pag. 68)

Le cose un giorno sarebbero cambiate. (Pag. 77)

Osservai sulle dita gli anelli che un tempo appartenevano a mia madre… Quanto poteva valere uno di quelli? (Pag. 67)

Nessuno di loro mi aveva voluto bene e tutti avevano cercato di sfruttarmi fino alla fine. (Pag. 102)

Non meritavano la mia comprensione, era troppo anche il ricordo. (Pag 102)

Smisi di sognarli quando mi sposai. (Pag. 92)

Il sangue non mentiva. (Pag. 95)

Un padre buonissimo e una madre cattivissima. (Pag. 64)

Colpa mia che non sapevo suscitarle amore. (Pag. 95)

Avevo creduto che mi volesse un po’ di bene. E invece... (Pag. 83)

...Doveva rimarcare che ero capace solo di scelte sbagliate (Pag. 89)… qualsiasi cosa facessi. (Pag. 115)

Avevo quasi paura a dirle che non volevo seguirla (nelle sue). (Pag. 70)

(A lei) piaceva soltanto Clelia, la sua goccia d’acqua. Che la ricambiava. (Pag. 24)

Mia sorella era più buona di me. Più comprensiva. (Pag. 111)

La mancanza del suo amore mi condannava a una ricerca insensata. (Pag. 121)

Erano passati dieci anni dal primo tumore. (Pag. 114)

Cercavo di non urtare la sua sensibilità. (Pag. 81)

Capì che non ce l’avrei mai fatta. (Pag. 90)

Non la sopportavo. Sapevo con esattezza quando era successo. (Pag. 23)

Mia madre aveva repulsione per tutto ciò che rappresentavo, disprezzava ogni mia idea e mortificava qualsiasi iniziativa. Perfino lo studio. (Pag. 31)

...All’università… c’ero dovuta andare lavorando. Il mio studio era un lusso. (Pag. 18)

Nel sogno era (giunto) il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

Una cerimonia bellissima, dissero tutti. (Pag. 41)

Io avrei voluto solo essere abbracciata. (Pag. 113)

Mi sentivo ancora lieve per la mia recente conquista, ero senza difese. (Pag. 31)

Venivo cacciata. Nessuno fiatò per difendermi. (Pag. 112)

Non c’era tenerezza per me nel mondo. (Pag. 121)

Tacevo per la mortificazione. Ero disperata. (Pag. 97)

La tensione era palpabile. (Pag. 112)

Che guerra era? (Pag. 109)

D’istinto le negai il mio ascolto, forse temevo un ultimo sgambetto. (Pag. 121)

Non volevo fare la sua stessa fine. (Pag. 122)

Mi ero impegnata ad essere diversa da lei. Nel vestire, nel camminare, nel trucco, nel taglio dei capelli. (Pag. 86)

Eppure, adesso che mi osservavo, la vedevo. (Pag. 86)

Cominciai lavandomi il viso. (Pag. 85)

Aprì la finestra per far entrare il sole. (Pag. 93)

La natura da sempre mi inviava messaggi chiarissimi. Ero io a non capirli. (Pag. 58)

Il vuoto premeva. (Pag. 121)

Il mondo stava per finire, che doveva fare una scrittrice in questo caso? Decisi di usare l’abilità personale a scopo consolatorio. (Pag. 44)

E distillai un verbo. Uno solo… “Scrivere.” (Pag. 118)

Avrei potuto piantare i semi che avevo trovato nel cassetto del tavolo in casa… Ma io non sapevo fare niente. Solo scrivere e pensare. (Pag. 59)

Non ero tipo da campagna. (Pag. 78)


La piscina rimase a guardare a fauci spalancate. Stava ferma, era delicata. … Il pesciolino nella mia pancia nuotava con me, dentro di me. Ero un acquario vivente e mi sentivo benedetta. (Pag. 65)

Come diceva Carla, quando chiedi qualcosa l’universo ti ascolta. (Pag. 67)

E il pesciolino uscì. (Pag. 71)

Continuavo a odiare la piscina, ricambiata. (Pag. 115)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

(Il giorno della mia laurea) la piscina stava ridendo di me. (Pag. 31)


Tìndara Rasi

(Tìndara Lanza de’ Rasi)