sabato 20 giugno 2026

 

EXCERPTA D’ASSOCIAZIONE E CHIACCHIERE ONTOLOGICHE

di Tìndara Rasi


 Ph Tindara Rasi

La barra obliqua (/), conosciuta anche con il termine mutuato da internet di slash, viene considerata un segno grafico e di interpunzione, utilissima nel separare termini antitetici come giorno e notte. In base al contesto in cui la si inserisce, ha regole di spaziatura che variano. Nella poesia e nelle citazioni indica la fine di un verso o un inciso verbale, separata sempre da uno spazio vuoto. Per marcare il cambio di strofa si scrive raddoppiata // ma è meno comune trovare quest’ultima opzione.

Si usa invece ancora, e tanto, nelle sequenze numeriche, nelle date, nelle frazioni, o se si procede contando ad una a una / le unità di misura” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024). In questi casi la barra va inserita senza spazi, appiccicando tutto fitto fitto, 4/5, 100 km/h. Legalissimo e legatissimo se si cita in nota il d.lgs. 201/2024 sulle “misure urgenti in materia di cultura”, per esempio.

Quando però si parla di nomi collettivi grammaticali, non serve. Lo slash indica la variazione di argomento o di nominativi individuali. Invece, nel caso di un “passo a due” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025) o di un gruppo che lavora per coesione, vale la mischia concettuale. Ipoetidiunassociazione va scritto tutto unito, direi. Non si separa nulla. Il dialogo tra loro è personale ma anche asserragliabile. Voce unica di un’unica espressione.

Si sono tutti affacciati alla medesima finestra Lit-blog, allo stesso Festival di poesia e Terra di Mare, per esempio. E hanno ricevuto un’unica borsa beige da sovrascrivere insieme, consci che se si resta soli, “per quanto si salga / si resta lontani” dalla meta (Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025).

Ai sensi di una legge non scritta” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024), la pagina altrettanto) lieta dove non passa penna, / dove non scivola l’arte” ma gli areali poetici vengono trafitti principalmente dalla relazione umana, dentro la quale buttarsi con “gesti lievi” (David La Mantia in «Gesti lievi. L’amore, se te ne accorgi», Il Leggio 2022) e a testa bassa(titolo dell’opera pubblicata invece presso Innocenti Editore del 2019, tra echi di canto popolare e refrain di Ivano Fossati).

Da docente consapevole che la scuola vive / delle certezze dei docenti”, come per esempio “(proibire) il cortile / agli schiamazzi / quando le ginocchia sbucciate / bruciavano di vita /appena iniziata” (Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024), La Mantia spiega che bisogna “non scrivere piegato su te stesso, / (ma aprendo) lo sguardo alla finestra”.

All’alterità corroborante, alla complicità che rende giovani, insomma.

Al voi, seconda persona plurale, al tu, seconda persona singolare.

Finestre, appunto.

Ognuno dei quali vi si affaccia è “un Io pensante in corpo umano narrante” (Annalisa Lucini in «Dannazione di donna perbene», Eretica edizioni 2023), ma anche vicenda di relazione, come “onde che gravitano / nello spazio che divide / l’esser se stessi e / l’esser altro […]”. Esistenze “tra foggia di me / e folla d’altro canto”.

Minuto dopo minuto ci si incontra, ci si scontra, ognuno rinuncia, ognuno dà, ognuno diventa altro da sé”, sintetizza Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025.

Certo. Voi - e dunque tu inteso come altro/a da me - sei (proprio) quella finestra /che (trasforma) / il buio in aria fresca” e che corrobora, replica Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025.

Ad ogni modo, per salvarsi da mansioni magister ridotte a burocrazia, bisogna “intanto non portare il lavoro a casa”, poi coltivare proprio le amicizie come se si dovesse pregustare il “giorno di partenza” prima delle ferie (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025): con la necessaria dovizia e cura maniacale.

Soprattutto in chi lavora nell’ambito scolastico questo è sacrosanto, mi ci metto in mezzo.

È uscito Quintiliano come seconda traccia di maturità 2026 al Liceo Classico. “Ci rifletto da tempo. / Quintiliano come poteva credere / che la tradizione corrotta / dipendesse solo da docenti scadenti [… ] / che sorridere a braccia aperte / potesse allontanare il morso dei leoni nel circo, / i giochi da teatro di un senato defunto?” ragiona La Mantia sempre «A testa bassa».

Io allora, io che lo leggo, immagino che se dovesse scegliere un augurio per i propri alunni dello Scientifico, in questo periodo di esami direbbe a ognuno di loro: “Ora spetta a te tracciare deviazioni / riconoscibili, abbandonare scie / di amicizie esplose o invisibili”.

Un buon auspicio, da doppio slash.

Ecco, la fine di un ciclo scolastico coincide proprio con lo slash doppio e nessuna parola a capo. Alunni e docenti “mescolano con pazienza i ricordi / per evitare i grumi dei rimpianti / e aggiungono farina, farina, farina, ancora farina / ad annuvolare lo spazio del nuovo / abilitando il riscatto dell’attimo dopo” (e tutto ciò mescolando in altri termini la farina antiviolenta di Stefania Giammillaro in «Errata Complice», peQuod 2024, che per i progetti scolastici sulla differenza terminologica tra parità di genere e identità di genere la fa poeticamente da padrona).

Cosa resta di queste dediche agli adulti di domani? Cosa si intravede in loro? Nulla?

Spargono i semi le viole / al sussurro del vento / (le) voci sottili (dei bimbi) / (diventano) canti”, invece, e rendono allegra persino una sporta di carta fragile tra le mani delle madri e delle donne indaffarate (Viola Bruno in «Un feroce restare», Bertoni 2026), o anche dannate, o perbene (Annalisa Lucini in «Dannazione di donna perbene», Eretica edizioni 2023), o entrambe le cose insieme, perché la chiacchierata è di gruppo e le parole sono mescibili.

Di noi sarà “fortunato chi tra gli anni / accovacciati nelle rughe / rimane quel bambino / che stupito sorrideva”, osserva Melania Valenti in «Vani», Bertoni 2025.

Sarà eterno bambino, penso, chi va a insegnare ai ragazzini il baseball, chi cerca funghi buoni nel sottobosco umidiccio, chi cura cocoriti, gatti, cani, alunni, figli, nonne anziane. Tutto misurato da altre interpunzioni oltre gli slash e da nessuna maiuscola a caporaliare. Esistenze fatte “di virgole tra gli spazi / di punti sospesi / appena oltre la soglia” (Viola Bruno in «Un feroce restare», Bertoni 2026).

Frasi aperte e senza punti finali (e qui non ce lo metto apposta)

D’altronde, costruire la poesia nel bel mezzo della quotidiana prosa, che avvolge e stritola, è un sofisticato esercizio di pazienza: la pazienza di non perdersi di vista [] aspettarsi e rincorrersi; accettare di perdersi; custodire la testarda volontà di ritrovarsi sempre” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025).

La domanda sospesa in tutto questo è però sempre una (cito Doris): Si annida o si annoda l’amore?” E la risposta potrebbe essere questa: Il mondo chiede amorevole attenzione, bisogna guardare in alto come in basso, bisogna parlare, cantare, suonare, ridere, piangere, ma anche apprezzare il silenzio. Si festeggia così la vita, dandole attenzione, sempre” […] e “(tenendosi) strette addosso le sensazioni buone” (Doris Bellomusto in «Passo a due», Tralerighe libri, 2025).

Perché poi gli esami finiscono, il Festival pure e arriva sempre “l’ora di mettere in borsa penna e quaderno e tornare a casa, con la luce addosso, con le tasche piene di ricordi”, conclude.

Immagino si parli della borsa brutta del Festival, ma questo è un materializzare troppo / che non serve // (il doppio slash finale stavolta ce lo metto).

Tìndara Rasi



Occasioni perdute, incontri sbagliati

Nella linea del tempo vissuto

ogni treni perso è un puntino

che si aggiunge ad altri puntini.


Appuntamenti mancati

[occasioni perdute]


Segni obliqui sulla retta del tempo

[gli incontri sbagliati]


Ricordi di tempi sprecati.

[mai inutili]

__________\________\_____\___\___\_________\__

(Annalisa Lucini, Dannazione di donna perbene, Eretica edizioni, Salerno 2023, pg. 36)



#FinestreLitblog

#FestivalPoesiaTerradiMare

#DavidLaMantia

#MelaniaValenti

#StefaniaStephanieGiammillaro

#DorisBellomusto

#ViolaBruno

#AnnalisaLucini


sabato 9 maggio 2026



ROBERTA LEPRI: MAGISTER NEL SUO

COSÌ CELESTE 


 di Tìndara Rasi

                                                           

                                    

Ph Tìndara Rasi - Credits 2026
                                                                              

 


Secondo un recente studio, la laurea in materie letterarie fa da trampolino di lancio per carriere tra le tre più sottopagate, in Italia.
Come dare torto a genitori che forzano i propri pargoli a misurarsi con strade alternative?
E tuttavia, il tema delle competenze personali e del talento individuale, che tanto ispira le modalità didattiche delle scuole moderne, in questa logica non trova spazio.
Leccare “briciole di parole” lascia la “pancia vuota”.
Così celeste di Roberta Lepri, pubblicato con la casa editrice Voland, è un puntuale resoconto di questa pragmaticità che cozza con la talentuosità. La stessa autrice nelle presentazioni delle sue opere non fa che ringraziare Daniela Di Sora, la fondatrice della Voland, che ha creduto e continua a credere in lei, ritenendola voce autorevole per nominare il proprio e altrui dolore. Talvolta, infatti, pur conoscendo le proprie potenzialità, di fronte a numerosi fallimenti scritturali e a tante porte chiuse, alla fine si cede. Si smette di credere nel sogno e di credere in se stessi. Questo accade in modo ancora più devastante quando la disistima e la critica al proprio modo di sentire e di vivere perviene dalla famiglia di origine. Gli affetti hanno un peso ancora più rilevante, in certi casi. Quello delle madri, più di tutto.
Colpa mia che non sapevo suscitarle amore” dice al riguardo la protagonista. Questa interiorizzazione della colpa rivela una dinamica psicologica tipica dell’abbandono affettivo: la protagonista non accusa soltanto sua madre, ma finisce per considerarsi responsabile della mancanza d’amore ricevuta da lei.
La stessa conflittualità dolorosa e ambigua la vive anche nel rapporto con il corpo e con la somiglianza materna. Tenterà per buona parte della vita di differenziarsi da lei: “Mi ero impegnata ad essere diversa da lei”. Per poi concludere arresa: “Eppure, adesso che mi osservavo, la vedevo”.
Un conflitto identitario profondo, dunque, che passa dalla negazione alla mortificazione, all’esplosione, alla rassegnazione cupa.
Non c’è un solo perché quando accade tutto ciò e alla fine si trascende. O, ancora peggio, quando si tenta di restare nei ranghi, di rispettare l’affetto familiare e di procedere per consuetudini, senza più nessuna convinzione vera. I dissapori e i sottili urti alla propria sensibilità nel covo del petto ingigantiscono, diventando rancori e danneggiando i rapporti personali. Nell’urticante quotidianità si soffoca logorati dal risentimento, dal non detto, dall’impalpabilità dell’implosione interna. I valori affettivi sballano e gli specialisti etichettano varie disfunzionalità pronto uso: un modo professionale per dare concretezza terminologica all’indicibile. Troncare i rapporti familiari ammorbanti non è una strada facile né indolore, d’altronde: non è corretto, dice la società, non è da farsi. Si sta.
E fa male.
Forse, oggi, solo recidere i legami sponsali di un matrimonio fallito è possibile fare con leggerezza e senza subire le recriminazioni degli altri.
All’interno delle famiglie d’origine ci sono milioni di lacci e di sfumature, invece. E, nel caso in cui si decidesse davvero di troncare i rapporti, subentrano sempre milioni di ripensamenti e di sensi di colpa.
La protagonista non sceglie di entrare in conflittualità con la propria madre. Succede.
Non sceglie di diventare il metro (storto) su cui giudicare sua sorella (dritta).
Non sceglie però nemmeno un lavoro nell’azienda di famiglia, cozzando con aspetti finanziari e matematici che non sono il suo campo. Ne ha bisogno per sopravvivere, come ha bisogno di cibo quando resta isolata in una sperduta casa di campagna. Il nutrimento si ricerca abbandonando qualsiasi sensibilità da ecofemminismo, se si ha fame. I soldi anche: sono necessari. Ci si aggrappa al materiale, quando si è disperati. Alle convenzioni, al buon costume, anche: il giorno del matrimonio indosserà un vestito di pizzo ecrù al posto del vestito “rosa cipria, di raso, con uno scollo sul retro, stretto dietro, come una diva degli anni ‘50”.
Ma le parole servono. Quantomeno, esprimono, ossigenano. Le frasi brevi, e con a capo continui, restano l’esempio più concreto di un uso stilistico magistrale della Lepri, capace di rappresentare la sopravvivenza sincopata della protagonista di Così celeste, che si autoaccusa disperata: “Non sapevo fare niente, solo scrivere”. Quello è stato anche il terreno di scontro interfamiliare più incandescente, per lei. A un certo punto, però, si è arresa con fiducia a quel flusso: “Distillai un verbo. Uno solo… ‘Scrivere.’ ” Il tema metanarrativo entra allora nella pagina e diventa testamento spirituale.
Di fatto, oggi per la scrittura e il mondo editoriale è così. Non si vive scrivendo libri. Non si vive pubblicando libri. Vanno scelti quelli più abbordabili, più vendibili, più leggeri. O quelli che ricalcano certi settori maggiormente in voga: gialli, romance, orientaleggianti.
Voland è in controtendenza. Credere in Roberta Lepri certamente all’inizio sarà stata una scommessa, ma è stata vinta da entrambi, autrice e casa editrice. La vita non è sempre così celeste, non ha piscine pronte all’uso nei resort. A volte, però, accade il miracolo e tuffarsi è solo un atto di fiducia reciproca.






                                                                  

Ph Tìndara Rasi - Credits 2026
                                               


CONTAMINAZIONI

di Tìndara Rasi


Ho voluto omaggiare l’autrice con un mio spin-off, una sorta di ipotesto in chiave cut-up del suo ipertesto.

Mantenendo il mio sunto narrativo ancorato al senso del suo libro, anche se non sempre in maniera fedele, ho provato a intersecare da un altro punto di vista molte frasi e parole trovate qua e là.

Diverse di esse le ho ripetute ossessivamente e consapevolmente, per rendere la riflessione più incisiva.

La discontinuità di alcuni ancoraggi è stata altrettanto voluta per restituire al lettore una narrazione emotivamente frastagliata, come accade nei processi mentali segnati dal dolore.

Non è facile sintetizzare e rendere il funzionamento di una psiche traumatizzata da eventi intimi e inconfessabili.

Il cut-up è una cifra stilistica ormai mia da diverso tempo, una tecnica sperimentale che ho preso a prestito dall’amore che ho per le poesie destrutturate.

Mi è parsa la più incline a rappresentare la capacità ricostruttiva umana che taglia e rattoppa febbrilmente con forbici, ago e filo per tutta la vita.

In questo mio piccolo omaggio, dunque, attraverso i frammenti citati ho voluto restituire ai lettori una protagonista nuova che tenta di ricomporsi, attraverso il cut-up un testo che riflette su un altro testo.


                                                                                                                    

 

LECCANDO BRICIOLE DI PAROLE


La piscina stava ridendo di me. (Pag. 31)

Mentre partivo … borbottava: “Stupida, sei una stupida, lo dice anche tuo padre.(Pag. 84)

Ti riconosci?”…

Certo”... Ma non era vero. Io con quella lì non avevo niente da spartire. (Pag. 86)

Non ero scema, non ero stupida, non ero dura, non ero poco intelligente. (Pag. 99)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

La mia strada l’avevo fatta. (Pag.100)

Ma almeno hai mangiato?” No, non avevo mangiato. (Pag. 71)

Ero proprietaria di due ettari di terreno e non avevo niente da mangiare. (Pag. 68)

Quella casa era mia ma non potevo avvicinarmi. (Pag. 13)

(Era di Jo, il cinghialino, che) mangia, grugnisce e scappa… poi arriva e non scappa più. (Pag. 49)

(Era della vipera ) che mi aspettava su una delle cassette che usavamo per la raccolta delle olive. (Pag. 74)

(E di) milioni di api. (Pag. 93)

Questo fu l’annuncio. (Pag. 88)

Davvero uno spasso. (Pag. 64)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

Stavo bene in modo innaturale. (Pag. 69)

Leccavo briciole di parole ovunque (Pag. 83) ...tanto la mia pancia era vuota. (Pag. 68)

Le cose un giorno sarebbero cambiate. (Pag. 77)

Osservai sulle dita gli anelli che un tempo appartenevano a mia madre… Quanto poteva valere uno di quelli? (Pag. 67)

Nessuno di loro mi aveva voluto bene e tutti avevano cercato di sfruttarmi fino alla fine. (Pag. 102)

Non meritavano la mia comprensione, era troppo anche il ricordo. (Pag 102)

Smisi di sognarli quando mi sposai. (Pag. 92)

Il sangue non mentiva. (Pag. 95)

Un padre buonissimo e una madre cattivissima. (Pag. 64)

Colpa mia che non sapevo suscitarle amore. (Pag. 95)

Avevo creduto che mi volesse un po’ di bene. E invece... (Pag. 83)

...Doveva rimarcare che ero capace solo di scelte sbagliate (Pag. 89)… qualsiasi cosa facessi. (Pag. 115)

Avevo quasi paura a dirle che non volevo seguirla (nelle sue). (Pag. 70)

(A lei) piaceva soltanto Clelia, la sua goccia d’acqua. Che la ricambiava. (Pag. 24)

Mia sorella era più buona di me. Più comprensiva. (Pag. 111)

La mancanza del suo amore mi condannava a una ricerca insensata. (Pag. 121)

Erano passati dieci anni dal primo tumore. (Pag. 114)

Cercavo di non urtare la sua sensibilità. (Pag. 81)

Capì che non ce l’avrei mai fatta. (Pag. 90)

Non la sopportavo. Sapevo con esattezza quando era successo. (Pag. 23)

Mia madre aveva repulsione per tutto ciò che rappresentavo, disprezzava ogni mia idea e mortificava qualsiasi iniziativa. Perfino lo studio. (Pag. 31)

...All’università… c’ero dovuta andare lavorando. Il mio studio era un lusso. (Pag. 18)

Nel sogno era (giunto) il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

Una cerimonia bellissima, dissero tutti. (Pag. 41)

Io avrei voluto solo essere abbracciata. (Pag. 113)

Mi sentivo ancora lieve per la mia recente conquista, ero senza difese. (Pag. 31)

Venivo cacciata. Nessuno fiatò per difendermi. (Pag. 112)

Non c’era tenerezza per me nel mondo. (Pag. 121)

Tacevo per la mortificazione. Ero disperata. (Pag. 97)

La tensione era palpabile. (Pag. 112)

Che guerra era? (Pag. 109)

D’istinto le negai il mio ascolto, forse temevo un ultimo sgambetto. (Pag. 121)

Non volevo fare la sua stessa fine. (Pag. 122)

Mi ero impegnata ad essere diversa da lei. Nel vestire, nel camminare, nel trucco, nel taglio dei capelli. (Pag. 86)

Eppure, adesso che mi osservavo, la vedevo. (Pag. 86)

Cominciai lavandomi il viso. (Pag. 85)

Aprì la finestra per far entrare il sole. (Pag. 93)

La natura da sempre mi inviava messaggi chiarissimi. Ero io a non capirli. (Pag. 58)

Il vuoto premeva. (Pag. 121)

Il mondo stava per finire, che doveva fare una scrittrice in questo caso? Decisi di usare l’abilità personale a scopo consolatorio. (Pag. 44)

E distillai un verbo. Uno solo… “Scrivere.” (Pag. 118)

Avrei potuto piantare i semi che avevo trovato nel cassetto del tavolo in casa… Ma io non sapevo fare niente. Solo scrivere e pensare. (Pag. 59)

Non ero tipo da campagna. (Pag. 78)


La piscina rimase a guardare a fauci spalancate. Stava ferma, era delicata. … Il pesciolino nella mia pancia nuotava con me, dentro di me. Ero un acquario vivente e mi sentivo benedetta. (Pag. 65)

Come diceva Carla, quando chiedi qualcosa l’universo ti ascolta. (Pag. 67)

E il pesciolino uscì. (Pag. 71)

Continuavo a odiare la piscina, ricambiata. (Pag. 115)

Nel sogno era il giorno della mia laurea. (Pag. 30)

(Il giorno della mia laurea) la piscina stava ridendo di me. (Pag. 31)


Tìndara Rasi

(Tìndara Lanza de’ Rasi)


mercoledì 1 gennaio 2025

 


https://www.cpadver-effigi.com/blog/adesso-basta-daniela-solustri/

La probatio pennæ di suor Daniela Solustri ad Esso basta

di Tìndara Rasi

La paleografia è una disciplina interessante e lo stesso la codicologia. Per studiare documenti antichi, gli esperti di questi due settori applicano severi protocolli disciplinari. Dietro ogni scritto c’è un’epoca da rintracciare, una cultura da indagare, una persona da individuare. E laddove quest’ultimo punto non è possibile, si utilizza un termine generico: scriba.

In molte carte di guardia medievali, a un certo punto si rintracciano righe di testo apparentemente slegate e senza senso, oppure minuscoli disegni, o ancora elencazioni di parole. Gli scribi si distraevano e giocavano un secondo? Volontariamente sfregiavano la bellezza di una pagina del lavoro amanuense, per dispetto verso qualche collega? Che significato reale hanno quei pensieri a margine, quegli svolazzi scritturali o artistici?

Una risposta sensata c’è: la probatio pennæ. La penna, letteralmente la parte di piumaggio più robusta di un animale, esigeva per l’uso di essere tagliata in un certo modo e poi di essere provata. Quelle frasi, quelle parole, quei disegni erano prove per testare l’efficacia e il buon funzionamento dello strumento scrittorio. Talvolta la penna era già abbondantemente consumata, e allora si trattava solo di prove tecniche per abituare polso e mano a un altro carattere di scrittura.

La probatio pennæ oggi, con l’era tecnologica e informatica, non ha più diritto di esistenza. Tuttavia, per qualsiasi autore, ogni primo libro rappresenta quel gesto: rompere gli indugi, affinare gli arnesi, lanciarsi in un’avventura editoriale e redazionale.

Il timore e l’impazienza verso le nostre stesse incapacità, ci fa percepire il peso gravoso di tale sfida. Parlare dell’ousìa di una cosa che è quella che è, e non altra, è complesso. Si può tendere a una trascrizione elegiaca verso ogni spettacolo esistenziale ritenuto glorioso. Oppure si può rifuggire verso una lingua ignota e “costruita”, come diceva la religiosa benedettina Ildegarda di Bingen, una lingua innovativa che veli e smussi. Si può essere totalmente autoreferenzialisti. O abbandonarsi a un punto di determinazione esteriore che ci dipinga con assoluta obiettività. Dunque, alla fine del faticoso lavoro scritturale complessivo, di un beta reader e di un cdb, cioè di un correttore di bozze, appare urgente richiederne la collaborazione. Improcrastinabile questo tipo di aiuto esterno per giungere alla pubblicazione.

E se l’uso di sigle e di inglesismi oggi va di moda, beta reader e cdb si possono però condensare in un unico termine: relazione. Tra alfa e omega, un piccolo beta ci sta. Dio richiede a tutti una compartecipazione. Lo ha richiesto Egli stesso all’umanità storica, per mettere su carta il Suo Verbo. Lo richiede a noi oggi, per camminare in una relazione non imposta ma condivisa con Lui.

Tutto questo l’ho capito meglio un 1° luglio di due anni fa. Cosa poteva mai accadere nel giorno estivo che decreta la metà esatta di un anno, l’istante centrale che suddivide i 183 giorni dall’inizio dell’anno dai restanti 183 dalla fine? In tale data si celebra anche la festa religiosa del Preziosissimo Sangue di Cristo. Un giorno, dunque, estremamente significativo ed evocativo per qualunque sentire spirituale. Partecipando a un corso professionale, una linea di tesatura elettrica friccicante mi ha connessa ad altri pali di luce radiante e non potevo non percepirlo. Tutto si è svolto velocemente, come se io fossi mossa da una scossa benigna, perfetta nei volt e nella risultanza luminosa. Sono entrata nella sala dove si svolgeva l’evento, ho firmato la presenza, ho salutato qualche collega e alla fine, con un ampio sguardo, ho abbracciato la platea in cerca di un posto a sedere. C’era una monaca. Ho pensato: “Vado a sedermi da lei, starò bene. Scambiarci due chiacchiere piacevoli tra una pausa e l’altra sarà piacevole. E ho proprio voglia, dopo diverso tempo di digiuno, di parlare di cose sacre”.

Suor Daniela mi è rimasta seduta accanto tutto il tempo. Mi ha accolta, mi ha ascoltata, mi ha raccontato. Abbiamo scoperto di avere una spiritualità carmelitana in comune, io da laica, lei da religiosa. Nella pausa, le ho comprato al bar una pastarella vuota. Volevo condividere qualcosa non solo a parole, ma anche tangibile. Il pasto comune. Poi, all’ultimo secondo, le ho donato anche i santini benedetti della Madonna nera del Tìndari, tutti quelli che avevo in borsa e che per strana coincidenza bastavano a rifornire lei e tutte le sue consorelle nel monastero dove abita al Cerreto di Sorano. Chi mi conosce sa bene che lo faccio sempre, con chiunque incontro e che so essere credente. Ma questa volta è stato un gesto quasi disperato: stava finendo l’incontro e io non avevo pensato a donargliele, come mio solito, se non negli ultimi minuti, contando frettolosamente nel borsello per capire se ne avevo a sufficienza, o se invece rischiavo di deludere qualcuna delle sue consorelle che non avrebbe ricevuto quell’effigie. Qualche minuto dopo, o un numero insufficiente di santini bastevole per tutte, e non lo avrei più fatto, il momento giusto sarebbe svanito.

La Madonna nera del Tìndari si festeggia l’8 settembre. E anche questa è una data che ci accomuna: il mio onomastico, la sua professione religiosa che è avvenuta proprio in tale data. Non lo avremmo mai scoperto, se non le avessi donato quei santini benedetti. Coincidenze benedette. Oltre ai santini, ci siamo scambiate il numero di telefono, chissà… Insomma, nessuna evidenza strabiliante. Una conoscenza tranquilla, un momento come tanti nella vita di due persone. Ma che ha riempito di grazia entrambe, da quel che ci siamo confessate in seguito. Che ha segnato un punto nell’ascesa della montagna carmelitana di tutte e due, probabilmente.

Non so cosa mi ha mossa e guidata quel giorno. Anzi: lo so. So di aver conosciuto Suor Daniela perché doveva rompersi la punta di una penna in modo che si potesse iniziare, o continuare, con rinnovata tenacia, a scrivere una bella storia. Suor Daniela ha ascoltato la mia storia, infatti, e avrà pensato: “Eddài, se c’è l’ha fatta a diventare scrittrice lei…” Io ho ascoltato la sua storia e ho pensato: “Eddài, se non ce la fa a pubblicare lei…

Questa storia, dunque - che non ho scritto io e forse nemmeno lei – mi è apparsa subito come non avente bisogno di costruzioni artificiose. La lingua ignota di Ildegarda di Bingen che rilessifica i termini tramite 23 lettere trasmutate per fini mistici, che inventa parole che riprogrammano la realtà con neologismi mossi da spinta etica e morale, che vogliono rivoluzionare le parole in modo da essere sempre più vicine al linguaggio divino, non è un sofisma necessario quando si parla della vita. Suor Daniela scrive di sé, della sua vita come atto di amore donato verso Dio, come goccia di rugiada illuminata dalla luce di Lui. Io ho letto le bozze, sto rileggendo il libro pubblicato. E in questa azione di lettura ho ritrovato e ritrovo anche un po’ di me.

Sono sempre più convinta di essermi seduta su quella poltroncina, accanto a lei, quel giorno, perché avevo bisogno io di leggere una storia altrui, che mi riconsegnasse Lui. Eravamo agganciate a due sedute diverse. Ma a un’unica missione.

Lei quindi adesso ha pubblicato; io che ho corretto, consigliato, aiutato per mesi nella revisione servizievole, ora ri-leggo il risultato finale. Relazione... Questa è l’unica definizione, l’unica parola essenziale, capace di descrivere l’entità del mistero di ogni incontro, anche del nostro quel giorno. Una relazione trinitaria terrena e celeste rituale: Dio detta, l’amanuense trascrive, l’essere umano legge.

Suor Daniela in questo – a detta sua - libercolo, dichiara spesso: “Adesso basta!” Questo grido lo dissemina tra le pagine con una lievità e una gravità che mi commuovono. Un imperativo così, che quando si è bambini ci blocca e ci spaventa, talvolta ci rompe i timpani per fermarci di fronte a un pericolo, impedendoci magari di attraversare una strada ad alta velocità, da adulti assume altre sfumature. Adesso basta! diventa: è l’ora di cambiare vita. Oppure, Adesso basta! è quello che ci diciamo quando capiamo che non si può pensare di correre sempre e solo facendo affidamento sulle proprie gambe, sulle proprie risorse: è necessario affidarsi a qualcuno che ci sorregge, è necessario lasciarsi accarezzare le guance dal vento dello Spirito, lasciarsi abbracciare. Adesso basta! è il mi affido a Te, mi hai convinta.

Ma il pensiero corre al do ut des: come ricambio questo Suo sostenermi nel mio abbandono? Beh, Adesso basta! anche cercare moti propulsori che ci spingano a ricambiare nella relazione, costrettamente, necessariamente. Devo darti qualcosa, Dio. Tu mi hai riempita di grazia… devo contraccambiare… Devo… Devo… No, invece. Perché niente di ciò che è terrestre e umano, sarà mai un giusto dono da portare quando si andrà a trovarlo a casa sua. Ogni cosa fatta, ogni cosa pensata, ogni cosa realizzata, risulterà sempre una minutaglia scandalosa, una sciocchezza di nessun valore rispetto al Suo averci donato la vita.

Consapevoli di ciò, ci sentiamo spesso sopraffare dal disagio: che figuraccia che facciamo, continuamente, di fronte a Lui. Anche un atto scritturale... come appare sempre imperfetto, impreciso, indegno di parlare di Lui e della relazione con gli altri tramite Lui. Prima di darlo davvero alle stampe, quante limature da scrittrice, quanti consigli da lettore beta, quante correzioni da cdb… C’è tanto, tanto lavoro da fare e ogni volta riprende lo sgomento di un risultato non ancora buono da mandare in rotativa. Mille ripensamenti, mille rielaborazioni… Un affanno ingiustificato, ma comune. Poi il pensiero decisivo: Adesso basta! Per un motivo molto semplice: “L’anima mia era come un libro nel quale il Padre leggeva meglio che io stessa”, diceva santa Teresa di Lisieux. Non c’è da scrivere nulla di perfetto, oltre quello che già Lui ha scritto per noi. Ci è richiesto solo di “amare sino a morire di amore”. Se questo alberga nel nostro processo comunionale e cammina - a volte meno rapido, a volte più spedito - dentro il nostro ondivagare da proficienti, se comprendiamo che tutto il fare, il vivere è relazione pro bono, ad un certo punto è necessario cessare l’affanno della corsa alla perfezione, placare l’ansia: Adesso basta! Chi siamo e come siamo, e come e quanto imperfettamente o perfettamente ricambiamo il Suo innestarci in relazione, ad-esso-basta. Se abbiamo o non abbiamo una gamba o un braccio, se siamo sani o malati, se sappiamo scrivere autoralmente o se siamo semplici scribi sotto dettatura, se possediamo e valorizziamo i talenti evidenti o meno, non ha nessuna importanza. Ha importanza se amiamo come Lui ci ama. Ha importanza il nostro sì, mossi dalla circumsessĭo trinitaria. È questo che ad-esso, e sempre, basta. O meglio: che ad Esso, con la E maiuscola, basta.

L’imperfezione a volte non si accetta, come non si accetta la sofferenza fisica. Ma non dipendendo dalla nostra volontà, hanno entrambi ammissibilità a esistere. Il tentennamento, la titubanza ingiustificata invece, no, non devono permanere e possiamo e dobbiamo debellarli. Ogni volta temiamo di tagliare il calamo della piuma e dare il via al rito della probatio pennæ. Invece bisogna fare, agire, dire sì, senza paura di sbagliare. Adesso ad Esso! Questa è l’unica cosa che conta ed è l’unica cosa che basta. Bisogna spostare l’accento da un avverbio di tempo della grammatica umana, ad una “parola d’autore” diversa. Bisogna osare parole d’Amore nuove.

Non sempre ci riusciamo, ovvio. Rompere la punta della penna… lasciarsi rompere… per diventare opere d’arte nelle Sue mani, non è facile. Ci manca il coraggio di affidarci e di lasciarci plasmare. Ci blocca la fatica, l’insicurezza, la sofferenza. Ma sono davvero convinta che sia sempre il Suo Amore a primeggiare, ad andare oltre ogni nostro sciocco, quotidiano, scorretto divagare tra mille puntini di sospensione... Che sia Lui l’Azione che muove all’azione. A Dio, quanto noi possiamo in Lui sufficit. A Dio, che ama a prescindere, ogni prova di calamaio, compresa quella di suor Daniela ai margini della sua pagina, finalmente giunta alla luce, basta.

Tìndara Rasi

mercoledì 28 dicembre 2022



 A NATALE TI REGALO L'AMORE, UN LIBRO DI BARBARA SCOTTO

di Tìndara Rasi


In questi giorni di festa si legge un libro smaccatamente natalizio, comprato al volo in libreria et voilà... si conosce Barbara Scotto, una scrittrice locale della quale nulla si sapeva per distrazione personale, e ci si lascia trascinare dentro la solerzia di affetti dei protagonisti che lei ha ideato e che non ne possono più di vedere la protagonista principale della storia scappare dalla resa ai sentimenti che chiude sotto chiave per paura di soffrire. Inizia così un diario di viaggio parallelo tra me lettrice e loro protagonisti, snodato proprio nel periodo natalizio e fino a capodanno, cioè nell'adesso di questo strano fine 2022. Ogni giorno leggo un capitolo, intuendo che si tratta di un capitolo fast e lieve da leggere per chi legge, slow e capovolgente da vivere per chi è protagonista del racconto. In parallelo alla storia e alla lettura, infatti, ogni step di vicenda appaia precetti motivazionali. Di cosa si tratta? Consigli? Forzature? Pungoli? Si tratta di cinque precetti laici che motivano a scartare il dono perfetto in un tempo perfetto, quello magico delle festività natalizie. Nel libro della Scotto non si parla infatti dei cinque precetti cristiani, ovvi per Natale e per chi è credente, né dei cinque precetti specifici del codice etico buddista. Ma si tratta di precetti emozionali che hanno un unico comun denominatore: motivare a riesplorare l'amore. E se accade che riescano nell'intento-strenna da parte di chi li testa come prove per valutare i possibili risultati finali, è perché fondamentalmente non si è manipolabili o suggestionabili, ma si è: pronti. La goccia fa traboccare il vaso, quando il vaso si piena. Ovvietà? Forse. La verità è che a un certo punto si è semplicemente di nuovo pronti, ancora una volta e sempre, ad amare dimenticando le più cocenti esperienze di naufragi emotivi che ci portiamo nel cuore. Solo che si ha bisogno della spinta giusta per prenderne coscienza e sbilanciarsi senza restare in stallo nel proprio pantano. Ma chi può riuscire a scuotere certi cuori induriti come quello della protagonista? Soltanto chi veramente ci tiene a consegnare a qualcuno un regalo perfetto, fatto thinkmade e con prezioso disinteresse, fatto solo per il più classico dei motivi, il semplice ma quanto valido "Ti voglio bene". L'unica frase da scrivere o da leggere sui biglietti dei pacchi regalo da e per amici e affetti. L'unica che vale. L'unica che serve. Buon "Ti voglio bene" a tutti. E grazie a Barbara Scotto per averlo ricordato ai lettori del suo "A Natale ti regalo l'amore."

Tìndara Rasi

giovedì 22 luglio 2021

TRA GRAVITAS E LEGGEREZZA, LA VITA IN CAMMINO

di Tìndara RASI

Leggendo “Ogni passo fa nascere una brezza. Rinascere sul cammino di San Francesco”, di Eric Minetto, edito da Lit Edizioni – Edizioni dei Camini, non si sta fermi nel proprio cantuccio, sulla propria comoda poltroncina: i piedi fremono, la mente viaggia. Dopo un intervento al piede, l’autore ha infatti deciso di attuare una sorta di gesto di ringraziamento per la guarigione avvenuta, completando per cammino immersivo, per cammino suppletivo, il tratto di strada che San Francesco, malato e morente, non riuscì a compiere negli ultimi momenti della sua vita. Minetto, guarito dal suo piede malato, non facendo nemmeno i conti con l’analisi delle sue stesse resistenze umane, concepisce e mette in atto questo ex-voto ambizioso: prestare follemente i suoi piedi a San Francesco per fare con lui/per lui/in vece sua il tratto di strada che da La Verna porta ad Assisi. Non si tratta di mezz’ora di cammino, ma di giorni interi al posto di. E in quell’interscambio non consecutivo ma partecipativo, trascina anche il lettore con una sorta di actuosa participatio missale. La sua impresa rimanda alla mistica della riparazione, quella dei cristiani che “riparano” ai patimenti di Cristo, che contribuiscono al corpo mistico patiens. Parte di un tutto più grande, dunque, anche questo usarsi a “prestito” umano per un Santo che lasciò qui il suo fisico in pegno, elevandosi lassù a etereità sacra. Minetto rende omaggio alla contemporaneità reale di Franciscus passus assisiensis, usando l’unica cosa che lo rende pro-alteritas, bene mediazionale infrapersonale: il suo stesso corpo, arti, pelle, occhi, piedi. Ma occupandosi di yoga e di scienze orientali, nel cammino intrapreso mette in campo anche strategie di mindfulness, di counseling, di teorie orientali, di spiritualità (nel senso più esteso che la mera religio), e di percezione corporea del sé, tutto nei giusti dosaggi. Il suo non è un libro cattolico cristiano in senso stretto, dunque. É un percorso: il piede va avanti a volte saldo, a volte vacillante, sulla concretezza del “terreno”, quello fisico, fatto di pietre sgranellate e di pulviscoli, ma anche quello della storicità umano-temporale e della gravità terrestre corporea. Poi però non rimane “a terra”: viaggia anche sulla “concretezza psichica” dell’oltre, del pensiero “filosofico”, dell’immanente mentale. L’autore non intende donare un libro cartaceo a un lettore, ma un bene infraumano, un riflesso di pensiero applicato, di allineamento cosmico oblativo. Il “battito universale” oltre la realtà sensibile, che diventa respiro pandemico. L’allaccio mentale, l’energia interpsichica tra chi è da una parte e scrive, e chi è dall’altra parte e legge. Per donare questo ad altri, scarnifica non solo se stesso. Scarnifica il proprio processo mentale che respira di fresco senza “proposizioni consecutive” e ridondanti, senza zaini pesanti sulle spalle e tra la lingua. Scarnifica la propria scrittura, che si slava sotto la pioggia, per lasciare intatta una sola lettera indicatrice del percorso, una Tau gialla. Non ci vogliono eccessi, gli suggerisce San Francesco, infatti. Basta un lenzuolo, per scrivere. Basta una lettera per indicare il percorso, per darci il “libro” che necessitiamo. E se si ascolta bene, è il vento che sfoglia le pagine, smuovendo le foglie degli alberi attorno: non ci serve altro. Cosa c’è in quella brezza, in quel respiro? C’è la creazione che geme, soffre ed è in travaglio (cfr Rm 8,22) perché non riesce a vivere il miracolo di “camminare sospesa sul vuoto” e nel contempo restare appoggiata sulla terra, “lieve, però, come se si camminasse sul cielo”. C’è la creazione che attende di unirsi in un unico afflato liberato da pesi inutili. E c’è quel vento spirituale, quella brezza leggera e naturale che arriva e sospinge lievemente, eleva, afferra, alleggerisce, permette il volo… Se siamo nella giusta corrente, ne veniamo sospinti senza neanche accorgercene e voliamo anche noi, leggeri tra i cirrocumuli.

San Francesco ci è riuscito: non è nella cerchia dei beati per un’onorificenza e un fastigio pinnacolare personale, ma per “montare di guardia alla bellezza del creato”. E da lì, il maestro santo prende dal Santo Maestro e consegna al pellegrino camminatore insegnamenti ruvidi ma efficaci, affinché li rimandi ad altri, in un sistema di diffusività fraterna della “semplicità”, parola a lui tanto cara. Aprendo la porta francescana del suo memento terreno, non si trova infatti nessuna pietra scintillante e preziosa, nessuna ricchezza materiale, ma il sasso nudo, il corpo nudo. Nel cammino, lo zaino troppo pesante storce la colonna vertebrale, gli scarponi scarnificano i piedi. Ci vuole lievità e slowness, in modo da riconoscere un ramo innocuo da un serpente pericoloso disteso in mezzo alla trazzera. Bisogna essere presenti a se stessi, non avere l’urgenza della meta finale, ma quella del percorso da godersi hic et nunc. Per San Francesco l’essenzialità era un bastone, un sandalo, un saio ruvido cucito e ricucito con la ginestra, uno con il cappuccio per ripararsi dalla luce eccessiva, visto che stava diventando cieco e aveva problemi agli occhi. Non bisogna “appesantirsi inutilmente durante un viaggio, quello della vita… ma imparare ad alleggerirsi, a farsi respiro”. Bisogna ricercare “la felicità a prescindere” buttando via le zavorre che non servono, dice l’autore. D’altronde “Francesco è in ogni passo che in piena coscienza decidiamo di non fare”, non in quello che decidiamo di fare o in tutto ciò che decidiamo di “trattenere”. Questo non significa che materialità, intenzione e volizione siano da demonizzare, ma che se scardiniamo schemi di filodossia comune, comprendiamo che tutto concorre al bene interiore e spirituale a volte anche in modo curiosamente apofatico. È in questa struttura di senso che alla fine lo scrittore in cammino, decide di non fissare nessuna bandierina sul suo Google Maps personale, raggiungendo mete fin troppo commerciali e inflazionate. Sa che siamo eterei e partecipativi di un’unica energia viva che eternizza i nostri passi, se smettiamo di pesare sulla polvere con una gràvitas che ci rallenta soltanto. La meta non è qui. O forse, la meta non esiste, esiste la vita ed è perenne. Esiste in quel lieve insufflare durante il krònos le particelle di ossigeno buono che ci consegna il polmone dell’universo. Ed esiste in quel gesto semplice e molto francescano di spandere a nostra volta, al respiro storico creaturale, al kàiros oltre l’archeo, il profumo di citronella dei nostri vasi personali (cfr San Paolo, 2Cor 2,15), eleganti e preziose sentinelle a guardia dell’aere sui balconi delle case.

Original by Tìndara RASI