venerdì 17 aprile 2020



LA CESTA SOLIDALE PER L'ANIMA
di Tìndara Rasi


Nell'impasto stilistico di una vicenda letteraria, si arriva ad un punto, detto "Spannung" che è quello di maggior tensione, quello che permette all'azione di risolversi o di precipitare con un colpo di scena risolutivo, quello che origina la conclusione dopo alterne peripezie.
Qualcosa del genere accade al viandante, al girovago. Cammina, cammina e ad un certo punto si dispiega, inaspettata di fronte a sé, la Serendipity, l'El Dorado, la Timbuktù, il paesaggio/passaggio insperato. Per raggiungere quel "luogo", non si traccia quasi mai un percorso lineare e prestabilito, ma se ne percorre uno ondivago. Si "trottola" per calembour di una spirale non-sense, degna del pancione "patafisico" di Alfred Jarry. Non si appalta ad altri il proprio destino, dunque, ma se ne diventa protagonisti. Tra errori e mistificazioni, tra giravolte e ripensamenti, alla meta si giunge, marcendo le piante dei piedi con calloni e ferite.
Cosa modifica però il risultato di un viaggio mentale o reale? Il background personale, certo, lo sfondo retroculturale ed esperienziale. La scelta di partire, di non fermarsi al solito miraggio. La capacità di volgere verso un determinato bivio tutto ciò che ci si accade, il momento che si vive, il luogo sul quale si transita. Ma anche una certa dose di clinamen epicureo, di asimmetria barionica da Big bang primordiale. Una foglia cade, e per attrazione terreste arriva a terra; eppure è un colpo di vento che può determinare la sua discesa, il punto di atterraggio, la velocità, la deviazione, la collisione o lo sfioramento con altre foglie. C'è una "soggettività anonima", disse il filosofo Husserl, che opera nascostamente in qualsiasi esperienza. Lo "Spannung" della vita...
Siamo in epoca di distanziamento sociale. Ciò ha appaltato le nostre coscienze. Ci sono SI, e SI. C'è il SI impersonale che tanto amò Edoardo Sanguineti nel libro "Il giuoco dell'oca" (1967) tra rimandi di pagine e pagine come dentro un moderno libro-games; quel SI che vale per tutti, indistintamente, nella grammatica italiana. C'è poi il SI passivante, quello che dal transitivo attivo, volge al passivo: lo si potrebbe fare.... C'è il SI riflessivo (ripiegato su noi stessi, sulla nostra persona, tocca il ...); ma anche il SI riflessivo apparente (riferito a parti della propria persona... toccarsi le mani, i piedi...), e il riflessivo reciproco (Tizio e Caio si abbracciano). E infine c'è il SI particella pronominale, quello che sostituisce il nome nell'incamminarsi. Usare quei SI è un atto linguistico ma anche di coscienza. Anche perché cosa viene detto (senso denotativo), è diverso dal come viene detto (senso connotativo). I SI possono essere enunciati constativi, cioè che necessitano di capire la falsità o la verità del loro senso (come un soggettivistico "siate" al congiuntivo ... e chissà se poi davvero sarete...); ma anche enunciati performativi che necessariamente si attueranno, perché già regolati da norme sociali o da usanze (come un "siete" indicativo). In questa situazione di emergenza, noi siamo "parentesigraffati" tra i confini dell'enunciato constativo. Ma è il performativo che ci piace, quello che decreta l'atto: io ti sposo, io mi muovo. Non qualcosa che farò dopo, forse, da esperire; ma che faccio, sicuro, adesso. Vorremmo che il senso denotativo e quello connotativo, coincidessero.
Eppure il clinamen di Epicuro, con un colpo d'atomo in collisione con un altro, ci ha spazzato verso altri SI. Quelli che non esistono grammaticalmente, ma sono i SI di postazione. Fermi. Una postazione di sentinelle in attesa, come nel "Deserto dei Tartari" di Dino Buzzati. Non ci siamo abituati. Per questo ci pesa il distanziamento sociale imposto. Ci sentiamo kikikomori, assoggettati alle videoconferenze: i contatti non ci mancano, ma ci manca la gioia della grandezza fisica vettoriale detta "forza", che determina un moto dinamico spontaneo. Le neuroscienze ci tranquillizzano, dicendo che esiste il default mode network (DMN): la nostra mente lavora allo stesso modo sia in attività, risolvendo un complesso calcolo matematico, che a riposo. Ma non ci crediamo più di tanto. L'inattività uccide l'economia e anche la stabilità mentale.
Tuttavia, un tempo questo SI di postazione era più accettato e considerato, perché intenzionale, "previsto" da un campo che oggi non esiste più, quello contemplativo della mistica religiosa. Resiste, in area orientale; si è rarefatto in quello europeo. I romiti o eremiti, non hanno voce, non rientrano nelle nostre categorie di pensiero e di vita. Clarisse, carmelitane, erano contemplative d'eccellenza. Guardo il "Canestro di frutta" di Caravaggio e ne osservo la staticità, la fissità tra la la cornice del quadro dentro un monitor di computer. Immortalato, immobilizzato per l'eternità, quel canestro. Adesso il paniere, il cesto della solidarietà, da Napoli si è diffuso in tutta Italia. Esisteva il "caffè sospeso", la pratica di lasciare pagato un caffè al prossimo che entrava nel bar, senza soldi; ora c'è il "cesto sospeso", lasciato penzolare dai balconi (ma senza intralciare il manto stradale), dove "chi ha metta, chi non ha prenda", come diceva San Giuseppe Moscati. Lo si riempie di ciò che ci avanza, un po' di cibo non deperibile, possibilmente, e lo si lascia lì a beneficio dei passanti. Sono state create mappe delle postazioni, numerate e controllate, anche se non è esente lo sciupìo di chi ne approfitta. Un cesto statico e dinamico allo stesso tempo, quello dei tempi moderni. Ci sono cesti e cesti, come ci sono SI e SI. In Amos e in Geremia, due profeti dell'Antico Testamento, i canestri pieni di fichi o frutta matura indicavano sventure. E anche Giuseppe predisse sventure dopo tre giorni, interpretando il sogno dei tre canestri fatto dal coppiere e dal panettiere del faraone d'Egitto. I cesti vanno dunque oltre la decifrazione univoca di un fenomeno, di un uso comune. Non ci possiamo trovare cumarina con l'odore dolce dell'erbetta appena tagliata, non resistono gli odori e i sogni così; ma ci troviamo concretezza "materiale" e "intestinale" nuova. Niente sogni, niente brioche, ci serve il pane, cara regina Maria Antonietta. Perché persino l'altro paniere, il paniere Istat dei beni di consumo, rileva un'impennata dell'inflazione non certo di buon auspicio. Con cento euro ci si compra poco, manco fossimo al mercato nero nei tempi della guerra. È il trickster, l'imbroglione dei nostri tempi, quel santo denaro che ci presenta tutto come immutato e che invece di immutato ha ben poco, perché ci gabba con tiri mancini lentissimi e incontrollati: ce ne accorgeremo solo alla fine, guardando il grafico dei prezzi di beni di prima necessità. Fenomenologia del mercato azionario.
Nel canone pāli buddista, dove i canestri sono tre, canestro della disciplina, canestro della dottrina e canestro della cosmologia, ci rientra invece anche la contemplazione, la staticità. Nel canone Zen, poi, "stare seduti" è l'apoteosi dell'ideale religioso di ogni adepto. Nel nostro canestro interiore, però, questo aspetto deficita proprio. Mosè fu lasciato scivolare lungo in fiume Nilo in un canestro. San Paolo si liberò dalla sua prigionia scappando dalla finestra del carcere di Damasco, nascosto dentro una cesta. La vita rinacque da quei cesti. Ebbe "possibilità". Oggi il cibo costa, e dalle ceste sospese, come moderne "preghiere sospese" dentro le cattedrali dell'anima, si può trovare giovamento materico che fa tanto "costume sociale" per i giornalisti del mondo intero. San Benedetto riceveva nella sua spelonca un tozzo di pane calato dall'alto con una corda; si svegliava al suono di un campanellino e lo afferrava. Ci mise lo zampino il diavolo, rompendo il campanello, ma il cibo gli arrivava comunque come una manna, tramite carrucole manuali e corde sospese a mezza grotta. Perché il genere umano ha bisogno di ingozzamento sostanziale, non ce la farebbe mai a misticizzare questi tempi di grama delibando la propria "carne spirituale". San Lorenzo, da buon diacono, fece arrostire se stesso ("Questo lato è cotto, giratemi", disse bloccato sulla graticola); lo fece nel martirio testimoniale di fronte alla richiesta di soldi altrui, soldi destinati alla Caritas dell'epoca. Ma la finezza claustrale delle monache o la sublimazione di se stessi per oblazione, non illècebra la forma mentis moderna. Nello Spannung di questo periodo, la svolta che si agogna è poter uscire, ritornare alla vita di sempre. Non la metànoia, il cambiamento di costumi che diventi radicalità di metamorfosi. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci nelle ceste, per noi vuol dire tornare come prima, più ricchi di prima, ma non certo interiormente. Non sappiamo che farcene di un tempo di reclusione. Non sappiamo gestire la noia, l'inattività. Non rischiamo di crescere, ma di decrescere. Perchè non siamo preparati a sederci, nella tensione di un'attesa che è solo mentale. Non sappiamo dire un SI che da passivante riflessivo, diventi particella pronominale. Il "SI" maiuscolo di Maria all'apparizione dell'Angelo. Un SI in cui donò il di se stessa. Ci mangia il tickster del defoult "animarum", falliamo la rinascita nicodemica che scende dall'alto con le ceste amniotiche di queste notti intramate di Dio. Nel nostro bullet journal, non c'è la pagina per l'attenzione, per l'accrescimento dell'anima, ma solo quella pragmatica per l'arricchimento del vitalizio liquido. A tal Andrea Gallerani, che da Siena finì esiliato nelle lande desolate della Maremma grossetana, lo Spannung, il clinamen, lo portò a deviare, a diventare il fondatore della "Casa della Misericordia", per prendersi cura, medicalmente parlando, degli appestati dell'epoca. Un cacciatore come Bernardo Maria Silvestrelli, visitando i Passionisti di Sant'Eutizio a Viterbo, converse la propria vicenda esistenziale verso Dio. Giacomo Papocchi da Montieri, un ragazzino che nel 1200 rubò per fame, abbandonato dai suoi stessi amici di combriccola, finito per penitenza con una mano e un piede mozzato dalle autorità, decise di farsi "murato".
"Il recluso non era un isolato, uno che si tagliava fuori dalla Comunità e che da questa era abbandonato al suo destino solitario; egli appariva invece come la sentinella scelta da Dio a salvaguardia di tutto l'accampamento, meritevole perciò di essere da tutti sostenuta nel suo posto avanzato. Ecco perchè la sua decisione eroica era salutata con gioia, come un fatto di interesse comune, e la sua entrata era una cerimonia pubblica (ecclesiale), quasi una festa di popolo. [...] il prigioniero di Cristo, mentre si estenuava in digiuni e preghiere di tutti, poteva contare sull'apporto di tutta la comunità dei fedeli." ("Il beato Giacomo da Montieri", di D. Rino Biondi, Grafiche UTA Volterra, pg. 67-68)
Giacomo Papocchi aveva giorni, ore di silenzio, durante i quali gli faceva compagnia il suono della campana. Nel rumore della città, non la sentiamo più, è un rumore tra tanti. Non era sempre solo, ovviamente, ma era spesso "disturbato" da gente che passava vicino alla sua cella e gli chiedeva preghiere, intuizioni, non avendo tempo per farlo da sé. Sognava l'ostia e Gesù scese da lui nella cella murata e gliela portò direttamente con le sue stesse mani divine. Quotidianamente c'era anche chi gli porgeva il panierino di viveri e di bevande. Spirito e corpo erano salvaguardati entrambi. Questo fu il raro, meraviglioso privilegio accordato ad una sentinella che, per accettazione ecclesiastica e per volontà personale, aveva deciso di farsi murare viva, santificando la sua vita. Era il suo SI, la sua decisione. Nessuno glielo aveva imposto. Era un suo desiderio; e la sua scelta fu l'onore di un intero paese che si poté vantare di avere un "murato" approvato dalla chiesa in seno alla propria comunità. La clausura di un uomo che non andò in convento a trovare letto e cibi e compagnia, ma preferì seppellirsi vivo, dando uno scopo alla sua esistenza come liberazione dell'anima da quel corpo mutilato, offerta di sè a Dio e intercessione per tutti i suoi compaesani: non si dimentica un uomo che decide quel tipo di SI. Non per la singolarità straziante e pazza della sua vicenda umana, ma per la donazione spontanea che lo piallò ab eternam tra quei legni ecclesiali. Cosa può apportare una vita di clausura? A se stessi, l'elevazione dei propri pensieri e della propria anima, come anche tutte le pratiche ascetiche orientali apportano. Agli altri, l'esempio e il monito che non esiste inattività, solo direzionalità. Si può scegliere cosa farne del tanto tempo libero a propria disposizione. Si può scegliere di annaspare nelle sabbie mobili del disfattismo e del malumore senza speranza, ibernando la vita. Oppure, si può osare elevarsi verso altezze metacognitive, come novelle gabbiane Fortunate finite provvidamente tra le zampe del gatto Zorba e nella penna di Luis Sepùlveda. Un uovo da mangiare, o un essere da vegliare? Restare a terra, o volare? Out out kierkegardiani. Effetti da voli pindarici rischiosi ma vocazionali. Adesso, nell'elenco dell'Olimpo letterario, il gatto e la gabbianella hanno entrambi l'eternità assicurata grazie all'inerzia sublime del cileno Sepùlveda seduto alla scrivania mentre li descrive, e ai milioni di lettori che ancora li seguono dalle loro comode "poltrone". Perché persino per gustare questa novella, il negotium ha bisogno di trasfondersi in sacro, mistico otium. E se un feedback ci sarà dato, potremmo sempre dire: "Ho avuto il tempo pieno di leggerli, Zorba e Fortunata". Non per imposizione, non per noia, ma per un plugin aggiuntivo che mi ha implementato il software base della vita ordinaria. La delizia "non necessaria" che serve soltanto a stuzzichellare il recettore del bottone gustativo. Il lampo di divino che è insito in noi e che vorrebbe soltanto essere scoperto. Tra queste insperate mura "papocchiane" regalate dagli eventi, tra questa clausura "fortunata" che non ci ammala ma ci lascia vivi in casa nostra, abbiamo tempo per scovare finalmente questo inaspettato Easter egg calato giù con la cesta dal generoso e a-temporale balcone "soprastante".

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domenica 8 marzo 2020


LA STORIA DI PALO DE HORMIGO
di Rigoberta Menchù

Il signor Palo de Hormigo si svegliò triste. Non c'era ragione di esserlo. Il mattino era splendido, gli altri alberi si stiracchiavano contenti delle loro foglie e dei loro rami, gli scoiattoli saltavano d un ramo all'altro, gli uccelli annunciavano il sole e prima dell'alba stavano già cantando, come se fosse festa tutti i giorni. Il signor Palo de Hormigo non aveva ragione di essere triste eppure si svegliò triste.
Il Palo de Hormigo è un albero robusto: grosso, frondoso, con foglie verdissime e, soprattutto, con un legno duro, duro, duro. Il legno più duro del bosco. Il picchio arriva con il suo becco esperto nell'aprire buchi in tutti gli alberi e, dopo aver tentato di fare il suo nido nel signor Hormigo, rimaneva con il becco che sembrava una molla. Era un albero duro e solido. Forse per questo dava la sensazione di proteggere tutti gli uccelli. E allora gli uccelli arrivavano, tutti gli uccelli del bosco, i sanates, i cenzontles, gli uccelli canterini, i guardabarranca, i passeri, tutti gli uccelli arrivavano, si appoggiavano sui rami dell'Hormigo e si mettevano a cantare le loro canzoni antiche, antiche come il mondo. Avvenne quindi che la musica degli uccelli cominciò a penetrare nelle foglie, nei rami, nella linfa del signor Hormigo, fino a raggiungere il suo cuore. Quanto più gli uccelli cantavano, tanto più il signor Hormigo si riempiva di musica, esplodeva di musica, la musica gli sprizzava dal cuore.
cercò di cantare, ma non ci riuscì. Non aveva la bocca degli uomini, né il becco degli uccelli. Si rese conto che tutto l''universo cantava: i mari ruggivano quando erano agitati, e poi la spuma delle loro acque andava a frangersi sulle spiagge con un sospiro tonante; il vento passava fra i rami degli alberi e si diceva che sussurrasse; i precipizi rispondevano con l'eco ogni volta che qualcuno li chiamava; i ruscelli dicevano cose incomprensibili, mentre saltavano da una pietra all'altra; le caverne sulle montagne ululavano, e perfino altri alberi fischiavano. Il signor Hormigo si rese conto che anche tutti gli altri animali cantavano: ruggivano i giaguari e gli zaraguates, i lupi e i coyote ululavano, le scimmie gridavano e, in generale, ognuno si sfogava a più non posso. Il signor Hormigo riconobbe che il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra avevano creato un mondo sonoro. E solo lui, che era sul punto di scoppiare dalla voglia di dire qualcosa, rimaneva muto in mezzo alla foresta!
Per questo il signor Palo de Hormigo si svegliò triste.
«Non ti basta che il vento fischi tra le tue foglie?», gli domandò uno scoiattolo.
«No, non mi basta», rispose, «voglio lo stesso dono della musica che hanno gli animali, i ruscelli e i fiumi.»
Sapeva bene che quello era il destino degli alberi, ma voleva cantare per emettere dalle sue viscere tutti i trilli che gli uccelli gli avevano regalato nel corso della sua vita. Per questo sospirava tristemente. Aveva una malattia che si chiamava malinconia: è la malattia di un sogno, di un desiderio, di una nostalgia. La cosa peggiore fu che la malattia della nostalgia divenne contagiosa. All'improvviso gli uccelli, che vivevano sui rami del signor Hormigo, smisero di cantare. Anche loro erano tristi, e invece di cantare, emettevano lunghi sospiri, come se avessero perso le forze. E agli uccelli degli alberi vicini, sconcertati, succedeva che ogni volta che volevano fare un trillo o un grido, usciva solo un profondo avvilimento, come se il loro cuore fosse finito nell'angolo più oscuro dell'abisso e non riuscissero a trovare l'energia per andare a cercarlo. E il male si andò estendendo a tutti gli uccelli, e dagli uccelli agli altri animali. I cani non abbaiavano più, lanciavano solo i loro famosi sguardi pieni di tristezza. Le scimmie non gridavano, chinavano il capo e il loro sguardo si perdeva all'orizzonte. E così tutti gli animali, e dagli animali la malattia della nostalgia passò ai ruscelli, che smisero di mormorare, e ai mari, che rimasero calmi come se non ci fosse vento, e ai venti, che smisero di fischiare, e ai leoni, che non facevano più i loro terribili sbadigli. Di colpo il mondo rimase muto. Il mondo divenne sordo.
E il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra udirono quel grande silenzio dilagare nell'Universo.
«Che cosa è successo?» si domandarono. «Che cos'è questo silenzio che stiamo ascoltando? Perché c'è così tanta tristezza nel mondo?»
Lo domandarono alle colline e ai fiumi e questi risposero: «Signori, sicuramente il vento lo sa». Lo domandarono al vento, e questi con umiltà disse: «Padre e Madre, il motivo per cui tutti gli animali dell'acqua, della terra e dell'aria stanno zitti è la malinconia. Se la sono passata l'uno all'altro finché si è estesa per ogni dove. Ma l'origine di tutto, l'inizio di questa tragedia ha luogo nel cuor della foresta, con la tristezza che ha pervaso il Palo de Hormigo».
Allora il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra andarono dal signor Palo de Hormigo e gli domandarono che cosa gli stesse succedendo.
«Padre e Madre», rispose l'Hormigo, «perdonatemi per aver contagiato tutto l'universo con la mia malinconia. Succede che con gli anni mi sono impregnato così tanto di musica che non mi basta più il semplice fischio che il vento produce quando passa tra le mie foglie.»
«Padre e Madre: voglio cantare, ho bisogno di tirar fuori tutta la forza della musica che vive dentro di me!»Questo disse il signor Hormigo al Cuore del Cielo e al Cuore della Terra.
Il Cuore della Terra, la Madre Natura, rispose all'Hormigo: «Figlio mio, non essere più triste» gli disse, «tu sai che ogni essere della creazione ha un compito da svolgere per raggiungere l'armonia». E aggiunse: «Sai anche che a ognuno è stato assegnato un modo diverso per dire al mondo quello che prova. Gli alberi devono fischiare con l'aiuto del vento, così come le caverne devono ululare e i fiumi e i ruscelli cantare».
La Madre continuò: «Tuttavia, la tua tristezza ci ha commosso. Consulteremo Nonno Sole e Nonna Luna e domani, all'alba, verrà un quetzal dalle piume brillanti a posarsi sul più alto dei tuoi rami e ti dirà all'orecchio il messaggio dei Nonni». I Genitori si congedarono dall'Hormigo dicendogli: «Non essere più triste, figlio caro, voglio vedere di nuovo la tua allegria affinché tutti gli animali dell'aria, dell'acqua e della terra tornino a riempire con i loro suoni i quattro angoli dell'universo».
Il giorno dopo, con i primi bagliori di luce, comparve un quetzal dalle piume verdi e lucenti. Si posò sulla parte più alta dell'Hormigo e iniziò a trasmettere il suo messaggio. «Nonna Luna ha dato il suo parere», disse il quetzal, «e ti manda un acquazzone di polvere di giada che ti lavi via la malinconia che ha ammalato le tue radici, il tuo tronco, i tuoi rami e le tue foglie. D'ora in poi contagerai allegria e voglia di vivere dalle viscere della foresta. Il tuo seme si estenderà ai boschi e migliaia di Palos de Hormigo popoleranno la terra.» Il quetzal prese fiato e proseguì dicendo: «Nonna Luna ha sentenziato che il destino degli alberi è fischiare con il vento e che cantare non appartiene alla loro natura. Tuttavia, commossa dalla tua tristezza, la Nonna ti ha concesso il dono della musica e mi ha raccomandato di spiegarti quanto accadrà in futuro».
Il quetzal ripeté le parole della Nonna: «Gli uomini di mais saranno creati per popolare la terra e onorare il nome dei loro genitori e dei loro Nonni. Gli uomini di mais saranno saggi e impareranno a far produrre la terra e a coltivare le scienze e le arti. Le donne e gli uomini porteranno nel loro spirito il dono della musica, lo stesso che ti abbiamo concesso, Palo de Hormigo». Il quetzal continuò dicendo: «L'uomo di mais scoprirà che nel tuo legno, Palo de Hormigo, è concentrato lo spirito del canto degli uccelli. Quando l'avrà scoperto, taglierà il tuo legno in strisce lunghe, e le chiamerà tavolette, e quelle tavolette, percosse da una bacchetta di legno con una pallina di caucciù sulla punta, produrranno il suono più puro, la musica più gradevole dell'universo, e tutte le tavolette messe assieme, legate, e suonate sulle grandi zucche secche, popoleranno l'aria della montagna con la stessa armonia della pioggia nei pomeriggi tranquilli, o con la soavità dei ruscelli che scendono dalle montagne, o con il chiasso mattutino degli uccelli. Lo strumento che gli uomini fabbricheranno per estrarre la musica che si trova nelle tue viscere si chiamerà marimba, e farà la gioia delle orecchie della gente nelle feste e nei balli, nei momenti di riposo e di riflessione. Solo così uscirà da te tutta la musica che custodisci come un tesoro».
In tal modo, il signor Palo de Hormigo si trasformò in marimba. Da quando gli uomini di mais sono stati creati, ricavano dal suo spirito il dono della musica che gli è stato dato dai creatori, dagli artefici. Avevano sempre saputo che nelle viscere del Palo de Hormigo c'era la musica che avrebbe rallegrato le loro feste e gli avrebbe insegnato a ballare: la musica che avrebbe potuto anche accompagnare le loro tristezze, per ricordare il tempo in cui il Palo de Hormigo si era ammalato di malinconia.

Queste sono le storie che mi raccontava la Nonna, le storie che mi raccontava il Nonno. Ve le racconto così come mi sono state raccontate. Sono storie antiche come il mondo, da ascoltare di notte, intorno al fuoco, un attimo prima di chiudere gli occhi e incominciare a sognare.

"La storia di Palo de Hormigo" si trova nel libro "Il vaso di miele", contenuto nella raccolta "IL MAGICO MONDO DI CHIMEL. STORIE DI UNA BAMBINA MAYA", di Rigoberta Menchù (pacifista guatemalteca, Premio Nobel per la Pace nel 1992), con Dante Liano, Ed. Sperling&Kupfer, 2005


lunedì 24 febbraio 2020

"GEOCACHE" PER VALORIZZARE IL PATRIMONIO CULTURALE FRANCESCANO di Tìndara Rasi


"GEOCACHE" PER VALORIZZARE IL PATRIMONIO

 CULTURALE FRANCESCANO

di Tìndara Rasi




San Francesco, santo umbro, ebbe molta influenza in area maremmana. Abitò qui, fondò monasteri, ebbe amici. Ma del suo girovagare in questo territorio non è possibile avere molti dati certi. Oggi esistono numerose modalità, grazie alle quali si possono lasciare tracce del proprio passaggio ad altri. Dal materiale cartaceo, ai siti, alle App, ogni spostamento è tracciato e localizzato. Ultima frontiera proviene dalla caccia al tesoro, metà virtuale, metà ambientale, detta "geocache". Si tratta di un gioco di comunità che propone di geolocalizzare e inserire coordinate e riferimenti di alcuni luoghi di interesse paesaggistico o storico raggiunti da un primo utente, lasciando nel contempo per gli altri "invitati" direttamente sul luogo, appositi contenitori con bugiardino, logbook o casellari per firme a beneficio di chi li ritrova, pezzi di giochi detti trackable, ecc. Chi legge sul sito la nuova location geomappata, e decide di partecipare al gioco, si mette sulle tracce dettate da quelle coordinate per ritrovare il contenitore cache lì nascosto. Quando lo trova, lo apre, inserisce un oggettino suo, firma il logbook cartaceo che ne registra la propria presenza, lo rimette a posto nel suo nascondiglio segreto, va sul sito internet e contrassegna il raggiungimento di quel punto con una foto, un materiale specifico, un commento. Per trovare il luogo, per ricavare le coordinate, spesso sul sito vengono preventivamente caricati dei rebus da risolvere. Travalica il gioco stesso l'aspetto più interessante e nascosto: rincorrendo le nuove postazioni inserite nel sito, a caccia di punti e quindi di "tesori" simbolici, si cammina, ci si muove, si scoprono posti diversi. Il geocache può essere cercato da soli o a gruppi. Sono stati organizzati raduni ed eventi dalla comunità anche per pulire determinate zone inquinate, per ripristinare sentieri abandonati, per la piantumazione di nuove piante in aree danneggiate, come l'evento Cache In Trash Out.
La Toscana, in questo gioco a metà tra virtuale e turistico, è una capostipite. In Maremma, cache si troverebbero presso Monte Labbro nei luoghi di Davide Lazzaretti, vicino alla pieve di Santa Maria ad Làmulas, tra i ruderi dell'eremo di Malavalle, negli scavi della canonica di San Niccolò con la sagoma dalla forma di margherita a Montieri, presso la sede vescovile di Roselle. Servirebbero però anche geocache per valorizzare il patrimonio culturale, artistico e immateriale, di origine francescana. A giugno del 2019 un geocacher ha inserito la basilica di San Francesco ad Assisi tra i luoghi da ricercare. Più vicina a noi, potrebbe essere interessante Saragiolo, per esempio, frazione di Piancastagnaio (SI), dove si trova un leccio alto 15 metri e dalla circonferenza di oltre 7 metri, detto "leccio delle Ripe", figlio di un altro sotto il quale si narra sostò San Francesco. Sotto di esso non attecchisce mai la neve. Si raggiunge a piedi, tra la natura incontaminata, ed ha lo stesso rispetto devozionale riservato ad un altro leccio legato invece alla figura di San Bernardino da Siena, a Montorsaio, oppure all'ulivo o alla quercia da sughero di Buriano, nel cui vano cavo visse invece San Guglielmo, fondatore dell'Ordine dei Guglielmiti. Ma chi inserisce i contenitori ufficiali con trackable, in affiancamento al turismo ufficiale e a quello religioso in particolare, non si fa dare suggerimenti: gioca sull'improvvisazione e la sorpresa, tra risus, ludus, jocus et jocunditas.
Tralasciando le memorie "vegetali", a livello architettonico vanno ricordati i conventi di Massa Marittima e di Montieri, che sembrerebbe siano stati eretti proprio dalle mani di San Francesco. Quello di Massa Marittima, antichissimo (il prossimo anno si celebrerà l'ottocentenario dalla sua fondazione: 1221-2021), ebbe il doppio onore di essere fondato da San Francesco e anche di aver dato ospitalità all'altrettanto famoso San Bernardino da Siena, francescano del ramo degli Osservanti. Lì, ancora prima di Bernardino, vissuto tra il 1380 e il 1444, vi aveva abitato il beato Ambrogio da Massa, frate minore morto nel 1240, amico di due altri beati francescani, il beato Morico e il beato Giacomo da Massa. Il beato Ambrogio divenne prete a Scansano, ma la sua fama travalicante i secoli si deve alle capacità oratorie e alle sue doti da taumaturgo. Lo stesso San Francesco aveva questi doni. Era istruito, sapeva il provenzale e il latino, cantava, faceva il "giullare" per attirare le folle con letizia e giocosità, suonava, ballava: tutto, per attrarre a Dio. Inoltre guariva i lebbrosi, come Gesù e alla sua morte una bimba con il collo storto guarì, gli indemoniati vengono liberati, i paralitici guariti immergendosi nei pozzi o nelle piscine. San Bernardino, invece, a Massa Marittima organizzò i frati francescani Osservanti ed espanse la sua spiritualità e religiosità in tutte le province limitrofe, pubblicizzando il nome di Dio tramite un ingegnoso "logo" grafico, un sole con dentro la scritta IHS, lo stesso che si ritrova scolpito nel pozzo della "Bufala" dentro il chiostro della chiesa di San Francesco, nel centro storico di Grosseto. Conosciuto per i suoi numerosi miracoli, San Bernardino si spostò anche presso il Convento della Nave a Montorsaio (luogo del beato Andrea , un francescano del XV secolo circa, del quale si conosce solamente il nome) e presso il convento del Colombano situato a Seggiano, vicino Poggio Ferro. In quest'ultimo l'8 settembre 1403 officiò la sua prima messa e pronunciò la sua prima omelia. Da quel che si attesta, papa Onorio III consegnò proprio nelle mani di San Francesco il convento, documentando con tale atto la presenza del santo in territorio seggianese. Di questo edificio, oggi non rimane quasi più nulla ma l'area intorno potrebbe essere comunque oggetto di attenzione dai geocachers. Il convento divenne residenza successiva di un altro frate francescano famoso, il beato Filippo da Seggiano, noto predicatore nelle zone di Montalcino, amico intimo dello stesso San Francesco e di Sant'Antonio da Padova. Amicizie sostanziali e degne di nota. A Seggiano visse anche un altro singolare frate, Onofrio da Seggiano, maestro del francescano San Giovanni da Capestrano, profeta, rabdomante, ingegnere di opere idrauliche, amante del saio. San Francesco aveva dato isruzioni chiare nelle sue regole sull'abbigliamento da indossare. I vestiti che gli donavano i ricchi, preferiva darli ai poveri e non tenerli per sé. Il suo era un saio fatto di semplice sacco ruvido di colore marrone-grigio, a forma di "Tau", cioè di "T". Quando si strappava, Santa Chiara glielo rammendava e aggiungeva pezzi del suo stesso mantello dove lo riteneva più liso, come si evince dai due ancora conservati ad Assisi e a La Verna. A volte, invece, lo riparava lui stesso con cortecce di alberi o pianticelle. Generalmente lo teneva legato in vita tramite una corda che gli faceva da cintura, caratterizzata da tre nodi simbolici. Se sentiva freddo, ci aggiungeva un pezzo di pelliccia di volpe e il cappuccio per ripararsi come "sorella allodola", ma non doveva mai essere eccessivamente lungo, usanza più da ricchi e nobili. Se proprio necessario si potevano indossare sandali (lui stesso alla fine della vita usò delle babbucce). Un abbigliamento austero, che Onofrio da Seggiano non disdegnava, e che di certo non prevedeva tasconi per GPS.
Un altro beato locale del 1220, il beato Guido da Selvena, frate francescano vissuto tra il 1220 e il 1287-88 tra Montalcino (SI) e il convento del Colombaio a Seggiano, amico anche lui di San Francesco, aveva come dono quello di saper organizzare delle vere e proprie animazioni omiletiche per le folle. Inoltre amava molto gli animali: fece amicizia con un gatto che gli procacciava uccellini da mangiare e che gli stette vicino fino alla morte. In entrambi gli aspetti assomigliava a San Francesco, universalmente ritenuto amante degli animali: tortore, fagiani, usignoli, aquile, corvi, cicale, agnellini, lupi, pesci, erano amici suoi, gli obbedivano e lo coccolavano. Un falco lo risvegliava con garbo ogni mattina al posto della suoneria dei moderni cellulari. Le rondini si zittivano dietro sua richiesta, come riporta il capitolo XVI dei Fioretti. Le formiche si spostavano dai tronchi dove lui riposava. Le api gli regalavano miele. Quando morì, attorno a lui volteggiavano allodole ad accompagnarne la salma. Nessuno di quegli animali era dotato di un collarino di localizzazione, ma sono ricordati per trasmissione orale o scritta, meglio di tante altre storie.
La città di Grosseto non conserva luoghi direttamente fondati da San Francesco, ma alla fine del Duecento venne allestito un convento francescano e uno clarissiano nel convento di San Fortunato (San Francesco), abbandonato dai benedettini; e nel 1621 fu consacrata l'attuale chiesa di San Francesco a fianco ad essi.
Di epoca più tardiva rispetto ai due conventi sopra citati, vi sono quelli di Gavorrano, Scarlino, Montorsaio. In quello di Scarlino, in particolare, denominato convento di Monte di Muro esiste già una mappatura geocache, con la cache "situata in uno dei primi ruderi", spiega il sito. In quel luogo vissero due noti frati francescani. Si tratta del beato Tommaso Bellacci da Firenze (o da Scarlino), frate minore osservante vissuto dal 1370 al 1447, e del suo amico e seguace eremita Gaspare, morto nel 1477. Quest'ultimo, oltre ad essere ricordato per l'austerità di vita (mangiava solo pane ed erbe aromatiche), era sempre circondato da uccellini selvatici e addolciva i lupi feroci: come non ricordare il famoso episodio del lupo ammansito da San Francesco, riportato nel capitolo XXI dei Fioretti.
Tommaso Bellacci da Firenze è da associare ad alri episodi noti di San Francesco, in particolare al suo incontro con il sultano al-Malik al-Kāmil, avvenuto nel 1219 a Damietta in Egitto, durante una crociata. Il sultano era musulmano e secondo alcune fonti San Francesco fu torturato e poi rilasciato; secondo altri, si incontrarono e si misero a parlare pacificamente, tanto che alla fine il sovrano non voleva che lui se ne andasse. Anche Tommaso Bellacci fu a capo della delegazione che si recò tra Siria ed Egitto prima al fianco e poi al posto di Alberto di Sarteano e come accadde a San Francesco, fu molto apprezzato come missionario dal sultano d'Egitto dell'epoca. Un altro beato, Antonio di Massa Marittima, frate francescano minore divenuto vescovo di Massa Marittima nel 1430 e morto nel 1435, fece viaggi di dialogo missionario in qualità di predicatore apostolico. La sua ostilità contro San Bernardino da Siena, aleggia attorno alla sua figura. Per contro, fu più volte nunzio e paciere a Costantinopoli, in area greca e in area turca, tentando di dirimerne le varie controversie, viste le sue doti da bravo oratore. Non ebbe però sufficiente fortuna come i primi due, e alla fine della vita si limitò a rientrare in sede presso Massa Marittima, occupandosi solo di riorganizzare la rubrica dell'Ufficio Divino, da fine conoscitore dei codici classici.
Se i due centri di maggiore espansione francescana furono dunque Massa Marittima e il Colombano di Seggiano, ai quali si aggiunse presto anche Scarlino, solo a partire dal 1700 rifulsero figure collocabili nell'area sud della Maremma grossetana. Si tratta di tre donne. La prima è Maria Maddalena dell'Incarnazione (1770-1824), che dopo aver visto Gesù riflesso nello specchio si svincolò dalla promessa di fidanzamento e decise di farsi suora. San Francesco stesso si specchiava in Dio, i frati in lui (lo chiamavano "specchio di perfezione"), e lui guardava Dio, la natura e Santa Chiara. Questa monaca terziaria regolare, si chiamava in realtà Caterina Sordini, ed era stata una giovane vivace di Monte Argentario, anche lei legata a vicende di preghiera sotto un leccio di Cala Grande o alla corsa in mezzo ai lupi per raggiungere un ciliegio carico di frutti. Il suo carisma da fondatrice le permise di fondare le "Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento" ed oggi è beata.
Un'altra suora francescana di Castell'Azzara, Teresa Mastacchini, prese i voti con il nome di suor Maria Lilia di Gesù Crocifisso. La sua peculiarità fu quella di poter parlare con gli angeli e saper leggere i pensieri delle persone. Fondò la congregazione delle "Pie Operaie". Ebbe in dono le stimmate sulle mani e sui piedi. In questo, si affianca a San Francesco che il 14 o il 15 settembre 1224, mentre si recava al monte La Verna assieme al suo amico frate Leone, vide scendere dal cielo un angelo serafino (dotato di sei ali) e subito dopo ricevette le stimmate. Successivamente, nel 1216, presso la chiesetta di Santa Maria degli Angeli (la Porziuncola), vide non un solo serafino, ma un intero coro angelico in accompagnamento alla Madonna che gli apparve improvvisamente.
Anche Veronica Nucci di Sorano (1841-1862), una ragazza pastorella della nostra provincia, vide la Madonna il 19 maggio 1853 a Cerreto di Sorano; da quel momento decise di dedicare la sua vita a Dio e divenne francescana con il nome di suor Veronica di Maria Addolorata. Qualche tempo dopo, gli abitanti del posto iniziarono la costruzione di una chiesa sul luogo dell'apparizione, meta tutt'oggi di pellegrinaggi, custodita da suore carmelitane.
San Francesco si è dunque mosso sul suolo grossetano, tra le vie pellegrine, tra i boschi e le rupi. Difficile stabilire con esattezza tutto ciò che fece e tutto ciò che sfiorò. Sicuramente non era dotato dei moderni sistemi di tracciatura, nè ufficiali e scientifici, nè per divertenti games turistico-naturalistici. Ma certamente la sua eredità spirituale aleggia ancora in tutti i luoghi della nostra provincia. Sono più fortunati i moderni viandanti. Esistono dappertutto libri cartacei per le firme dei visitatori, anche dove il cellulare e GoogleMaps non riceve segnale: se non si risolve il games delle coordinate o il GPS non funziona, se non si trovano geocache e logbook da firmare, si possono fissare lì i segni documentali del proprio vagabondaggio, in nobile aiuto per gli storici futuri che volessero avventurarsi a scrivere le nostre peripezie esistenziali moderne, chissà quanto interessanti per le generazioni future.

Tìndara Rasi





FRANCESCANI DI GROSSETO

Beato Ambrogio da Massa, frate minore, Massa Marittima (GR), morto nel 1240, che visse lì con con il Beato Morico e il beato Giacomo da Massa;
Beato Filippo da Seggiano, frate francescano, Seggiano (GR),1203-1290;
Beato Guido da Sevena, frate francescano, Selvena (GR),1220- 1287-88;
Onofrio da Seggiano, indossò il saio francescano per tutta la vita, Seggiano (GR), 1200circa;
Beato Tommaso Bellacci da Firenze, frate minore osservante, Scarlino (GR), 1370-1447;
San Bernardino da Siena, Ordine dei frati minori francescani, Massa Marittima (GR), 1380-1444;
Beato Antonio di Massa Marittima, frate minore, Massa Marittima (GR), morto nel 1435;
Frate Gaspare da Firenze, eremita e frate minore francescano, Scarlino (GR), morto nel 1477;
Beato Andrea di Montorsaio, francescano, Montorsaio (GR), XV secolo circa;
Beata Maria Maddalena dell'Incarnazione (Caterina Sordini), terziaria francescana, Monte Argentario (GR), 1770-1824;
Veronica Nucci, clarissa francescana, Cerreto di Sorano (GR), 1841-1862;
Suor Maria Lilia (Teresa) Mastacchini, terziaria francescana, Castell'Azzara (GR), 1892-1926.