martedì 7 luglio 2026

 


ELLA MINNOW PEA” DI MARK DUNN

La lingua, luogo della libertà


di Tìndara Rasi



Pubblicato in America nel 2001 con il titolo completo “Ella Minnow Pea: A Progressively Lipogrammatic Epistolary Fable”, il romanzo di Mark Dunn rappresenta un originale esperimento narrativo costruito come una “fiaba epistolare in lipogrammi progressivi”. L’opera, considerata uno degli esempi più significativi della narrativa sulla costrizione del pensiero, coniuga la sperimentazione formale con una profonda riflessione sul linguaggio, sulla censura e sui meccanismi del potere. Già nel frontespizio la natura dell’intento appare evidente tramite quella sorta di lessico preliminare che definisce, come in un’enciclopedia o in un vocabolario, i termini fondamentali della narrazione: epistolare, lipogramma, pangramma, Nollop. È una scelta editoriale raffinata che ricorda la presentazione di “Albero di Diana” della poetessa argentina Alejandra Pizarnik, affidata a Octavio Paz nella raccolta “La figlia dell’insonnia”, dove le parole vengono introdotte come chiavi di accesso a un universo poetico prima ancora che narrativo.

La traduzione italiana è stata pubblicata da Voland, Roma, 2005, con il titolo Lettere. Fiaba epistolare in lipogrammi progressivi”.

Con quest’opera Dunn costruisce un romanzo in cui la forma va oltre l’artificio stilistico. La vicenda si svolge nell’immaginaria isola di Nollop che prende il nome da Nevin Nollop, venerato come l’inventore del celebre pangramma inglese “The quick brown fox jumps over the lazy dog” (fu questa volpe a ghermir d’un balzo il cane), frase contenente tutte le lettere dell’alfabeto. Quando le lettere incise sul monumento dedicato all’uomo iniziano misteriosamente a cadere, il Consiglio Supremo interpreta l’evento come una manifestazione della volontà divina e decreta il divieto assoluto di utilizzare, nello scritto e nel parlato, ciascuna lettera scomparsa. Con il passare del tempo e la progressiva riduzione dell’alfabeto, l’alto consiglio dell’isola diventa sempre più insensato. A ogni violazione corrisponde una pena crescente: censura pubblica, gogna o fustigazione, infine l’esilio. Il lettore sperimenta così sulla propria pelle la mutilazione del linguaggio: leggere diventa sempre più difficile, le parole si deformano, la sintassi si contrae, la comunicazione si impoverisce. Il lipogramma diventa allora non più soltanto un gioco combinatorio, ma esperienza politica e antropologica.

Il meccanismo narrativo assume pertanto il valore di una parabola sul totalitarismo. Dunn descrive una società nella quale il controllo politico non si limita ai comportamenti, ma invade il linguaggio stesso, cioè lo spazio in cui il pensiero prende forma. La repressione non consiste soltanto nel vietare alcune parole, bensì nel rendere impossibile pensare determinate idee. In questo senso il romanzo dialoga idealmente con le grandi distopie del Novecento, mostrando come ogni regime assoluto inizi dal controllo della lingua. Dunn suggerisce così che ogni forma di dominio totalitario tende anzitutto a impadronirsi del linguaggio, poiché limitare le parole significa restringere l'orizzonte stesso del pensiero. Il romanzo richiama, in questa prospettiva, la lezione delle grandi distopie del Novecento, da “1984” di George Orwell alla riflessione filosofica secondo cui i limiti della lingua coincidono con i limiti del mondo conoscibile. In “Ella Minnow Pea” il linguaggio non costituisce un semplice mezzo espressivo, ma il fondamento della coscienza individuale e della vita democratica: recuperare l’alfabeto equivale a recuperare la libertà, la memoria e la possibilità di costruire una comunità capace di sottrarsi all'arbitrio del potere.

L’elemento più inquietante non è tuttavia la violenza delle sanzioni, quanto la progressiva interiorizzazione della censura. Gli abitanti finiscono per autocensurarsi, limitando spontaneamente opinioni e conversazioni nel timore della punizione. La libertà di parola scompare prima ancora della parola stessa. Emblematica è la riflessione di Ella secondo cui linguaggio e cultura costituiscono una realtà inscindibile: privare una comunità della propria lingua significa privarla della propria identità e, in ultima analisi, della possibilità stessa di esistere.

La struttura epistolare amplifica questo processo. La lettera è, per definizione, uno spazio intimo, personale, affidato alla fiducia reciproca. Trasformarla in un documento sorvegliato significa violare anche la dimensione privata dell’individuo. Ogni missiva testimonia contemporaneamente il tentativo di mantenere vivo un rapporto umano e la crescente impossibilità di esprimersi pienamente.

L’originalità di Dunn consiste nell’aver trasformato una tecnica antichissima in uno straordinario dispositivo narrativo. Il lipogramma, dal greco leípo (“lasciare”) e grámma (“lettera”), consiste infatti nell’omissione volontaria di uno o più grafemi. La tradizione risale almeno a Laso di Ermione, poeta del VI secolo a.C., autore di componimenti privi della sigma. Successivamente Nestore di Laranda compose un’Odissea lipogrammatica nella quale ciascun canto eliminava progressivamente una diversa lettera dell’alfabeto greco; Fulgenzio Planciade realizzò un analogo procedimento nelle “Fabulae”. In epoca moderna il lipogramma diventa una delle forme privilegiate della letteratura potenziale, trovando in Georges Perec il suo interprete più celebre con “La disparition” (1969), romanzo interamente privo della vocale “e”, cui farà seguito il gioco speculare di “Les Revenentes”, costruito esclusivamente sulla stessa vocale. Alla stessa famiglia di sperimentazioni appartengono anche “Gadsby” di Ernest Vincent Wright e alcuni degli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau.

Dunn eredita questa tradizione, ma ne modifica radicalmente la funzione. Se nei grandi lipogrammi del Novecento la costrizione linguistica rappresentava soprattutto una sfida combinatoria e creativa, in “Ella Minnow Pea” essa diventa la rappresentazione concreta della perdita delle libertà civili. La forma coincide perfettamente con il contenuto: meno lettere rimangono disponibili, meno possibilità di pensiero sopravvivono.

La conclusione restituisce al romanzo una dimensione insieme allegorica e favolistica. Ostinato nell’interpretare ogni evento come manifestazione della presunta volontà divina di Nevin Nollop, il Consiglio Supremo concede agli abitanti un’unica possibilità di salvezza: dimostrare che il celebre pangramma attribuito al fondatore non rappresenta il vertice assoluto della perfezione linguistica. Nasce così il progetto “Impresa 32”, una ricerca collettiva che coinvolge l’intera comunità nella speranza di individuare un pangramma composto da sole 32 lettere, superando le 35 del motto di Nollop.

Sostanzialmente il loro destino dipende dalla capacità di continuare a creare parole, significati e possibilità. Non sarà una rivoluzione armata, non un atto di forza a liberare gli abitanti, ma una frase. Quella sarà paradossalmente lo strumento che restituirà loro la libertà.

Significative diventano allora le parole che accompagnano la ricerca attuata: «Ora è necessario ti saluti, per tornare al mio impegno insieme al ‘collettivo’ [...] Ciascuno a inseguire la frase magica e temporaneamente sfuggente a cui compete il nostro salvataggio, o meglio, il nostro vero e proprio riscatto!» (“Lettere. Fiaba epistolare in lipogrammi progressivi” di Mark Dunn, edizione Voland, Roma 2005, pg. 118).

(Attenzione: spoiler): Quando l’alfabeto è ormai ridotto alle sole lettere L, M, N, O e P, e la possibilità stessa di comunicare sembra prossima a dissolversi, è Ella a ritrovare, in una delle prime lettere ricevute dal padre, la frase risolutiva: «Voglio quei fiaschi di bronzo in tempo».

Il nuovo pangramma soddisfa il criterio imposto dal Consiglio e infrange il dogma dell’infallibilità di Nollop. Costrette ad arrendersi all’evidenza, le autorità revocano tutti i divieti, restituendo agli abitanti l’intero alfabeto. Il ripristino delle ventisei lettere dell’alfabeto non rappresenta soltanto la revoca di un divieto formale, ma il recupero della facoltà di esprimersi, immaginare e dissentire. Dunque con il pieno recupero dell’identità civile della comunità.

Ella Minnow Pea” è molto più di un brillante esercizio di stile. È una riflessione sul rapporto tra lingua e potere, sulla fragilità della libertà di espressione e sulla responsabilità della parola come fondamento della convivenza civile. Dunn dimostra che ogni censura linguistica è, prima ancora che una limitazione grammaticale, una mutilazione della coscienza. Per questo il suo romanzo continua a parlare con sorprendente attualità al lettore contemporaneo: difendere le parole significa, in ultima analisi, difendere la libertà di pensare.



MARK DUNN (Memphis, 12 luglio 1956) è uno scrittore e drammaturgo statunitense. Originario di Memphis, vive attualmente con la moglie Mary a Santa Fe, nel Nuovo Messico. Ha studiato cinema alla Memphis State University (oggi University of Memphis), e ha conseguito un master in sceneggiatura presso l’Università del Texas ad Austin. Nel 1987 si è trasferito a New York, lavorando in contemporanea alla New York Public Library, e occupandosi di scrittura teatrale.

Ha lavorato inoltre come drammaturgo presso la New Jersey Repertory Company e la Community Theatre League di Williamsport, resiedendo in Pennsylvania.

Autore di oltre trentacinque opere teatrali, Dunn ha ottenuto particolare riconoscimento con “Belles” e “Five Tellers Dancing in the Rain”, entrambe rappresentate in numerose produzioni teatrali.Nel 1998 ha intentato un’azione legale contro gli autori, i produttori e i distributori del film “The Truman Show”, sostenendo che la sceneggiatura presentasse significative analogie con la sua pièce teatrale “Frank's Life”, rappresentata nel 1992.

La notorietà internazionale è legata soprattutto al romanzo “Ella Minnow Pea” (2001).





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