ALTRE MITICHE CREATURE
LE MERAVIGLIOSE DONNE DI FULVIA PERILLO
di Tìndara Rasi
Chi è l’autrice Fulvia Perillo
Per anni medico in radioterapia, filosoa e politica, Fulvia Perillo scrive costantemente da quando aveva nove anni. Ma la sua aspirazione segreta è quella di diventare paroliera di canzoni di Sanremo. A seguito di una promessa fatta alla nonna riguardo al pubblicare libri, ha dato alle stampe Volevo un cuore di Fanti. Fisiopatologia della donna abbandonata (Edizione effequ, 2010) e successivamente Il cuore ha quasi sempre ragione (Pegasus Edizione, 2018). Sua l'idea della realizzazione della raccolta di racconti Amori sui generis, curata da Dianora Tinti (Edizioni Heimat, 2022), nella quale c'è inserito anche un altro suo racconto: Marilou10.
Altre mitiche creature tornerà il 2 settembre alle 17,30 presso il Bastione Garibaldi di Grosseto (accanto alla sala Eden) - Spazio cultura 2, Il lavoro culturale. L’evento è introdotto da Massimiliano Marcucci, Presidente della Fondazione Luciano Bianciardi.
Penso per questo che qualcosa apparirà vicino al Cinghialino.
Magari proprio un Celeste “Principio”, chissà.
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Leggere Altre mitiche creature (edizione Effigi, 2024) di Fulvia Perillo ha rappresentato una piacevole rivelazione. L’autrice ha la capacità di costruire un universo narrativo stratificato ma anche confermativo perché tutti noi, in fondo, abbiamo già incontrato le personagge che descrive: donne e presenze che eccedono il reale pur restando profondamente ancorate alle esperienze umane più concrete.
Il volume, pubblicato da Effigi, con le sue oltre 400 pagine si configura come un insieme di testi apparentemente autonomi, legati da un nucleo tematico ben definito: il femminile nelle sue forme più disparate.
Le donne protagoniste, creature mitiche ma vere, sono tutte donne che non chiedono risoluzione: accadono. E accadendo costruiscono una sorta di antropologia narrativa, in cui il privato si intreccia continuamente con il contesto storico e culturale. Ma anche gli uomini hanno una loro corposa parte.
L’opera è attraversata da una fitta rete di riferimenti. Sul piano storico-religioso emergono richiami alla Sfinge e alla dea Iside, mentre su quello filosofico l’autrice attinge a piene mani nella tradizione classica, come nel caso di Speusippo, nipote di Platone. Non si tratta di semplici citazioni, quanto di innesti intelligenti che ampliano il campo semantico dei racconti.
Anche la dimensione storica è presente, talvolta in forma esplicita – come nel caso di Flavia, figlia di Tito Flavio Lepido colpito da diàrroia – talvolta come sfondo implicito.
A ciò si aggiungono elementi relazionali primari, come l’amicizia tra Ciprian e Vittoria, e inserti di carattere quasi metafisico, come l’apparizione del “Principio” al Cinghialino, sulle mura di Grosseto: episodio che introduce una frattura nel piano del reale per veleggiare in quello pseudospirituale.
Nella prima parte del volume si sviluppano le vicissitudini di molte “creature mitiche”: donne un po’ gazzillora, vedove con ceneri al seguito pur di rispettare l’ultima promessa, Calliope stalker e Achille e i cui nomi sanno tanto di corsi universitari di Civiltà Classica, e ancora la donna bidonata perfino dagli amici che resta “in attesa di tempi migliori”, quella con la sindrome da dama bianca, quella intristita dentro un matrimonio votato all’annullamento sacro che cede all’amore sotto musiche da balera, quella che fa il figlio con un altro ma il marito accoglie lo stesso madre e figlio come suoi, quella pestata di botte che abbandona il tetto coniugale ma non essendoci ancora la legge sul divorzio arriva a rifarsi una vita pur senza riconoscimento giuridico.
Tra i racconti si colloca “fuori tema” Il mio nome è Pollyanna, dove la barboncina di Greta, detta Polly, assume il ruolo di protagonista privilegiata. Il dispositivo narrativo, apparentemente semplice, introduce in realtà un ribaltamento prospettico: l’umano viene visto da fuori, quasi studiato e ammirato, con una semplicità che sfiora la sapienza affettiva.
Di particolare interesse è anche Il cigno nero di Jennifer, ambientato nel 2118. Qui il tema della clonazione – una sorella ricreata, imperfetta, difettosa – diventa pretesto per una riflessione più ampia sull’identità. La costruzione narrativa, rigorosa e progressiva, conduce a un finale che sovverte retrospettivamente l’intero impianto del racconto, secondo una logica che potremmo definire di slittamento percettivo.
Accanto a questi testi si collocano narrazioni di tono diverso, come quella della sartina Maria Antonietta, e soprattutto una costellazione di figure femminili: vedove che portano con sé le ceneri pur di mantenere una promessa, donne intrappolate in matrimoni bianchi che cedono all’amore sotto musiche da Festival di Sanremo, altre che aggirano norme sociali ancora non formalizzate (come l’assenza del divorzio), o che restano sospese in attese senza esito, come Calliope.
Non manca una componente più leggera e grottesca: il pirata dai calzoni rosa, il Conte Pepe – figura semplice, menzognera, e proprio per questo profondamente narrativa – contribuiscono a modulare il registro complessivo, evitando ogni rigidità interpretativa.
Sul piano intertestuale, l’opera dialoga apertamente con la tradizione letteraria: si riconoscono rimandi a La coscienza di Zeno, Madame Bovary, Il fu Mattia Pascal e persino Heidi. Tuttavia, tali riferimenti non si esauriscono nella citazione, ma vengono rielaborati in funzione di una scrittura che tende costantemente alla rappresentazione di creature “altre” non nel senso “ umano” ma come schemi irripetibili. Altre nel senso più preciso del termine: spostate, disallineate, impossibili da ridurre, prudenti, temperanti, intemperanti, incompiute. E, soprattutto, mutaforma: il modello più curioso e veritiero.
Fulvia non è nuova a tali raffigurazioni. Anche in Volevo un fante di cuori c’è una sfilza di donne diverse: chi cerca il re di denari e chi invece il bel fante di cuori, e poi quelle malmaritate, altre così fedeli da essere inquietanti, altre ancora che sono una rappresentazione variegata di chi ha purtroppo il gene dell’abbandono insito in sé, con temibile tendenza alla cronicizzazione. E ci sono pure le intrepide, le inquiete, le tentennati, quelle dalla rapida risoluzione, quelle incompiute, quelle intemperanti, quelle irregolari.
Tutte in meditazione su «teoria e pratica del sentimento amoroso» (pg. 319). Tutte in cerca del «differenziale».
Tutte però che sanno ridere e cantare a dispetto degli eventi della vita.
E forse è proprio questo il loro statuto più autentico.
«La normalità non esiste […] è solo un punto e virgola per evitare di andare a capo» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “Le Temperanti”, pg. 217).
«L’inatteso è dietro l’angolo e le linee mutevoli di un esagramma possono trasformare la vita e il destino» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “San Silvestro”, pg. 260).
«Pensatevi così, capaci di aprire nuovi capitoli» (tratto da: Altre mitiche creature, racconto “Teoria e pratica del sentimento amoroso: il differenziale”, pg. 319).
Tìndara Rasi

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