PANORAMICHE POETICHE
DAI READING DE LA SETTA DEI POETI ESTINTI
di Tìndara Rasi
Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa, di Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello edizione Solferino, Milano 2026, riporta le riflessioni e gli studi compiuti da La Setta dei Poeti estinti, gruppo composto dai due autori, sulla poesia e sui poeti contemporanei. Sabia e Torsello hanno iniziato a effettuare reading presso la libreria L’altra città in zona piazza Bologna a Roma, a partire dal 2016 (cfr. pg. 50), ma il gruppo si è costituito ufficialmente solo dopo gli anni Duemila.
Il primo reading è stato intitolato Folle d’amore per te in occasione della presentazione diAlda Merini. «Le persone ascoltavano rapite le parole di Alda, sembravano berle ed emozionarsi con noi» (pg. 50). Bella partenza.
Molte altre voci poetiche si sono poi succedute. Nell’indice a pagina 221 tante donne: Amelia Rosselli, Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, Goliarda Sapienza, Giovanna Rosadini, Maria Grazia Calandrone, Ni’ma Hassan, Anna Achmatova. E poi gli altri: Raymond Carver, Ghiannis Ritsos, Charles Bukowski, Nâzim Hikmet, Pablo Neruda, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Primo Levi, Miklós Radnóti, Josef Čapek, Henri Pouzol, Karl Röder, Laci Vajda, Arthur Haulot, Fabien Lacombe, Mahmud Darwish, Yousef Elqedra, GarousAbdolmakeiān, Osip Mandel’štam, Ferruccio Benzoni, Alfonso Guida, Pierluigi Cappello.
Cosa spinge a strutturare un gruppo itinerante che parli di poesia e organizzi reading? «In quel momento ho pensato che io volevo stare lì, in quelle parole, in quell’atmosfera e volevo riuscire a contribuire a mia volta a costruire quell’atmosfera.» Sono parole di Maria Grazia Calandrone che viene citata a pagina 214 ma è, indubbiamente, un buon argomento per sintetizzare l’operato della Setta dei Poeti estinti.
Il sottotitolo di questo libro, La poesia che salva e come lo fa, spiega l’intento del percorso. Salva la poesia? Come? Ognuno degli autori presentati nei vari reading, esterna in qualche modo la propria particolare visione di questo tema e risponde.
Non serve scrivere o leggere poesie solo per uscire da un periodo nero come accadde ad Alda Merini o ad Amelia Rosselli. Neanche serve a sottrarsi a una costellazione di amori difficili finiti male come fu per Sibilla Aleramo, stuprata da ragazzina, poi ingabbiata in un matrimonio con un uomo violento e insensibile, fino al salvataggio del grande amore Dino Campana. O meglio, serve anche a questo, ma va sicuramente oltre.
La poesia serve, per esempio, per riprendersi la vita fisica dopo una malattia anche psichica, o per salvarsi di fronte all’atrocità di una deportazione, di una prigionia, della guerra. Aspetti forti. La poesia è canti di libertà, poi: e lo dice Ghiannis Ritsos, lo dice Nâzim Hikmet. Persino Pierluigi Cappello cerca la libertà, ma è quella della corsa che non può più fare a causa dell’incidente che lo costringe fin dall’età di sedici anni sulla sedia a rotelle: la poesia per lui è il mezzo per travalicare il confine di se stesso. E lo stesso accade a Giovanna Rosadini che, a seguito di un coma deve letteralmente reimparare a scrivere, a usare una penna, le mani, il corpo. E per la quale poesia è anche riconoscenza: «ed è il sapervi che mi ha tenuto / in vita, questi legami, a cui / sono ancorata» (versi citati a pg. 205). Ritorna alla vita grata verso chi le ha dato forza per riprendersi, continuando a starle accanto. Grata alla poesia che le occupa la mente, che le riallena le dita. Anche per Raymond Carver la poesia è riconoscenza, ma: «nonostante tutto» (citato a pg. 30).
La poesia è scelta: Amelia Rosselli rinuncia al matrimonio e agli spartiti per studiare la metrica, uno studio serrato perché la poesia merita il suo impegno al pari della musica.
E poi cosa?
La poesia è tormento, tigre sulle spalle (Bukowski). Ostinazione investigativa e denuncia (Pascoli). Tazza di miele (Nâzim Hikmet). La poesia può essere denuncia: Achmatova, mentre sta effettuando il colloquio con il figlio in carcere, viene avvicinata da una donna che le chiede se può descrivere tutto quell’orrore, e lei dirà che sì, può.
La poesia sa mutarsi anche in mantra ripetuto a memoria mille volte perché venga trascritta fuori dal lagher, può essere la ricerca di parole essenziali per Ungaretti in trincea, una preghiera per non impazzire (il frammento di Hölderin di Erri De Luca sotto le bombe, Dante portato dappertutto a mo’ di ancora di salvezza prevedendo la deportazione come fece Osip Mandel’štam, sempre Dante spiegato da Primo Levi all’alsaziano Jean, detto Pikolo, nel breve tragitto in lager per portare il rancio fino al campo, un’ora appena).
«Il tema della memoria come base indispensabile per la conoscenza è superato dal tema della poesia a memoria come strumento di soccorso, come sponda salvifica per l’essere umano, che saprà custodirla e recuperarla quando è necessario per poter abitare un piano superiore alla realtà bruta del presente e ricordargli anche la sua identità di essere umano» (pg. 131).
Per scrivere poesie contro la dittatura ci vuole memoria robusta e coraggio. E non si parla solo della dittatura in senso specifico. Dittatura è anche un padre che impedisce di diventare poeti tanto da cambiare nome in copertina pur di pubblicare i propri versi come fece Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nato il 12 luglio del 1904 in Cile (cfr. pg.72), alias Pablo Neruda. Dittatura involontaria è il padre di Antonia Pozzi, che dopo morta manipolò per pudore e perbenismo i suoi lavori edulcorando e mitigando, operando tagli e interpolazioni, limando (cfr. pg. 122-123).
Di contro, la moglie di Osip Mandel’štam, la pittrice Nadežda Jakovlevna Chazina, mentre vengono mandati in esilio e viene imposto al poeta di non scrivere più, ascolta Osip e manda a memoria tutto, oppure nasconde nei cuscini i suoi manoscritti, incurante dei rischi, consegnandoci questo marito poeta fino ad oggi. Lo stesso il Citto Maselli di Goliarda Sapienza, che, intuendo la qualità dei suoi versi, la “libera” dal lavoro di attrice con la sua compagnia, chiudendola in casa con l’intimazione di scrivere ancora (cfr. pg 172). Goliarda finirà in prigione rubando gioielli a un’amica per pagare i debiti dovuti al suo “non lavoro”. La prigione a causa della letteratura, è una prigione che ha sapore di libertà.
La poesia può manifestare l’ossessione per l’assenza o sublimare mancanze, come in Ferruccio Bensoni, può aiutare a costruirsi da sé di fronte alla scoperta della propria omosessualità, può far scavare, guardasi dentro (cfr. pg. 188), aggiustare i danni esistenziali.
La poesia è certamente resistenza: «Sono tornato perché c’eri tu» dice Primo Levi, ed è da qui che i due autori di questo testo ricavano il titolo. Ma il sottotitolo prosegue: La poesia che salva e come lo fa. E allora la risposta?
Aiutatemi a dire (cfr. Sibilla Aleramo) ciò che resta di queste riflessioni.
La ricerca avviata da La Setta dei Poeti estinti, non ha valore di risposta definitoria, il dialogo deve proseguire riversato in altre associazioni. E dai documenti di queste, possono venirne pubblicate vedute diverse. Ma in questo libro, la risposta finale è affidata alle parole di Giovanna Rosadini: la poesia forse non salva, ma certamente «può ricordarci quella lingua, quel suono» introvabile che tutti i poeti cercano, che cerchiamo tutti, quel ronzio nucleare, quella sonorità che entra in risonanza con la materia del mondo e con le nostre molecole interiori, quella parola che - se non sappiamo da dove viene - ci può però portare direttamente in un mondo dove tutti saremo finalmente uguali (cfr. pg. 211-216).
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