venerdì 26 giugno 2026

 

La teologia del “Tu puoi”: autodeterminazione e violazione dei livelli ne La valle dell’Eden di John Steinbech

di Tìndara Rasi


La valle dell’Eden è probabilmente il romanzo più ambizioso di John Steinbeck, autore americano noto al grande pubblico anche per l’opera sociale Furore, perché non si limita a raccontare la storia della famiglia Trask, composta da Adam Trask e dal fratello Charles, figli di Cyrus e Alice, e poi anche dalla moglie di Adam, Cathy Ames, madre di Caleb e Aron, ma costruisce una riflessione sulla natura dell’essere umano, sul male e sulla libertà che hanno portato alla caduta dal Paradiso, per dirla in termini teologici. Attraverso una continua sovrapposizione tra narrazione, autobiografia, riflessione filosofica e reinterpretazione del racconto biblico di Caino e Abele, Steinbeck trasforma il romanzo in una meditazione sull’esistenza non solo dal punto di vista religioso cristiano o protestante. Il suo obiettivo non è spiegare il destino dell’uomo, lasciato al caso dopo la cacciata dall’Eden, bensì dimostrare che esso dipende sempre dalla scelta individuale. L’autodeterminazione è il dono più alto che Dio ha lasciato all’uomo con la libertà, il cui esercizio è a disposizione delle mani e delle azioni di tutte le sue creature.

A livello stilistico, uno degli aspetti più originali dell’opera è la continua violazione dei livelli narrativi, con l’inserimento di flashback e dell’escamotage metanarrativo dello scrittore nel testo, il quale spiega perché sta parlando di quell’argomento, anticipa qualche evento e, in definitiva, infrange la cosiddetta “quarta parete” interagendo direttamente con il lettore. Si tratta di tecniche già usate da Luigi Pirandello in quasi tutti si suoi testi teatrali, soprattutto nella famosa Sei personaggi in cerca d’autore, opera nella quale i suoi personaggi parlano direttamente con gli spettatori in sala.

Steinbeck, infatti, interrompe frequentemente il racconto della famiglia Trask e dei loro amici Hamilton, rappresentativa della working class di agricoltori che cercavano di emergere socialmente, per rivolgersi direttamente al lettore, raccontare episodi, descrivere luoghi reali o riflettere sul processo di scrittura del romanzo. Frasi come «Vi parlerò delle solenni corti d’amore di Salinas...» (pg. 263 della versione Mondadori 1994) mostrano chiaramente questa tecnica: lo scrittore americano, la cui capacità innovativa e letteraria è evidente, abbandona momentaneamente la narrazione in terza persona per instaurare un dialogo diretto in prima persona con il lettore. La storia non appare più come un universo chiuso, ma come una costruzione consapevole nella quale autore, personaggi e lettore condividono uno stesso spazio interpretativo.

Questa scelta narrativa ricorda anche le innovazioni letterarie proposte da Cervantes e Calvino: come in Don Chisciotte o Se una notte d’inverno un viaggiatore: il lettore viene continuamente richiamato alla consapevolezza che ciò che sta leggendo è una costruzione letteraria. Tuttavia Steinbeck utilizza questa tecnica negli anni Cinquanta non come semplice gioco postmoderno, ma per sostenere il messaggio filosofico dell’opera: se il narratore può oltrepassare i confini della finzione, anche l’uomo può oltrepassare quelli che sembrano imposti dal destino.

Il nucleo teologico del romanzo nasce dalla rilettura dei libri della Genesi, nei quali questa tesi è eloquente. La storia di Caino e Abele, ma anche di Adamo ed Eva (Cathy) non viene però riproposta come un racconto sul peccato inevitabile, bensì come una riflessione sul libero arbitrio. Un dialogo centrale ai fini della teologia e filosofia del libro si svolge nel capitolo ventiquattro tra i tre uomini sotto la quercia, per dirla in termine biblico, e cioè Lee, Adam Trask e Samuel Hamilton conducendo alla scoperta della parola ebraica Timshel, tradotta da Steinbeck con Tu puoi” (pg. 365, pg 372 ecc. della versione Mondadori 1994). Per Steinbeck non è un comando (tu devi), né una profezia (tu dominerai), ma va tradotto come possibilità. In questa interpretazione è racchiusa tutta la filosofia del romanzo: l’essere umano non è schiavo della propria natura né del peccato originario, ma possiede sempre la libertà di scegliere.

La frase «Timshel. Tu puoi» citata dal tuttofare Lee, cinese al servizio di Adam e dei suoi figli, simbolo dell’intermediario, del filosofo, del sacerdote, del rabbino, rappresenta quindi molto più di una semplice citazione biblica: diventa la sintesi della teologia steinbeckiana. Dio non determina il comportamento dell’uomo; gli permette invece la possibilità di scegliere continuamente tra bene e male. È una concezione profondamente diversa sia dal determinismo sia dal fatalismo. Il peccato non è una condanna ereditaria ma una possibilità, così come il bene. Non a caso, nelle primissime pagine del romanzo, l’autore divide manicheamente e simbolicamente due costoni della valle del Salinas, in California, una esposta a oriente, l’altra a occidente, una ricca e lussureggiante, l’altra arida e dai terreni difficoltosi da coltivare.

Nella contrapposizione costante tra autodeterminazione e destino passivo, i personaggi sembrano spesso imprigionati dal proprio passato, dalla famiglia o dal carattere, ma Steinbeck rifiuta anche ogni forma di determinismo psicologico. Per esempio, Adam Trask, il protagonista padre, ne viene intaccato anche dal punto di vista fisico come l’Adamo biblico in deterius commutatum. E anche il figlio Caleb (Cal), descritto con occhi duri e logici, senza lacrime (cfr. pg. 408 della versione Mondadori 1994), teme di aver ereditato il male della madre Cathy - il personaggio più negativo, simbolo del male, del peccato originale originante e del peccato originale originato - ma l’autore cerca invece di dimostrare che nessuna eredità morale è definitiva. Ogni individuo conserva sempre la libertà di scegliere e può spezzare con la propria scelta di bene, il circolo negativo di propagazione del peccato.

Questa idea emerge anche in molte osservazioni apparentemente marginali disseminate nel romanzo. Samuel Hamilton, il vicino di Adam, protagonista buono che fa uso dei propri talenti senza concentrarsi sull’aspetto pecuniario del risultato, afferma: «Ora state guarendo. Alcuni credono che guarire sia un insulto alla gloria della loro malattia. Ma l’incastro del tempo non rispetta nessuna gloria. Tutti guariscono, basta aver pazienza» (pg. 319 della versione Mondadori 1994). La guarigione diventa metafora dell’esistenza: non bisogna identificarsi con il proprio dolore, perché il tempo e la volontà permettono sempre una trasformazione.

Allo stesso modo Steinbeck scrive: «Credo che se uno dovesse liberarsi di tutto quello che ha, di dentro e di fuori, farebbe in modo di nascondere in qualche posto qualche peccatuccio, per il gusto di non sentirsi a posto» (pg. 203 della versione Mondadori 1994). L’uomo appare inevitabilmente attratto dalla propria imperfezione. Il peccato non è soltanto un errore morale, ma una componente della natura umana che rende possibile la scelta. Senza la possibilità del male non esisterebbe neppure la libertà del bene. Spiega infatti, in modo quasi catechistico ma sempre senza pedanteria teologica o teosofica: «Forse abbiamo tutti in noi uno stagno in cui le cose brutte e cattive germinano e si fortificano. Ma questa cultura di bacilli è delimitata, e quella genìa formicolante si arrampica agli argini solo per ricadere indietro. Non potrebbe darsi che negli stagni bui di certuni il male diventi abbastanza forte da strisciare al di là della barriera e nuotar via, libero? Non sarebbe forse un uomo simile, il nostro mostro, e non siamo noi in rapporto con lui nella nostra acqua nascosta? Sarebbe assurdo che non capissimo né gli angeli né i diavoli» (pg. 160 della versione Mondadori 1994).

L’essere umano è intriso di aspetti ambivalenti da accettare ma anche, conoscendoli, da governare. La responsabilità personale costituisce così il fondamento dell’etica steinbeckiana. Lo dimostra una delle frasi più significative del romanzo: «Essere una persona implica una responsabilità. È qualcosa di più che occupare semplicemente un certo spazio» (pg. 547 della versione Mondadori 1994). L’identità umana non consiste nell’esistere biologicamente, ma nell’assumersi il peso delle proprie decisioni riguardo l’etica, l’agito umano, il bene e il male. In questo senso la libertà non rappresenta un privilegio, bensì un compito morale.

Steinbeck estende questa riflessione anche alla società. La scuola, descritta come luogo nel quale «la vita sociale [...] non poteva svolgersi altro che lì» (pg. 178 della versione Mondadori 1994), diventa simbolo della comunità civile e della formazione dell’individuo. Non è soltanto uno spazio educativo, ma il centro della costruzione culturale e democratica di una collettività. Analogamente Samuel Hamilton rappresenta la creatività dell’uomo: inventore, agricoltore, filosofo e narratore, dimostra che l’intelligenza consiste nel trasformare continuamente il mondo anziché subirlo.

Persino la cultura assume una funzione etica. Quando Steinbeck domanda: «Ma un povero, che bisogno ha di poesia e di pittura e di musica che non serva né a cantare né a ballare?» (pg. 48 della versione Mondadori 1994) non svaluta l’arte; al contrario, denuncia una società incapace di riconoscere il valore spirituale della bellezza. L’arte, come la libertà, non produce immediatamente utilità materiale, ma rende possibile una forma più alta dell’esistenza umana, un’elevazione anche spirituale e morale immensa.

Lo stile contribuisce potentemente a questa visione filosofica. Le descrizioni della Valle del Salinas, della ferrovia, del quartiere cinese e dei paesaggi naturali non costituiscono semplici sfondi realistici, ma assumono anch’essi un valore simbolico. Immagini come «La pioggia ruggiva contro le querce del recinto della casa e il vento disturbava la loro alta solennità» (pg. 410 della versione Mondadori 1994) trasformano la natura in uno specchio delle tensioni interiori dei personaggi. Allo stesso modo dettagli minimi, come «Seduta era stata lavata tante volte da essere diventata sottile e di un azzurro più pallido alle ginocchia» (pg. 398 della versione Mondadori 1994), rivelano la straordinaria capacità di Steinbeck di raccontare il tempo attraverso gli oggetti quotidiani.

L’intero romanzo può essere letto come una risposta alla domanda fondamentale della teologia occidentale: l’uomo è predestinato oppure libero? Steinbeck rifiuta entrambe le posizioni estreme. Non nega l’esistenza del male, del peccato e dell’eredità familiare, ma afferma che nessuno di essi possiede l’ultima parola. La scelta rimane sempre possibile, anche di fronte a ciò che più di ogni cosa risulta divisivo: le passioni estreme e soprattutto l’avidità del possesso, il denaro.

Nel tentativo di risvegliare Adam dal torpore mentale in cui è caduto, dirà per esempio Samuel: «La gente per tutta la vita combatte per questioni di soldi. Ma come fareste voi, uomo triste che non siete altro, a iscrivermi pari pari in un libro mastro, se io non ho fatto altro in vita mia che cercar di sapere quel che valgo?» (pg. 263 della versione Mondadori 1994.

Per questo motivo La valle dell’Eden supera il semplice romanzo familiare e diventa un grande mito moderno. Attraverso la rottura della quarta parete, la riflessione biblica e il concetto chiave della parola ebraica Timshel, Steinbeck afferma una concezione profondamente umanistica dell’esistenza umana e della spiritualità che, a tutti i livelli, ci connatura. La libertà non elimina il male, come dice qualunque filosofia o religione del mondo; rende però ogni essere umano responsabile del proprio rapporto con esso. È proprio questa responsabilità, più che il peccato, a definire la vera condizione umana e la possibilità di una scelta che viri al riscatto personale.

«Prima o poi una cosa può mandare in pezzi tutto intorno a sé, e le conseguenze si ripercuotono a catena come le onde quando si butta un sasso in una tranquilla pozza d’acqua» (pg. 638 della versione Mondadori 1994). Vero. Verissimo. Tuttavia la scelta è ciò che permette di sovvertire la riposta umana agli eventi e allo spettacolo, talvolta indegno, di se stessi. Io posso. Io scelgo. Esiste anche come espediente letterario il non sequitur.

«Non datemi spettacolo di violenza. Sono un uomo che spera di avere figure di pace sul suo stemma» (pg. 310 della versione Mondadori 1994) dirà emblematicamente il saggio Samuel a un Adam che a un certo punto rischiava di perdersi la bellezza della vita capace di autodeterminarsi in positivo. Avere la pace sul proprio stemma è il proposito migliore che ogni creatura umana possa sperare di stampigliarsi addosso.

Tìndara Rasi



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