sabato 27 giugno 2026

 

Ph. Tìndara Rasi


La ricerca di Dio come ricerca dell’amore:

Cartagloria, di Rosa Matteucci

di Tìndara Rasi


Con Cartagloria (Adelphi, 2025), Rosa Matteucci realizza uno dei suoi romanzi più originali e riusciti. Attraverso una scrittura colta, ironica e lessicalmente ricchissima, affronta un tema inconsueto nella narrativa contemporanea: il desiderio di una bambina di ricevere un’autentica educazione religiosa e di trovare nella fede il senso della propria esistenza.

«Tutto faceva supporre che fra i cinque e i dieci anni, come tutte le donne della mia famiglia, avrei fatto la Prima Comunione, ovvio corollario della mia educazione cattolica inaugurata dal Battesimo» (pg. 32). «Dio è amore» incalza la Prima Lettera di Giovanni, versetto 8, capitolo 4. Questa è la sua economia salvifica massima.

Ma cosa succede se questo aspetto non le viene trasferito dalla trascendenza all’immanenza terrena? La protagonista cresce infatti in una famiglia profondamente disfunzionale. Vestita con abiti infeltriti, è accudita dai cani del nonno, crescendo allo stato brado. La madre è sostanzialmente assente sul piano educativo, mentre il padre è una figura insieme affascinante e irresponsabile: alimenta la fantasia della figlia, ma dissipa il patrimonio familiare nel gioco d’azzardo e non si assume alcuna responsabilità nei confronti della sua formazione religiosa. In poche righe Matteucci riesce a condensare l’intero carattere del suo genitore: visionario, infantile, incapace di costruire un futuro, la trascina a sedute spiritiche e pratiche esoteriche tese solo a ricercare ciò che non si trova più in casa: un guantino per riscattare un’eredità pecuniaria. In un passo successivo lo si scopre «adepto di Paramahansa Yogananda e di altri mistici indù» (pg. 61) a differenza per esempio della religiosissima e bigotta nonna Maria Francesca, fervente oratrice presso la cappella gentilizia di famiglia, in possesso di reliquie e dotata di estrema sensibilità verso la messa in volgare che, dal 4 dicembre 1963, fa sparire dagli altari preconciliari anche le Cartaglorie, tre tabelle dorate che recavano stampato «il Gloria in Excelsis, il prologo del Vangelo di Giovanni e le ‘segrete’ da recitarsi durante il lavabo» (pg. 29).

Emblematica è la scena successiva alla lettura del testamento dopo la morte della prozia Lella, madrina di battesimo della protagonista, quando il padre interpreta alcuni particolari come numeri del lotto. Dopo una vincita insperata, utilizza una parte del denaro per acquistare del cioccolato gianduia, progettando come inverosimile risarcimento della sua mancata Prima Comunione anche un viaggio a Nantucket, cioè a Terranova, in Nord America, per vedere il calamaro gigante o Kraken, cefalopode secondo alcuni provvisto di tre cuori: «Grazie alla dotazione di tre cuori avrei affrontato la vita con la certezza che se due si fossero spezzati dal dolore me ne sarebbe restato comunque uno di riserva» (pg. 51).

L’evento principale che determina tutta la vicenda del libro è, infatti, l’impossibilità di ricevere la Prima Comunione, nonostante il Battesimo ricevuto con l’avara prozia madrina che aveva debitamente rinunciato a Satana in vece sua (pg. 60) lasciasse naturalmente presagire quel percorso: «Tutto faceva supporre che fra i cinque e i dieci anni, come tutte le donne della mia famiglia, avrei fatto la Prima Comunione, ovvio corollario della mia educazione cattolica inaugurata dal Battesimo» (pg. 32). Quella che potrebbe apparire una semplice omissione educativa, diventa invece una vera ferita esistenziale, che spinge la protagonista a intraprendere una lunga peregrinazione spirituale.

«Ha inizio la battaglia navale» (pg. 113): galee cristiane contro flotta turca. Una simbologia immaginifica che ben rappresenta tutto ciò che accade nella vita spirituale della protagonista, la quale attraversa esperienze diversissime. Per esempio, si spaccia per praticante della fede degli etruschi, tenta di diventare ebrea e seguire i rituali dei candelabri dalle tante luci (pg. 57), incontra commercianti sikh a Londra, partecipa al Maha Kumbh Mela e osserva i nagas in India («I nagas,o Folli di Shiva, ... eremiti sempre nudi, all’apparenza degli svitati», cfr. pg. 67), conosce gruppi buddisti Soka Gakkai (pg. 90) ed esperti di metafisica Kundalini, segue riti sciamani del Perù che prevedono uso di droghe ayahuasca (pg. 97), visita un frate esorcista (pg. 103), diventa pratica del rito tridentino, approfondendo la teologia della croce e i diversi modi della genuflessione (pg. 122). Tutto questo viene raccontato con un umorismo intelligente che non sfocia mai nella derisione della religione, ma anzi manifesta un profondo rispetto per la sete di assoluto che anima la protagonista.

Uno dei grandi meriti del romanzo consiste proprio nel tenere insieme comicità e autentica inquietudine spirituale. La protagonista è consapevole delle proprie contraddizioni e arriva persino ad affermare: «Ho riflettuto a lungo, ero scettica, ho l’animo di una mistica, ma l’ascendente nel Toro mi rende concreta e razionale» (pg. 98). In questa frase convivono ironia, cultura e desiderio sincero di trascendenza.

L’episodio centrale del romanzo è però la scoperta che il problema religioso coincide, in realtà, con una più profonda mancanza affettiva. La disconnessione del padre a fronte delle sue reali esigenze, è devastante. Alla domanda sul motivo per cui non si fosse mai occupato della sua educazione cattolica «il genitore non rispondeva, stornava lo sguardo, non sapeva cosa dire» (pg. 49). L’inadempienza educativa diventa così simbolo di un’assenza ancora più radicale.

La frase probabilmente più intensa dell’intero libro recita: «Nella mia infanzia è mancata una frase soltanto, in assenza della quale tutto fu perduto e confuso: ‘Ti voglio bene’» (pg. 147). In questa semplice dichiarazione si concentra il senso ultimo dell’opera. La Prima Comunione non è soltanto un sacramento a lei negato; è il segno visibile di questa illogica e profonda mancanza emotiva.

Per questo motivo il romanzo può essere letto anche alla luce della tradizione spirituale cristiana. Santa Teresa d’Avila definisce la preghiera come un tratar de amistad, un rapporto di amicizia con Dio, possibile soltanto quando ci si scopre previamente amati. L’amore riversato da Dio nel cuore dell’uomo è un dinamismo trasformante che conduce progressivamente all’assimilazione con l’Amore stesso. La privazione dell’amore umano precede e spiega la ricerca dell’amore divino, quindi, secondo la spiritualità carmelitana. Gli autori del Carmelo descrivono questo processo mediante le immagini della filiazione, del matrimonio spirituale e dell’amicizia, tutte accomunate dall’idea che la risposta dell'uomo sia possibile solo dopo aver fatto esperienza di un amore ricevuto.

Analogamente, nel Vangelo di san Giovanni si legge: «Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19).

Anche il già citato passo della Prima Lettera di Giovanni («Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore»: 1Gv 4,8) esemplifica lo stesso tema: la ricerca di Dio coincide progressivamente con la ricerca di un amore originario e preveniente che va prima comunicato.

Concetti che si ritrovano anche nella riflessione teologica contemporanea. La fenomenologia dell’amore, da Max Scheler a Dietrich von Hildebrand fino a Edith Stein, ha restituito centralità alla dimensione relazionale della persona, mostrando come l’identità umana si costituisca nell’incontro con l’altro. Su questa linea, anche Hans Urs von Balthasar, per il quale l’amore rappresenta «il trascendentale in assoluto», capace di riassumere essere, verità e bontà. La fede diventa così credibile non attraverso dimostrazioni astratte, ma mediante quella via amoris che rivela il volto di Dio nell’esperienza concreta dell’essere amati da altri esseri umani.

La stessa enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI, scritta nel 2005, si inserisce in questa prospettiva, mostrando come éros e agápe non siano realtà contrapposte ma trovino la loro pienezza nell’Amore divino che trasforma e compie l’amore terreno.

Alla luce di queste riflessioni umane più che teologiche, la ricerca della Prima Comunione raccontata da Rosa Matteucci assume un significato che va oltre la mera pratica religiosa: diventa il tentativo di colmare una mancanza affettiva originaria e di trovare, nell’amore di Dio, ciò che è mancato nell’esperienza familiare.

Il romanzo, infatti, non è semplicemente il racconto ironico di una formazione religiosa mancata, ma una profonda meditazione narrativa sulla fame d’amore che abita ogni persona. La protagonista cerca Dio perché, prima ancora, cerca un Padre; cerca un sacramento perché desidera un’appartenenza; cerca la salvezza perché desidera finalmente sentirsi amata.

In questa prospettiva acquistano particolare forza anche le pagine dedicate al disagio esistenziale conseguente a tale ricerca e costellazione di obiettivi mancati: «Un sottile senso di vergogna mi avvolgeva come una Sindone... cresceva la consapevolezza di essere esiliata dal consorzio umano» (pg. 124). «Domine non sum dignus» (pg. 134), si ripete.

Nella bambina Rosa, la sofferenza non nasce soltanto dall’esclusione sociale, che la fa sentire reietta e inquieta, per dirla con Sant’Agostino, ma anche dal non riuscire a conformarsi al Novus Ordo della messa in volgare, apprezzando di più il rito tridentino in latino. «Non ho accettato i cambiamenti, non ci ho neanche provato, semplicemente ho smesso di andare a quelle che per il mio sentire non sono celebrazioni sacre nel senso di rito di adorazione, ringraziamento, riparazione e petizione, bensì stramberie sulfuree. Nei riti del ‘Novus Ordo’ Dio latita e la vergine Maria è esiliata, il suo nome non è pronunciato» (pg. 116).

Qualcosa di sostanziale accade invece a Lourdes, presso il cui santuario va come damina di carità dell’Unitalsi (pg. 83). Bardata con un vestiario improbabile, all’atto di entrare nelle piscine il muro di fronte a lei si squarcia misticamente, donandole fiamme e fede vivida. Poi, mollificata dalla sua stessa perseveranza e folgorazione, «mi hanno invitato in televisione, non certo come orfana convertita, bensì in veste di esordiente adelphica» (pg. 89), dirà con acutezza. Imparerà anche a fare le intenzioni («Signora, le intenzioni non si fanno, si hanno, qui non sapete nemmeno la grammatica», pg. 88) e a recitare un Rosario di ringraziamento ogni giorno della sua vita - mai da seduta sul divano comodo di casa perché si addormenta, ma correndo la mattina presso il Porto antico di Genova. Ma tutto questo non basterà comunque a placarle definitivamente l’arsura spirituale. La sua ricerca di senso resterà in movimento perenne e tale rimarrà anche quando troverà quiete momentanea tra le panche del rito tridentino in latino che in qualche cappella ancora viene praticato. La cittadinanza, d’altronde è da rintracciare nei cieli, dicono i padri spirituali; non nella terra.

Straordinaria è la qualità arcaicizzata della scrittura. Matteucci alterna registri solenni e linguaggio quotidiano, termini anatomici e descrizioni sorprendenti. Memorabile il passo iniziale in cui la protagonista descrive il proprio corpo come una casa da esplorare: può percorrere arterie, vene, fegato, pancreas e intestini, ma conclude amaramente: «non posso spingere lo sguardo verso altezze metafisiche» (pp.gg. 15-16). È una metafora potentissima del limite della ragione umana: il corpo è conoscibile, Dio resta mistero. Ma va espresso. E le parole devono essere espressione alta del Logos stesso.

Anche l’umorismo attraversa continuamente il romanzo. Il becchino con la suoneria di Cicciolina (pg. 79), simbolo del terreno più materialistico e sozzo, il padre interessato più al guantino smarrito che gli aprirebbe i sigilli testamentari, accedendo al lascito, che alla sua formazione personale, le descrizioni sugli ambienti religiosi con ridicolaggini bigotte onnipresenti e la sua disperata ricerca di consenso affettivo-spirituale costituiscono momenti di comicità grottesca che non interrompono mai la profondità della riflessione, ma anzi la rendono ancora più efficace.

Un libro che parla di altro con i toni lievi del disincanto. Per non prendersi troppo sul serio, curandosi in qualche modo, intelligentemente, anche d’Altro.


Tìndara Rasi

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