Quello che possiamo sapere, di Ian McEwan
Un romanzo sulla poesia accademica, la falsificazione nei generi tipologici,
i criteri di selezione e la preservazione documentale
di Tìndara Rasi
Tutto è sempre un esercizio di continui compromessi.
Ancora di più lo è stato in quell’epoca in cui «la biotecnologia sfumava il confine tra mercato e accademia, i ragazzi abbandonavano letteratura e storia per fare soldi nella finanza, studenti stranieri poco qualificati venivano ammessi ai corsi così da poter essere munti come vacche, e noi - rappresentanti della vecchia guardia - cercavamo di opporci, difendendo uno spazio sempre più esiguo, l’angolo delle discipline umanistiche» (Quello che possiamo sapere, Ian McEwan, Einaudi, Torino 2025, pg. 290).
Di questa disperata ricerca del giusto spazio e compromesso culturale, ne sa qualcosa anche l’interlocutore redarguito per l’eccessivo uso di “ottimisticamente”, foriero di inevitabile scorrettezza grammaticale, sintattica e fonologica.
La cui controreplica risulta però altrettanto disarmante: «Non lo stavo usando come semplice avverbio per qualificare il senso del verbo successivo. Era un avverbio ‘sentenziale’, Mr Blundy, si riferiva allo stato d'animo del parlante, cioè il mio. […] E se dico “francamente non mi piace che mi si parli così”, il senso è che io intendo essere franco. Indubbiamente - vale a dire che io non ne dubito - questa è casa sua, ma per favore non mi dica come devo parlare. È da maleducati sinceramente. Quindi, Mr Blundy, se sarà così gentile da lasciarmi in pace, ottimisticamente potremmo andare d’accordo, il che significa non solo che me lo auguro, ma che sono ottimista al riguardo» (cfr pg. 340).
Nel suo ultimo capolavoro del 2025, Quel che possiamo sapere, lo scrittore Ian McEwan mette a confronto molti altri impianti ideologici. L’avanzata tecnologica, per esempio, versus la cultura umanistica. Le e-mail versus le epistole. I «manuali indistruttibili con istruzioni semplici e precise» (pg. 213) versus i poemetti impeccabili come La Corona per Vivien del grande poeta Francis Blundy.
E lo fa per rispondere a una domanda che tutti ci poniamo. In un futuro colpito da un Grande Disastro e dall’Inondazione seguente, quando la terra emersa viene ridotta a poche sparute isole e montagne sulle quali trasferire i residui documentali di tutta la civiltà, cosa va necessariamente salvato e cosa no? Una poesia è necessaria? «Tra cinquecento anni potrebbe ancora esserci un dipartimento di Letteratura in qualche punto del pianeta. E tra cinquemila? Tra cinque milioni?» (pg. 213).
Certo, anche la tecnologia può correre il rischio di diventare ‘inutile’, di fronte a certe evenienze. «Un giorno o l’altro avremmo potuto perdere Internet, o impoverirci ancora di più fino a ridurci a una agricoltura di sussistenza, o disgregarci in bande rivali di cacciatori-raccoglitori che sopravvivono a stento in una biosfera degradata. Ma ne dubitavo» (pg. 212). «Una nazione è così vasta e complessa che ci vuole uno sforzo di folle determinazione per distruggerla del tutto» (pg. 212).
E infatti nel 2119, circa un secolo dopo la festa di compleanno di Vivien nel 2014, alla quale il marito Blundy dedica un poemetto andato perso, Thomas Metcalfe, studioso e docente di letteratura presso la University of the South Downs, in Nigeria, esperto del periodo storico 1990-2030, si distaca dai piaceri dell’insegnamento di rhyme royal e pentametro giambico ai suoi svogliati alunni, tanto «nessuno crede veramente che il giambo sia il ritmo naturale dell’inglese parlato […] A sentire come parlano loro, perfino i giambi diventano trochei. Lúnga, brève: eccone altri due» (pg. 43). Intraprende, invece, una ben più appassionante ricerca archivistico-letteraria per rintracciare l’opera persa, convinto assertore dello spazio da continuare a dare alla poesia anche nel suo tempo. La sua compagna Rose Church lo segue, desiste, si perde, ritorna a credere in quella ricerca. Thomas rivolta intanto gli archivi e la National Press Library nei Pennini, viaggia tra mari tempestosi per raggiungere la biblioteca Bodleiana presso Snowdonia, nel nord del Galles, incontrastudiosi e librai noiosi ma appassionati.
«Eravamo in soggezione davanti a quegli alacri scienziati, che tuttavia ci misero a nostro agio. Ci aiutò sentirli ripetere che la maggior parte di loro non era in grado di scrivere a mano e non aveva mai letto una poesia. Io pensai che anche loro fossero in soggezione davanti a noi. Rose pensava che fosse il loro modo di mostrarsi gentili» (pg. 143).
Sprofondato tra le carte della biblioteca Bodleiana, di fronte a tante difficoltà Thomas ammette: «A volte mi chiedo se comincio a dar segni di una leggera demenza. Se alzo gli occhi dalle mie carte e sbircio oltre il separatore della scrivania verso la sala popolata da studiosi immersi nel silenzio, mi sembra che potrei trovarmi in un sogno, e che la realtà della veglia potrebbe trovarsi dentro le pagine che ho fra le mani, perché ho l’impressione di essere con gli amici raccolti al Casale quella sera per festeggiare Vivien e ascoltare il suo nuovo componimento di Blundy. Potevo esserci anch’io. ‘Ci sono’ anch’io. So tutto ciò che sapevano loro – anzi, di più, perché io so anche qualcosa dei loro segreti e del loro futuro, oltre che le loro date di morte. Il fatto che siano tanto vividi e al tempo stesso assenti mi fa male. A loro è dato potermi commuovere, toccarmi, ma non viceversa. La mia prolungata ricerca storica è una danza con persone sconosciute che ho finito per amare» (pg. 34).
Ma, nonostante gli sforzi della ricerca documentale, la Corona di Blundy non sembra trovarsi da nessuna parte. E chissà se poi è davvero importante ai fini dell’umanità, rintracciare e preservare quell’opera.
Eppure avrebbe dovuto resistere all’usura del tempo e riemergere tra gli scatoloni archivistici, essendo ricopiata su un supporto tanto antico quanto duraturo: la pergamena. «Quella mattina ho sollevato la pergamena dalla scrivania e me la sono portata al naso. Nessun odore di sangue o di carne. Soltanto il vago ricordo del calamaio in collegio, conficcato nella ribaltina del banco tutta incisa di parole oscene. Reggendola con entrambe le mani, percepivo la gradevole pesantezza della pelle. Non ricordo da quanto tempo non mi sentivo più così serenamente, sinceramente e totalmente soddisfatto di me stesso» (pg. 19). Un supporto prezioso e durevole per un’opera egregia, non solo secondo Blundy ma anche secondo i riscontri del tempo che abbiamo noi.
Lo studioso Thomas dirà, un secolo dopo, che «in letteratura e nelle arti performative i sistemi di trasmissione si sono modificati, ma per lo più le opere indagano ed esprimono l’essenza del genere umano, e parliamo soltanto del settore di narrativa. Esiste un numero perfino maggiore di classici in ambito saggistico: storiografia, letteratura scientifica e naturalistica, biografia, politica, antropologia e via dicendo, un’incommensurabile miniera di tesori. C’è poi tutta la spazzatura ad alto contenuto informativo […] Il colossale passato preme forte sul presente come gli oceani, le piogge e i venti su scogliere di tufo» (pg. 45).
Le poesie su pergamena lo stesso.
Vivien, secondo i documenti visionati, aveva conosciuto Blundy in occasione di un suo reading poetico.
«Blundy andò al leggio, la sala impazzì» (pg. 263), si trova riportato nei suoi documenti.
«Il sonetto era troppo involuto grammaticalmente per far vibrare la giusta corda della malinconia» (pg. 265). Il poeta continua a declamare e lei continua a demolirlo mentalmente. «Alcune delle liriche di Blundy erano lunghe e richiedevano un’attenzione intensa e indefessa. Non vedere le parole di una poesia scritte su una pagina era per me una forma di cecità. Ero una lettrice io, non un’ascoltatrice. Il pubblico sembrava in estasi. Quando un eroe letterario funziona, l’atmosfera intorno a lui si fa mistica, ma io mi chiedevo se, come me, anche molte altre persone lì allo Sheldonian stessero fantasticando su quello che avrebbero fatto dopo. Io pensavo al rinfresco e a un piatto di carta pieno di stuzzichini» (pg. 266).
Non è la sola. Anche su Chris Hage, marito della giornalista Harriet, invitati entrambi al Casale dei Blundy, definita “Second Immortal Convivio”, l’ascolto della Corona durante i festeggiamenti per il cinquattaquattresimo compleanno di Vivien produrrà risultati simili: «Su di lui la poesia aveva un effetto deprimente. Come la musica classica. Il peso culturale e l’enfasi solenne lo opprimevano. Sospettava che la gente ne subisse il raffinato sopruso e si ritrovasse a fingere apprezzamento per non apparire in colpa o idiota» (pg. 56).
Per questo, il poeta non è l’immagine dell’amante ideale per Vivien.
Ma poi «il nostro idillio da operetta ebbe inizio» (pg. 296), registra con asciuttezza e precisione la donna.
La storia vira verso situazioni inaspettate, sapientemente dirottate e cammuffate dall’autore. Ian McEwan è britannico e conosce bene la tattica narrativa red herring (aringa rossa), la vecchia ignoratio elenchi. Costruisce dunque Quello che possiamo sapere usando registri stilistici e salti narratologici che, se non sono ricchi di colpi di scena e ganci nel modo del giallo o del thriller, lo sono dal punto di vista della suspense di tradizione classica. Il modo più giusto, visto l’argomento trattato. Questo libro non narra una storia, infatti, ma narra il ruolo della storia soggettiva e quello della narratologia ai fini della comprensione dell’evoluzione umana. Nella cui evoluzione non si può tranciare la portata metafisica della poesia, per esempio.
«Un componimento a corona era un’impresa formidabile. Il suo consisteva di quindici sonetti. L’ultimo verso di ciascuno doveva essere il primo del successivo. Il quindicesimo sonetto, la ‘corona’ appunto, doveva ripetere i primi versi dei precedenti quattordici e avere un senso compiuto. Francis aveva adottato il sonetto petrarchesco: due strofe rispettivamente di otto e sei versi ciascuna. Lo schema metrico, il tradizionale ABBAABBA CDECDE. relativamente semplice. La sfida era quella di scrivere una lunga poesia - convenzionalmente destinata a rendere omaggio a qualcuno - che scorresse in modo naturale senza incepparsi negli ingranaggi delle regole metriche. Blundy credeva di esserci riuscito. Lo sappiamo dal commento trionfante che si legge sul taccuino 2014-15 scatolone III. “Ammettiamolo. I miei quindici sono superiori ai miseri sette di John Donne.”» (pg. 18).
Blundy, dunque, «sarebbe stato contento ma non sorpreso di sapere che un secolo dopo la sua ‘Corona per Vivien’ continuava a far parlare di sé. Forse non altrettanto se avesse anche saputo che l’unica copia esistente del poemetto era scomparsa» (pg. 19) .
Nei cloud lo studioso Thomas, nonostante il suo impegno da ‘posapiano’ nel leggerle (cfr. pg. 186), trova raccolte minuziosamente anche queste riflessioni.
«Tutto ciò che prima o poi è passato nella rete informatica al momento si trova raccolte ben catalogato... I progressi nei campi della matematica e del calcolo quantistico hanno reso accessibile tutto ciò che non era ancora stato descritto. Avrei voglia di urlare attraverso un buco nella volta del tempo e mettere in guardia chi è vissuto un secolo fa: se volete che i vostri segreti rimangano tali, sussurrateli nell’orecchio del vostro più caro e più fidato amico. Mai a una tastiera e a uno schermo. Se lo fate, noi sapremo tutto» (pg. 69). Ma, allo stesso modo, ne è grato. «Al tempo dell’Inondazione, la base di conoscenze era ormai per lo più digitalizzata e diffusa. Millenni di espressioni culturali erano stati spazzati via, ma ne sopravvivevano copie multiple in sequenze di zero e di uno» (pg. 127-128), tramite i quali gli è possibile procedere facilmente.
Ma come in ogni ricerca storiografica e letteraria, a volte si inizia da una parte e si scopre tutt’altro.
Per esempio che la spiegazione di un poema può essere interpretata in mille modi.
Secondo Blundy: «Non è un ritratto del nostro matrimonio, non parla di me o di te. È ‘per’ te. Parla delle cose che contano e interessano a te, non a me. È un regalo tutto qui» (pg. 354).
Secondo Vivien: «È una confessione. E io non voglio essere coinvolta». Per lei «quella era una messinscena, una recita ben interpretata» (pg. 355), niente altro. La donna appare consapevole che «se “Una corona per Vivien”, il miglior componimento poetico di Francis, fosse sopravvissuto, in futuro sarebbe stato ammirato di generazione in generazione. Ne ero certa. Strappata dal tempo al suo contesto, avrebbe raggiunto la perfezione» (pg. 358). Se invece l’ode fosse stata pubblicata subito, avrebbe vendicato una morte innocente.
Sente pertanto di dover fare una scelta. Quale, però? Rischiare, per rendere quell’opera, dal valore poetico indubitabile, immortale? Non svelare nulla? O farlo, ma con la tecnica della sedimentazione documentale?
In archivistica, a distanza di tempo i documenti parlano con estremo distacco e lucidità, restituendo verità storiche realistiche e non falsate dall’interpretazione o dall’ideologia corrente, e lei lo sa.
«Convinta che esistono circostanze in cui la prosa dovrebbe eclissare la poesia» (pg. 356), inizierà a scrivere la sua verità, l’unica che descriverà i fatti veri, l’unica che meriterà, forse, di essere salvata. La letteratura memorialistica diventa inevitabilmente il suo quotidiano.
«I diari li uso soprattutto per ricordare la corretta sequenza degli eventi, pratica in cui la memoria è notoriamente fallace. Nel garbuglio della mente, il passato sopravvive in un tempo verbale tutto suo, una sorta di presente senza storia. Mentre un diario, qualunque sia il suo livello qualitativo, dispone gli avvenimenti come perle su un filo» (pg. 299).
Un diario e un memoir da conservare dunque non solo nei cloud, ma anche stampandoli, fronte retro e interlinea uno, su carta in fibra di cotone (cfr. pg. 332). Perché il supporto fisico ha una durata già stimabile, quello informatico no.
Come però ogni studioso di storia e letteratura sa, non sempre negli scritti personali c’è la trascrizione vera di una vita, comprensiva anche di eventuale «disgustosa doppiezza» (pg. 315). Ci può essere anche l’interpolazione non intenzionale, lo scarto per obliterare una parte della documentazione e proteggere la propria privacy, il trafugamento. Tutti temi di biblioteconomia e archivistica che McEwan conosce bene e usa nel suo libro. La mia amica «Jane ha richiesto il mio aiuto per sottrarre di nascosto i documenti e sostituirli con fogli bianchi o con qualsiasi pagina dattiloscritta o manoscritta che ci capitasse tra le mani» (pg. 329), dirà Vivien. O ancora: «La sera prima di andare a letto raccontai al mio diario la medesima storia. Stavo insegnando a me stessa a mentire per omissione. Competenza utilissima, visto che alle mie spalle e davanti a me c’erano azioni troppo sconvolgenti per poterle ammettere» (pg. 287). Anche in questo caso attua una deliberata e intenzionale azione di depistaggio e di falsificazione storica ai fini della tutela personale, dunque.
Perchè Vivien lo fa?
Perchè, trovandosi descritta da altri e non da sé, intuisce una grande verità.
«Ero io quando vidi le bozze, poi ero io e non io quando ebbi in mano la prima copia del libro, e infine , annacquata e disseminata in migliaia e migliaia di copie stampate, mi dissolsi nei caratteri tipografici e definitivamente non fui più io. Quel che restava non era nemmeno una donna ma una convenzione poetica, l’ombra di una donna proiettata sulla parete della caverna di un’immaginazione maschile» (pg. 328).
Beatrice per Dante. La donna angelicata del Dolce stil novo.
E tutto ciò può essere bellissimo, poesia pura, sogno. Ma, magari, può essere anche fuorviante, insincero e niente affatto rispettoso.
Trovandosi a un bivio della storia universale, sente allora il peso di scegliere lei, per tutti noi, cosa salvare tra metafore e verità, tra poesia e prosa. Bisogna consegnare al futuro solo rime con i loro parametri o solo prosa? O entrambi? O nessuno dei due? Lei non ha dubbi.
Il diritto che si arroga di fronte a questa scelta, è davvero un suo diritto, però? La scelta che fa lei, condannerà l’umanità al rischio di una deriva, come Eva nell’Eden? O porterà verso una realtà futura concreta e migliorativa?
Secondo il suo sentire, il lavoro di scrittura (e di lettura) delle vicende biografiche personali esige un’eliminazione di tutto ciò che è superfluo e ornativo, e questo sistema lo adotta persino nei diari personali. Liberandosi di convenzioni sociali e di regole codificate, mandando al rogo l’artifizio metaforico, la sintassi classica, la grammatica, la metrica, si sente più libera e capace di raccontare la verità. Il documento asciutto sarà dunque l’unica cosa che salverà, a discapito del fraseggiare lirico? O da qualche parte, accuratamente conservata e preservata, il Thomas studioso del futuro, troverà finalmente anche la Corona che ha ispirato lei stessa a suo marito? Che modello letterario salverà?
È questa scelta che Ian McEwan racconta in Quello che possiamo sapere. Una scelta metaforica (mi dispiace per Vivien che disprezza questa figura retorica).
La mia, ça va san dire, salva sia epizeusi (poetica) che ricorsività (prosaica).

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