SETE, DI AMÉLIE NOTHOMB
di Tìndara Rasi
«La notte da cui scrivo non esiste. I Vangeli sono categorici. La mia ultima notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi» ragiona Gesù nel libro Sete di Amélie Nothomb, edito da Voland nel 2020, a pg. 35. Non parla, pensa, anche se il Verbo si era fatto carne, Verbum caro, ragiona, pensa. E la Nothom è spesso votata ai canovacci teatrali o cinematografici, battute su battute, invece. Ma qui trascende dalla sua cifra consueta con grande cura. Poi ha dato voce a un ‘padre’ in Psicopompo nel 2024, voce a una ‘madre’ con Meglio così nel 2025, ma non poteva mancare un ‘figlio’. Il Figlio. È partita da lì nel 2020.
Per i contemporanei, Gesù apparve pienamente dotato di consistenza corporea e la sua vita conobbe tutte le sfumature straordinarie dell’umanità, compresa la natura ‘drammatica’ della libertà o la vergogna dovuta alla pudicizia che fa pendant con l’ostensione del corpo di chi vive. Anche la spaventosa solitudine nella finitezza dell’eschaton, è terrena.
«[…] (Era per me) terribile sentirsi morire di fronte a un pubblico passivo. E provavo una grande complicità con Gesù, ero certa di capire il subbuglio che lo animava in quel momento» (Metafisica dei tubi, 2025, pg. 55).
L’umanità di Cristo è dunque forma “compiuta” dell’umanità in generale, così ci dice la Gaudium et Spes.
Gesù visse, per esempio, in pienezza il desiderio. Il desiderio sessuale, quello di un bicchiere d’acqua, il desiderio dell’adempimento, della fine, della morte, tutto.
Cosa c’è di più umano del «cadere come un animale ferito nel luogo che sarebbe stato di rivelazioni»? (Poesia: Vie dello specchio, verso IX. Tratto dalla raccolta: Estrazione della pietra di follia (1968). Inserita in: La figlia dell'insonnia, di Alejandra Pizarnik, Crocetti editore, 2004, Milano, a pagina 85).
Dio Padre, invece, non è corpo e dunque non può cadere né provare amore, dice Nothomb per bocca di Gesù.
«È proprio questo il problema. Non conosci l’amore. L’amore è una storia, bisogna avere un corpo per raccontarla. Quanto ho appena detto non ha alcun senso per te. Se soltanto fossi consapevole della tua ignoranza!» (Sete, pg.68).
Ma questa affermazione teologicamente non è corretta. La Creazione è opera divina ad extra, fatta non per dovere ma per libero dono e gratuita iniziativa divina. Il soggetto dell’atto che fa “scaturire” la creazione, è la Trinità intera, le cui tre persone divine si distinguono solo per la “relazione” e l’ordo personarum. La Creazione è dunque, senza dubbio, un’azione divina unica (unitaria), perfettamente intrecciata di Amore (Spirito). Amore che si evince nel libero donarsi del Padre che genera il Figlio stesso nell’Amore. Discorso complesso, ma questo è. Dio non è amore carnale, è Amore di altro tipo, gratuito, donativo, universale. Il tema Paolino dell’exinanizione o kénosi: Dio, Dóxa Theoū, gloria piena, immanensità indicibile per algos (Epicuro) o aphasia (Pirrone) umana, si restringe creando noi addirittura. Se questo non è amore, direbbe qualcuno...
Perché però conduce quel Figlio alla morte in croce? Una domanda che ci facciamo tutti. Per far aprire gli occhi sullo stesso sentimento all’umanità che ha dimenticato la A maiuscola di esso. Una risposta che ci rabbonisce tutti. Dio, il go’el del suo popolo, inventa dunque questo stratagemma per assetarlo e permettere al desiderio di salvezza di impossessarsi nuovamente di Lui - e con Lui di noi. Meglio così, direbbe la piccola Amélie di Meglio così, Voland 2026.
«Mi sveglio. Mi è stato dunque concesso di sprofondare nel sonno. È un dono. Ringrazio Dio» (Sete, pg. 48), ragiona Gesù.
Necessità fisiche. Sonno, sete. Assenza, la cui soddisfazione dovrebbe ingenerare gratitudine, parole di gentilezza e cortesia sempre.
«Mi rammarico che nessuno esplori l’infinità della sete, la purezza di questo impulso, l’aspra nobiltà che ci caratterizza nell’attimo in cui la proviamo» (Sete, pg. 84) continua a ragionare il buon Gesù.
«Non sa che cosa vuol dire avere sete e non avere il diritto di bere, quando l'acqua è sotto i suoi occhi, bella, salvifica, a portata di labbra. L’acqua si nega a te che hai appena attraversato il deserto, per l’assurdo motivo che non sei di suo gusto. Come se l’acqua avesse diritto di negartisi! Che impudenza! Non sei forse tu ad aver sete di lei e non il contrario?», continua il monologo Amélie Nothomb in Cosmetica del nemico, a pg. 35-36.
Prova sete chi vive nella carne. La sete fisiologica ce l’ha chi è umano, la sete di vita chi è mortale. Gesù è diventato carne e ha sentito, vissuto, sperimentato tutto ciò. Lui, unione ipostatica, vero uomo e vero Dio, ha sentito le “cose” umane.
Fisiologia, dunque, ma dalla portata metafisica e mistica, la sete.
«L’istante ineffabile in cui l’assetato porta alle labbra un bicchiere d’acqua è Dio. È un istante di amore assoluto e di meraviglia senza limiti […] Provate a fare quest’esperienza: dopo aver patito a lungo la sete, non bevete l’acqua del vostro bicchiere d’un fiato Prendetene un sorso, tenetelo in bocca per qualche secondo prima di mandarlo giù. Prendete coscienza di questa meraviglia. Questa sensazione abbacinante è Dio» (Sete, pg. 40).
Bisogna dire che esiste una sostanziale «differenza tra esistenza (Dasein, esse), e l’essenza (Sosein, essentia) dell’uomo. In questa differenza l’esistenza umana viene caratterizzata dalla maniera dell’essere che non realizza mai la propria essenza compiutamente ma è sempre teso (divenire) a realizzarla (esse). Per questo l’uomo è continuamente teso verso quella misura compiuta della sua umanità che, rivelata da Dio nella Sua automanifestazione, definisce l’orizzonte universale del senso della sua esistenza cioè l’essenza stessa dell’uomo (essentia)» (in: La persona umana. Antropologia teologica di Angelo Scola, Gilfredo Marengo, Javier Prades López, Jacka Book, Milano 2000, pg. 58).
La grazia santificante (gratum faciens) è un abito entiativo gratificante che genera tensione versus, eliminando a priori la deriva autosoterica. Persino la giustificazione cristiana viene concessa per mezzo della grazia, dicono ancora i teologi, al fine di ottemperare al “Volo ut sis” di Sant’Agostino che Martin Heidegger rigirò ad Hannah Arendt nel 1927. Voglio che tu sia ciò che sei non esclude dunque l’opera umana. Sembra difficile questa concezione e la susseguente sequela, tuttavia Dio ci ha resi capaci di confermare pienamente, giorno per giorno, la nostra esistenza in Cristo (perseveranza attiva). La grazia efficiente è vere sufficiens, sempre sufficiente, ed è a nostra disposizione. Ovviamente, però, anche se è sempre sufficiente, può in alcuni casi non giungere a buon fine e restare mere sufficiens. Ci vuole la nostra adesione. Dobbiamo diventare i/le testimoni del risolto. O Maddalena che segue Cristo a occhi chiusi, per amore. O Pietro Maironi, uomo del Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro che, dopo aver conosciuto passione e dolore, ne Il Santo, opera finita al rogo, cammina ancora, ma in cerca della redenzione.
«Maddalena è sempre qui, davanti a me, la morte sarà perfetta, piove e guardo negli occhi la donna che amo […] Mi è concesso di entrare nell’altro mondo senza abbandonare nulla. È una partenza senza separazioni. Non ho lasciato Maddalena. Porto il suo amore là dove tutto ha inizio» (Sete, pg. 87).
La descrizione di Gesù così carnale, passionale, in Nothomb è riuscitissima. Passione, d’altronde, cos’è?
«La passione di Cristo. Nome calzante: una passione designa qualcosa che si subisce e, per conseguenza semantica, un eccesso di sentimento a cui la ragione non ha preso parte» (Sete, pg. 82).
Nessuno sceglierebbe la passione. Accade.
«Ci accorgiamo di essere innamorati per un motivo molto semplice: non lo abbiamo scelto» (Sete, pg. 35). Ma qualcosa possiamo scegliere, pur restando in questa carnale umanità. Gesù sceglie. Sceglie l’abbandono, patendo tutto. La storia biblica ed evangelica è accaduta per parlare agli esseri corporali, non ad astrazioni. Gesù è perfetta umanità, ancora più perfetta perché è divinità.
Ne hanno parlato anche Saramago nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo di questa carnalità storicizzata, e ancora Pasquale Festa Campanile in Per amore, solo per amore, e Ferruccio Ulivi in Come il tragitto di una stella, e Stefano Jacomuzzi in Cominciò in Galilea. Laura Pariani, grande autrice contemporanea, si è fermata alla Creazione, a Eva, con il suo Primamà edito da La nave di Teseo nel 2025. Baricco ha scritto Abel nel 2023, ma è una reinterpretazione simbolica.
Nothomb ha seguito la traccia giusta.
Non si sceglie, ma si ama. Dio ha scelto di crearci e di creare suo figlio, ha scelto per amore. Noi non scegliamo estensivamente, ma possiamo individualmente: amare. E per amare davvero bisogna sentirla quella greve sete di amare.

Nessun commento:
Posta un commento