giovedì 16 luglio 2026


STATUS QUESTIONIS SULLA LINGUA ITALICA

di Tìndara Rasi


Il linguaggio si evolve. E lo fa tramite un suo modo peculiare: esprimendosi.

Tra passato e presente c’è un’evoluzione (o un’involuzione?) che trasfigura il valore di alcune parole e la loro dimensione sociale. Come ogni cosa viva, il linguaggio si trasforma nel tempo, si lascia contaminare. Si riempie di virus / o di anticorpi, a seconda delle vedute.

Mi è capitato di recente di leggere una poesia e di riflettervi, come spesso mi accade, comparandola a una delle mie, “Il canone di Pachelbel”. La poesia termine di paragone è un’edita di David La Mantia, pubblicata in Gesti lievi. L’amore se te ne accorgi, di David La Mantia, Edizione Il leggio Libreria editrice, Chioggia 2022, a pag. 45.

Nella mia, immaginando un evento nuziale ho riflettuto su come la lingua, nella sua dimensione altrettanto sponsale, atta a “comunicarsi” all’altro e a lasciarsene “comunicare”, a volte si arricchisce, a volte rischia un impoverimento e una perdita della sua ricchezza espressiva. Ma, più spesso, necessita un “aggiornamento” senza sentimentalismi arcaici. Termini come “sieno” e “desso” si usano più? Le nuove forme linguistiche sono fatte di anglicismi, di gergo e comunicazione più globale («pidgin, esperanto, globish o mondlango», ho elencato, difatti), di linguaggi semplificati, di soggetto predicato verbo senza subordinate. Bisogna prenderne coraggiosamente atto. Perdere l’italiano “solo italiano” è comunque una gran perdita e lo dico con sguardo ironico ma anche critico. Gli sposalizi lessicali sono ormai tutti estremamente moderni, assodati. C’è chi ci riflette e se ne rammarica, come me, recitando tradizioni. C’è chi neanche ci riflette, usa parole così come vengono, un misto di vernacolo e lessico familiare (familiare nel senso ginzburgiano e saussuriano, e non del latinissimo sermo familiaris alto).

Tuttavia, mi viene risposto con l’altra poesia di La Mantia, ciò che resta è la necessità della parola - nuova o vecchia che sia - di non restare tra i denti, di uscire fuori, di fare il suo dovere espressivo. Non reprimere la parola e il pensiero, e neanche auto-reprimerlo per paura, è libertà e segno di crescita umana democratica. La parola, espressione piena dell’essere umano, serve senza autocritica e demonizzazione. Serve nella costruzione di relazioni autentiche. Serve sempre. Il “come” è secondario. Se asseconda l’evoluzione del linguaggio o no, se si adegua al cambiamento del lessico e si contamina di globalismo, non è una riflessione importante da fare. La fragilità della vita ha bisogno di parole di autenticità e basta. Persino di personalizzazione. O di originalità. Ma avere nostalgia di un passato che non si sa pronunciare o di un presente che è altrettanto britannico e impronunciabile, non aiuta granché.

E però ci rifletto e mi domando come stia accadendo questa silenziosa traghettatura di costumi linguistici. Ci sono ormai mille e più modi di esprimersi nel quotidiano. Qualcosa mi convince, qualcosa no. Una poesia per legge intersemiotica può diventare musica: lo faccio sempre, pubblico così tutte le mie raccolte; e ci vuole l’ode lunga e per questo mi dilungo, non sono mai concisa né performativa, ed è un problema, lo so bene, per l’editore, ma che devo farci, mi piace.  Una frase può diventare criptica per il troppo innesto di anglicismi: intellĕgo male i ragazzi e le ragazze di oggi, i miei figli anche, che mi aggirano come un’ebete quando non vogliono frasi capire, e non mi piace. A cosa serve questa corsa al modernismo lemmico, però? Perché sta accadendo? Ho curiosità di capirne l’origine, ma più ancora, di vedere verso quale sentiero si muoverà la comunicazione di domani.

Solo che non resterò qui per scoprirne abbastanza e questo sì, mi rammarica molto.


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IL CANONE DI PACHELBEL

Il canone di Pachelbel affina i sensi
e lei avanza,
come da tradizione.
Fuori dalla chiesa, nella piazza,
dopo i cassonetti della spazzatura,
l’arbicoltore comunale
lavora appeso all’albero
con l’attrezzatura da tree climbing
e ascolta a stento colombofili incitarsi
mentre attendono di dare in volo
il bianco augurio per la sposa.
Non si chiede dove “sieno” accrocchiolati,
non essendo “desso”... proprio quello…
il suo pensiero principale.
Sieno” e “desso” poi
sono soltanto espressioni da cassare,
avulsi ed obsoleti latinismi
superati da un gioviale intercalare.
Al glottoteta dilettante spiace
il costrutto sorpassato,
l’è maggio gli basta di lemmaggio,
rifugge congiuntivi esortativi,
propina sensu lato
pidgin, esperanto, globish o mondlango,
qualsiasi cosa è meglio,
persino il sorbonagro
possibilmente sillabato e disfoniato.
Va poi mediato il vero contenuto,
corredato di signuno e di gestuno,
magari sorseggiando gocce di kombucha
modernamente fermentate
con zenzero, acacia
e fragole tritate
nella palestra all’aria aperta
dell’intercalare e del gergale
mediocremente ritoccato.
La sposa esce dopo un’ora
e una coppia di colombe invola
tra il dindondare a plenum
diffuso dal bicchiere capovolto
dalla torre campanaria.
L’arbicoltore continua a dondolare
tra clorosi, fitoplasma e stress fogliare,
bestemmiando ai vermacoli in vernacolo,
edulcorato a stento dal nuziale.

(Tìndara Lanza de’ Rasi, poesia inedita, 2026)





(Inquadra il QrCode)


Sai, proteggersi dai raggi del sole
non è diverso dal custodire
il bianco estinto che siamo, nascondere
le rughe che diventeremo.
La vita sconosciuta non attende
le nostre precauzioni. E per quanto
tempo ancora insegneremo l’arte
di non bruciarsi la pelle,
costringere i corpi nelle vesti,
premieremo chi si trattiene
nelle cabine, chi rifiuta la spinta
sull’altalena? La nostra storia
non è conservare la lingua
nascosta tra i denti, le mani
forti sulla gola degli altri

(Da: Gesti lievi. L’amore se te ne accorgi, di David La Mantia, Edizione Il leggio Libreria editrice, Chioggia 2022, poesia edita a pag. 45)




(Inquadra il QrCode)


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